Il Tribunale di Potenza
3 minuti per la letturaNell’inchiesta di potenza Lucania Felix, l’accusa propone condanne per oltre 120 anni per i boss: Martorano e gli altri tre nomi eccellenti
Processo “Lucania Felix”, la Dda invoca pene esemplari: chiesti 120 anni per i boss e altre decine di anni per i sodali. Un’offensiva giudiziaria straordinaria scuote la criminalità organizzata nel capoluogo lucano. È un computo degli anni di reclusione che evoca un vero e proprio sradicamento quello invocato, nell’aula del Tribunale di Potenza, dal sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia. Al termine di una durissima e articolata requisitoria nell’ambito del maxi-processo nato dalla celebre inchiesta antimafia denominata “Lucania Felix“, il pubblico ministero Marco Marano ha formulato istanze di condanna per oltre due secoli complessivi di reclusione, chiedendo la pena inflessibile di trenta anni di reclusione ciascuno per i quattro principali imputati che hanno scelto di affrontare il dibattimento con il rito ordinario.
15 ANNI DI EGEMONIA
Si tratta delle figure apicali e storiche del sodalizio: i due storici boss Renato Martorano e Dorino Rocco Stefanutti, affiancati inoltre dai sodali di rango Rocco Lorusso e Salvatore Santoro. L’impianto accusatorio ha ripercorso minuziosamente oltre quindici anni di egemonia criminale perpetrata dal clan Martorano-Stefanutti nell’hinterland potentino, svelando un’organizzazione strutturata e ramificata, capace di monopolizzare il narcotraffico, imporre estorsioni a tappeto, gestire militarmente il circuito dei videopoker e realizzare pesanti infiltrazioni nei sistemi di appalto e del mercato occupazionale della Basilicata.
Un’associazione a delinquere di stampo mafioso, ai sensi dell’articolo 416-bis del codice penale, la cui operatività e autorevolezza criminale non si limitavano ai confini della provincia. La Direzione Investigativa Antimafia e la Procura potentina hanno infatti ampiamente certificato il pieno e solido accreditamento del clan da parte della potente ‘ndrangheta calabrese, mantenendo in particolare una ferrea e costante sintonia strategica con la temibile cosca dei Grande Aracri di Cutro, nonché stabili contatti d’affari con diversi sodalizi della camorra napoletana.
A corroborare in modo decisivo lo scenario delineato dall’accusa sono state le recenti e dettagliate rivelazioni dei collaboratori di giustizia. In aula sono risuonate le pesanti affermazioni del pentito Marco Triumbari, per il quale il pubblico ministero ha richiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione in virtù delle attenuanti specifiche previste per i collaboratori. Triumbari ha squarciato il velo di omertà sui nuovi equilibri di potere interni al capoluogo lucano, dichiarando esplicitamente che a Potenza il comando effettivo era ormai nelle mani del boss Lorusso. Tali dichiarazioni hanno confermato la pericolosità di una consorteria capace di rigenerarsi e di infiltrare l’economia della Basilicata.
LE ALTRE RICHIESTE DI PENA
Il pm Marano ha quindi dettagliato le restanti richieste per la rete dei gregari e dei fiancheggiatori, delineando una rigida scala gerarchica: chiesti 17 anni e 6 mesi per Mirco Nucito, 16 anni per Federico Orlando ed Enzo Giordano, 13 anni per Saverio Postiglione, Valentino Scalese e Domenico Carlucci, e 12 anni per Giovanni Tancredi. Sollecitate le condanne per Francesco Michele Riviezzi (9 anni e 6 mesi), Elvira D’Ascoli, Manuela e Albina Stefanutti (8 anni), Mario Di Giuseppe (5 anni), Marco Bruno (6 anni) e, infine, 3 anni di reclusione per Potito Capezzera, Federico Saccone ed Enrico Michele Lamonea.
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