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Prostituzione sulle strade. Ragazze straniere portate in Calabria con la promessa del “sogno italiano” e poi ricattate e costrette agli “uffici” sulla statale 106. Abbiamo pubblicato diverse puntate della nostra inchiesta sul tema degli stranieri sfruttati in Calabria. In questo ambito non può essere taciuto il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione di donne venute dall’estero.
C’è una cosa ancora più agghiacciante, più raccapricciante delle violenze sessuali, delle ragazze appena diciottenni costrette a prostituirsi. Delle minacce di morte. Degli abusi su corpi, menti e spiriti che cavalcano la debolezza e la povertà umana. È il «si sa». «Si sa che sulla 106 ci sono le prostitute, si sa che c’è “un giro”. Si sa. È così da decenni». La normalizzazione del dolore. La regolarizzazione del dramma. È la tragedia risaputa. Quella che quasi annoia, stanca a sentirne riparlare.
Ma non è forse uguale per il caporalato? Per lo sfruttamento della manodopera straniera nei campi? Per il degrado tra le tende e le baracche in località Boscarello di Corigliano Rossano che poi hanno preso fuoco portando alla morte un bracciante che aveva riportato ustioni sull’85% del corpo? Anche tutto questo «si sapeva». Tutto si sa a queste latitudini.
IL FENOMENO DEL “SI SA” DALLA STRAGE DI AMENDOLARA ALLA PROSTITUZIONE
Eppure, quattro giovani sono stati bruciati vivi ad Amendolara. E qualsiasi sia il motivo alla base della strage, sul quale faranno luce le indagini, le immagini di quel minivan che si muoveva, si agitava perché le vittime si spostavano a destra e a sinistra, battendo contro gli sportelli, nel disperato e inutile tentativo di sfuggire a una trappola mortale… anche quelle, che piaccia o no, erano figlie del «si sa».
Poi, viene il tempo del rumore, del casino dei media, del risveglio spirituale delle istituzioni, dei milioni annunciati quasi quotidianamente come alla lotteria Italia, dei moti di coscienza delle grandi manifestazioni. Finché, passata una settimana o due, passato un mesetto o due, e per tutti gli anni a venire, quello sarà ricordato come poco più di un episodio storico, come la “strage di Amendolara”, come “la strage dei migranti”.
Perché, in fondo, «si sa qual è la condizione degli immigrati», «si sa che c’è il degrado sociale», «si sa che c’è il caporalato».
IL FENOMENO DELLA PROSTITUZIONE SULLA 106
E dal nord al sud della Calabria, oggi, come ieri, «si sa» che insieme a quel minivan, ogni sacrosantissimo giorno, da decenni, viaggiano anche altri furgoncini. Questi sono pieni di donne. Di ragazze straniere. Anche appena diciottenni. Entrano in un vero e proprio “sistema”, strutturato, che coinvolge in primo luogo gli stessi migranti e poi, a volte, in un secondo momento, anche gli italiani.
Dalla Sibaritide al Crotonese, le storie raccolte e ascoltate vanno tutte più o meno allo stesso modo, tutte nella stessa direzione. La ragazza, che vive nel suo paese di origine, viene contattata da un familiare o conoscente già in Italia. Chi telefona fa da intermediario: spesso si tratta di stesse donne, straniere, meglio conosciute nell’ambiente come «madame». Nel corso delle telefonate viene venduto il “sogno americano” dell’Italia. «Un luogo dove fare fortuna, un luogo dove la qualità di vita e il futuro potranno essere migliori».
LE PROMESSE E LA REALTÀ
Ci sono promesse di contratto e di lavoro. Ovviamente, la ragazza che sta dall’altra parte della cornetta (a volte anche minorenne) non si trova nelle condizioni economiche per potersi «pagare il viaggio». A quel punto il parente, il conoscente si premura: dice che «pagherà lui le spese e che poi, una volta ottenuto il contratto e il lavoro in Italia, la ragazza li restituirà». È così che inizia il calvario.
Dove ogni passo percorso verso la Calabria e, poi, nella stessa regione, diventa un incubo di disumanità, uno squarcio alla propria intimità, alla propria dignità. Un viaggio che frantuma anime. Così come quel “sogno italiano” di cui non resta che un “ufficio” sulla 106. Non esiste la pietà: se minorenne, le si dice che «compiuto il diciottesimo anno di età dovrà prostituirsi. È obbligatorio».
PROSTITUZIONE E “L’UFFICIO” SULLA 106
«La ragazza proveniva dall’Est (da una testimonianza nel Coriglianese, ndr) una parente l’ha costretta a prostituirsi. Le ha dato il “listino prezzi” con le prestazioni. Aveva una persona di riferimento qui, un italiano, che tutte le mattine, alle 6, la veniva a prendere davanti al bar e la portava sulla 106. Poi la riprendeva per la “pausa pranzo” e la riaccompagnava “all’ufficio” nel pomeriggio, dalle 16 alle 20. Le era fatto assolutamente divieto di usare il cellulare. Chiamate e messaggi erano possibili solo tramite il telefonino della parente». E come si è “salvata”?, si chiede.
«Un cliente l’ha aiutata. Le ha dato un telefono, con il quale è riuscita a mettersi in contatto con le forze dell’ordine e così ha denunciato».
(Tutte le storie raccolte riguardano donne uscite dal “giro” e attualmente protette e stabilizzate in altre regioni).
«Chi guidava il “pulmino” era italiano. Passava ogni mattina. Prendeva tutte le ragazze e le lasciava nei vari punti della 106».
STORIE DI DONNE SFRUTTATE SULLE STRADE
Stessa, identica, dolorosa sorte per una diciottenne del Crotonese. Lei lascia nel suo paese d’origine il suo bambino e arriva in Calabria. Qui, raccontano alcuni volontari, «gli uomini che avrebbero dovuto offrirle un lavoro le imposero invece di prostituirsi. Quando tentò di ribellarsi venne picchiata e minacciata. I trafficanti le dissero che se avesse continuato a opporsi il figlio, rimasto in Africa, sarebbe stato ucciso. Prima ancora di partire, inoltre, la ragazza era stata sottoposta a un rito “Ju ju”: una pratica tradizionale utilizzata dalle organizzazioni criminali per creare paura e sottomissione psicologica nelle vittime della tratta. Attraverso questi rituali le giovani vengono convinte che una ribellione può portare maledizioni o morte ai loro familiari».
Su quali siano, poi, i rapporti tra questo sistema straniero di malaffare e la criminalità organizzata calabrese, qualcuno più a diretto a contatto con queste storie, con le denunce e con le forze dell’ordine, suppone che ci sia una sorta di “patto di non belligeranza”. Della serie: «Io non ti tocco, tu non mi tocchi. Ognuno pensa agli affari suoi e si cerca di ricavarne il rispettivo profitto “territoriale”».
I RACCONTI
Ma sul punto, ci si muove sempre nel campo delle supposizioni. I racconti, invece, di donne incinte, partorite tra caldo, liquido amniotico, sangue e merda per strada, di tentativi di fughe seguiti da pugni, schiaffi, lividi e cicatrici sul corpo. No, quei racconti lì non sono ipotesi.
Come non è un’ipotesi la storia di una ragazza straniera, nella provincia di Cosenza, che ha cercato di scappare verso il Nord del Paese per poi vedersi «inseguita e riportata indietro» dai suoi aguzzini. Perché se non ti prostituisci per ridarmi i soldi «io ti ammazzo. E se non ammazzo te, ammazzo la tua famiglia, e se non ammazzo la tua famiglia, ammazzo il tuo bambino».
Sono madri. Quando incroci i loro sguardi sulla 106, senti un cazzotto nello stomaco, la sensazione dell’impotenza. Perché alcune sono poco più che bambine. Sono donne. E sono più semplicemente esseri umani. Ma tanto, «si sa».
«Si sa che ci sono le prostitute sulla 106». Si sa fino alla prossima strage, fino al prossimo casino mediatico. Fino al prossimo moto di coscienza generale. Nel frattempo, comunque, stanno là. Ci sono state per decenni. Ci staranno per altrettanti. Tanto, in fondo, che possiamo farci?
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