3 minuti per la lettura
È morto presso il reparto Grandi ustionati di Brindisi il sessantenne rimasto gravemente ferito durante l’incendio divampato in contrada Boscarello a Schiavonea di Corigliano-Rossano
Il suo cuore ha smesso di battere nel reparto Grandi Ustionati di Brindisi. Gregorio, il sessantenne rimasto intrappolato nel drammatico rogo della baraccopoli di contrada Boscarello a Schiavonea, non ce l’ha fatta. Quell’ottantacinque per cento di ustioni sul corpo si è rivelato fatale. La sua scomparsa, però, squarcia il velo dell’indifferenza e trasforma un fatto di cronaca nera in un profondo esame di coscienza per l’intera comunità. Gregorio, così lo chiamavano tutti a Schiavonea, con quel nome italianizzato che colmava la distanza con la sua terra d’origine, non era un’ombra senza volto, ma un uomo mite che, pur vivendo nell’estrema indigenza, aveva conservato una dignità monumentale, diventando una presenza familiare per chi frequentava i luoghi della solidarietà locale.
Chi lo conosceva ne ricorda lo sguardo pacifico e la totale assenza di pretese. Mario, volontario della mensa Caritas di Schiavonea, dove l’uomo si recava ogni sera per rimediare un pasto caldo, restituisce un ritratto commovente di questo clochard. “Anche quando andava in parrocchia a prendere i vestiti per cambiarsi, Gregorio dimostrava una compostezza d’altri tempi: sceglieva con cura solo lo stretto necessario per coprirsi, prendeva l’indispensabile e mai qualcosa di più, rifiutando fermamente ogni forma di eccesso o di elemosina superflua. Girovagava nei pressi del supermercato per racimolare il necessario per sopravvivere e a chi gli chiedeva come stesse rispondeva sempre con un rassicurante ‘tutto bene’”.
Eppure era un uomo solo, che affrontava la durezza della strada rullando sigarette con vecchi fogli di giornale. Il suo grande sogno, confidato a bassa voce tra i banchi della chiesa, era riuscire a rimettersi in sesto per tornare in patria a riabbracciare i suoi figli. Un appuntamento fisso, interrotto solo dalla tragedia, era quello sul retro dell’oratorio, dove Rosa lo incontrava ogni mattina sulle panchine. “Aveva una dignità immensa”, racconta la donna. “Gli domandavo spesso se avesse bisogno di cibo o di farmaci, ma lui rifiutava sempre con garbo. Una volta, vedendo una ferita sulla sua mano, gli offrii aiuto, ma mi spiegò che preferiva curarsi con i rimedi naturali che gli aveva insegnato sua nonna. Non aveva soldi per farlo.
Al dispensario siamo abituati a richieste continue da parte di chi soffre, ma lui non chiedeva mai nulla. Al contrario, era lui a domandare a noi se stavamo bene. Non ha mai dato disturbo, mai una parola fuori posto o ubriaco. Una persona silenziosa che ti entra nel cuore”. Se il bilancio delle vittime non è diventato una strage ancor più dolorosa, lo si deve al coraggio degli agenti della Polizia di Stato. In una nota ufficiale datata 26 giugno 2026, la Segreteria Provinciale del SIULP di Cosenza ha espresso profonda ammirazione per i quattro poliziotti della Squadra Volante del Commissariato di Corigliano-Rossano.
L’intervento nel canneto in fiamme si è rivelato drammatico. Guidati dalle urla, gli agenti si sono addentrati nell’incendio venendo investiti dall’onda d’urto causata dallo scoppio di alcune bombole di gas. Nonostante l’estremo calore, sono riusciti a trarre in salvo quattro persone. Un esempio di altissimo senso del dovere che risponde al giuramento espresso all’inizio della loro carriera.
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA