Ph Denise Ubbriaco
5 minuti per la letturaIl Walter Ricci Trio porta sul palco della 25ª edizione del Peperoncino Jazz Festival un concerto nato dall’incontro tra Naples Jazz e Neapolis Mambo. Due mondi che si fondono senza perdere la propria identità, dando vita a una musica sofisticata e popolare, elegante e irriverente, profonda e travolgente. Nella nostra intervista, Walter Ricci racconta un sound che profuma di Napoli e attraversa il jazz con ritmo, ironia e irresistibile energia.
MORMANNO (COSENZA) – Immaginate il Vesuvio che guarda il Mississippi. Il ritmo che sale, il pianoforte che incalza, la voce che graffia e accarezza. Napoli si veste di jazz e il jazz si lascia sedurre dal calore e dall’ironia partenopea. Da questo incontro nasce un linguaggio nuovo: libero, irriverente, contemporaneo. Sarà proprio questo universo sonoro a prendere vita questa sera (12 agosto), alle ore 22, sul palco di Mormanno, con il Walter Ricci Trio: Walter Ricci alla voce e al pianoforte, Antonio Napolitano al basso ed Elio Coppola alla batteria. Il Faro Votivo diventerà il punto d’incontro di queste anime musicali, il luogo in cui Napoli e il mondo finiranno per ritrovarsi sullo stesso pentagramma. Un viaggio che attraversa il Mediterraneo, strizza l’occhio al Sud America, affonda le radici nella Napoli degli anni Cinquanta e Sessanta e poi corre verso il presente.
Swing, mambo, jazz, sonorità partenopee: mondi apparentemente lontani che, nelle mani di Ricci, si cercano, si contaminano e finiscono per parlare la stessa lingua. E quella lingua è soprattutto energia. È il jazz che rompe la distanza tra palco e platea. Walter Ricci dialoga con il pubblico, lo sorprende, gli strappa un sorriso e lo trascina dentro il ritmo. In quell’istante, il jazz cambia pelle: diventa gioco, complicità. Diventa musica da vivere insieme. Questa sera, Mormanno sarà uno dei palcoscenici della 25ª edizione del Peperoncino Jazz Festival. Da un quarto di secolo, la rassegna porta il grande jazz internazionale nel cuore della Calabria, trasformando borghi, piazze, castelli e paesaggi in luoghi d’incontro dove la musica dialoga con la storia, il territorio e le comunità. Alla vigilia del concerto, abbiamo intervistato Walter Ricci: da qui parte il nostro viaggio nella sua musica, tra jazz, anima napoletana e contaminazioni.
Walter Ricci, cosa porterà con il suo trio sul palco del Peperoncino Jazz Festival?
«Un progetto che fonde Naples Jazz e Neapolis Mambo. Porteremo sul palco un concerto molto energico, in cui cerchiamo di far convivere le diverse anime della mia musica».
Si è confrontato con grandi autori e interpreti. Cosa ha scelto di conservare della tradizione e da cosa, invece, ha sentito il bisogno di allontanarsi per costruire un linguaggio personale?
«Nei miei concerti porto soprattutto la matrice jazzistica che ho costruito negli anni. Metto il jazz al servizio della mia napoletanità, fondo mondi diversi e, qualche volta, viene fuori naturalmente anche un “profumo carosoniano”. Quello che cerco di portare avanti è una tradizione napoletana capace di contaminarsi, incontrare altri linguaggi e rinnovarsi. È un po’ quello che faceva anche Pino Daniele».
Una contaminazione che nel suo ultimo lavoro trova una dimensione ancora più evidente. C’è un brano del nuovo disco che rappresenta più di altri questa sua direzione musicale?
«I due singoli “’A Freva” e “Male Assaje” hanno una matrice sudamericana nel ritmo, ma nel lessico dei testi sono profondamente napoletani. Napoli ha tante facce. Io ho voluto recuperare soprattutto quella che appartiene agli anni Cinquanta e Sessanta, cercando di farla dialogare con il presente. Da lì è nata l’idea di realizzare un disco esotico: Neapolis Mambo».
Quanto è cambiato Walter Ricci dagli inizi a oggi?
«Ho fatto uno switch nel momento in cui ho capito che la musica andava presa molto seriamente. Secondo me il trucco è proprio questo: bisogna prendere la musica sul serio quando si studia, quando ci si emoziona a casa, quando si lavora per migliorarsi. Una volta sul palco, bisogna lasciarsi andare e restituire alla musica leggerezza, emozione, divertimento. Noi jazzisti, a volte, rischiamo di chiuderci troppo nel nostro mondo. Io, invece, credo che dobbiamo guardare ai grandi del passato, a quei musicisti che sapevano parlare alle persone e coinvolgerle. Dobbiamo cominciare a pensare a un jazz capace di parlare a tutti: ai bambini, ai giovani, agli adulti, alle diverse generazioni».
Un’ambizione che sembra già trovare una risposta nella composizione del suo pubblico, che in realtà è già molto trasversale…
«Sì, è un pubblico molto vario. C’è una forbice molto ampia, dai ventenni e ventiquattrenni fino agli ultracinquantenni. Sono molto contento di questo».
Nei suoi concerti c’è un rapporto molto diretto con il pubblico. Come riesce a creare questo feeling?
«La musica che portiamo sul palco è molto coinvolgente, non soltanto per i testi e per la componente umoristica, ma anche musicalmente».
Qual è il commento del pubblico che porta nel cuore?
«Al termine del mio primo concerto all’Ex Base Nato di Napoli, dopo l’uscita di Naples Jazz, con oltre 2mila spettatori, una persona mi disse: “Tu sei il Caronte del jazz”. Un complimento bellissimo».
Walter Ricci, lei si esibisce spesso in Calabria. Che rapporto ha con il pubblico calabrese?
«Amo il pubblico calabrese. È molto attento. Mi è capitato spesso di fare concerti davanti a persone molto colte e appassionate. In generale, trovo che in Calabria ci sia qualcosa di magico. C’è molto calore e, sotto questo aspetto, trovo che i calabresi siano un po’ come i napoletani. Sento una vicinanza particolare, come se ci fosse qualcosa che appartiene alle mie stesse cellule. Proprio per questo, sono felicissimo di venire a Mormanno e di condividere la musica con i miei amici calabresi. Non vedo l’ora di vedervi in tanti».
Mentre i concerti continuano a riempire l’agenda, guarda già a una fase creativa. Walter Ricci, dopo questa lunga estate di concerti, quali saranno i prossimi progetti?
«I concerti ci portano via molto tempo e molta energia, ma stiamo anche recuperando un po’ di forze per lavorare a nuova musica tra l’autunno e il prossimo inverno».
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