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Falsa identità, soldi e documenti contraffatti: così Pasquale Bonavota visse da latitante per cinque anni nel cuore di Genova, secondo i Ros


VIBO VALENTIA – Un sistema complesso fatto di identità “prestate”, documenti falsificati, schede telefoniche intestate a terzi, denaro inviato tramite money transfer e una base logistica nel quartiere genovese di San Teodoro. È questo, secondo gli inquirenti, il reticolo che avrebbe consentito a Pasquale Bonavota di sottrarsi alla cattura per quasi cinque anni, vivendo sotto falsa identità nel cuore di Genova e riuscendo a muoversi senza destare sospetti.

CHI HA AIUTATO BONAVOTA NELLA LATITANZA


L’inchiesta, condotta dai carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (Ros) e coordinata dalla pm Monica Abbatecola, ha portato il Tribunale di Genova a emettere tre misure cautelari nei confronti di Rocco Spagnolo, Antonio Serratore e Domenico Ceravolo, tutti già detenuti per altri procedimenti. Altri cinque indagati risultano a piede libero. L’accusa è favoreggiamento aggravato e continuato con l’aggravante mafiosa, per aver agevolato la latitanza di Bonavota, recentemente assolto nel processo “Rinascita-Scott” e ritenuto vertice della locale di ’ndrangheta di Sant’Onofrio.

LA FUGA DOPO LA SENTENZA


La fuga dopo la sentenza dell’ergastolo. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Bonavota si sarebbe reso irreperibile subito dopo la condanna all’ergastolo pronunciata il 23 novembre 2018 dal Gip del Tribunale di Catanzaro. Successivamente si sarebbe sottratto anche all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare del 12 dicembre 2019, nell’ambito di un procedimento per associazione mafiosa, che lo indicava come promotore, organizzatore e capo della locale di Sant’Onofrio, con il ruolo di capo “Società”. Gli investigatori ritengono che la latitanza sia stata pianificata con largo anticipo e sostenuta nel tempo grazie a un sistema stabile di appoggi capaci di garantire copertura, sostegno economico e comunicazioni riservate.

BONAVOTA, IL DENARO TRACCIATO E LE IDENTITÀ PARALLELE


Tra gli elementi centrali vi sono i trasferimenti di denaro tramite Ria Italia: 600 euro il 4 ottobre 2021 e 640 euro il 3 novembre 2021. Le somme risultavano formalmente destinate a Francesco Lopreiato, ma secondo l’accusa sarebbero state riscosse da Bonavota utilizzando documenti falsi. Le indagini hanno documentato anche la fornitura di carte d’identità elettroniche, tessere sanitarie e codici fiscali, usati per creare documenti contraffatti. Alcuni indagati avrebbero persino provveduto a mantenere in corso di validità gli originali, così da evitare anomalie nei controlli informatici.
Non è mancata, inoltre, la copia digitale del green pass Covid-19, che avrebbe consentito al latitante di muoversi con maggiore libertà durante la pandemia.

LA BASE LOGISTICA E LA RETE DEI CONTATTI

Base della latitanza sarebbe stato un appartamento in via Bologna 76, nel quartiere di San Teodoro, preso in affitto con documentazione contraffatta. Alcuni indagati avrebbero accompagnato Bonavota agli appuntamenti con agenti immobiliari e valutato ulteriori soluzioni abitative in città. Una rete di comunicazioni riservate tramite schede telefoniche intestate a terzi avrebbe permesso contatti costanti con Calabria e Piemonte. Tra i luoghi attenzionati dagli investigatori figura anche il bar “Kekko”, nel quartiere Marassi, dove nel 2020 Bonavota si sarebbe recato più volte per incontrare sodali e mantenere collegamenti con la propria rete.

LE POSIZIONI DEGLI INDAGATI

Antonio Serratore, ritenuto figura apicale dei Bonavota in Piemonte, avrebbe fornito generi alimentari e medicinali, oltre a consegnare personalmente un telefono cellulare per conversazioni riservate. Domenico Ceravolo, ex sindacalista, avrebbe fornito copie dei propri documenti personali e ne avrebbe garantito la validità, permettendo al latitante di ottenere servizi e prestazioni. Rocco Spagnolo è accusato di aver contribuito alla ricerca dell’appartamento e di aver incontrato più volte Bonavota nel bar genovese. Altri indagati, tra cui Vincenzo Bonavota e Francesco Lopreiato, avrebbero fornito schede telefoniche, documenti e supporto logistico continuativo, creando quella che gli inquirenti definiscono una rete familiare e relazionale in grado di garantire sicurezza e copertura al superlatitante.

LE CONTESTAZIONI PENALI

Agli indagati sono contestati, a vario titolo, favoreggiamento personale aggravato dall’aver agevolato un’associazione mafiosa e, in un caso, la formazione di un documento di identità falso valido per l’espatrio. Le condotte, secondo la Direzione distrettuale antimafia, sarebbero state poste in essere tra il 2019 e il 27 aprile 2023, data dell’arresto del latitante, e avrebbero avuto lo scopo di rafforzare la capacità operativa della locale di ’ndrangheta di Sant’Onofrio, evitando che il suo presunto vertice fosse assicurato alla giustizia.

BOSS LATITANTE BONAVOTA, UNA INDAGINE ANCORA APERTA

Il provvedimento del Tribunale di Genova segna un passaggio rilevante, ma l’inchiesta è ancora in corso. La posizione degli indagati dovrà essere vagliata nel contraddittorio tra le parti e vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Nel frattempo, gli inquirenti continuano ad approfondire la rete di relazioni e i flussi di sostegno che, secondo l’accusa, avrebbero consentito a Bonavota di muoversi indisturbato nel tessuto urbano genovese, lontano dai territori d’origine ma sempre vicino ai propri riferimenti e contatti mafiosi.

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