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Mario Draghi

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Corsi e ricorsi storici della nostra politica estera a proposito di De Gasperi, Urss, Pci e Piano Marshall di allora e la Ricostruzione del Paese di Draghi di oggi con il piano europeo di riforme e investimenti, Putin, italiani alle urne e politici putiniani di sinistra e di destra. L’esperienza del governo di unità nazionale e la leadership internazionale di chi lo guida, Mario Draghi, hanno segnato lo spartiacque. O per rimpiangerlo o nel tentativo vano di cancellarlo. Queste elezioni politiche, al contrario di quello che dicono tutti, sono un’incognita. Perché più passa il tempo più la gente prende coscienza dello spartiacque. Ora è incerta e spaesata, ma alla fine deciderà con la testa sua. Le false profezie di Fratoianni sono come quelle di Togliatti anche se il paragone è oggettivamente offensivo per la statura che va riconosciuta a Togliatti e negata a Fratoianni. Le fughe dalla realtà di Salvini e i gattopardismi putiniani nascosti dentro Forza Italia assomigliano in politica estera alle false profezie di Fratoianni. Togliatti trovò sulla sua strada un De Gasperi che non si piegava. I suoi eredi minori multicolore di oggi hanno trovato sulla loro strada un Draghi che non si piega. Non si è cancellato il primo, sarà difficile cancellare il secondo.

“(…) E tutto questo, quando lo stesso Togliatti, dichiarò alla Costituente: nessuno in fondo sa che cosa sia questo piano Marshall. Se voi non sapete ancora cosa sia questo piano Marshall, perché lo proclamate piano di asservimento e perché cercate di silurarlo? Perché non interrogate la vostra coscienza di italiani e non vi domandate se il piano non sia qualche cosa di utile per la ricostruzione e la ripresa economica nazionale? Il pubblico italiano è testimone come queste indiscusse direttive date a Bialystok da Zdanov, siano diventate le direttive del Partito comunista italiano…”

Queste parole fanno parte di un discorso poco conosciuto di Alcide De Gasperi ai giovani democristiani alla Basilica di Massenzio a Roma nel 1948. È un discorso che riguarda la pace, i rapporti con l’allora URSS e con gli Stati Uniti in quella precisa stagione storica, ma è di straordinaria attualità perché si configura come una lezione di politica estera per chi oggi fa politica in un vortice globale che porterà a un nuovo ordine mondiale e per tutti i cittadini italiani che con il loro voto farebbero bene a tenere conto delle valutazioni e dei silenzi della nostra classe politica su questi temi assolutamente strategici. Ignorare oggi che cosa significa la guerra di invasione di Putin in Ucraina e che cosa ne consegue per l’economia mondiale e per il nuovo ordine internazionale, può costare molto caro al futuro del nostro Paese.

Togliatti allora aveva perfettamente capito come stavano le cose, ma non poteva dirlo. Perché sapeva certamente che quel Piano Marshall avrebbe portato la ripresa economica italiana – in realtà avemmo un vero e proprio miracolo che trasformò un Paese agricolo di secondo livello in un’economia industrializzata – ma dicendolo avrebbe dovuto rompere politicamente con Mosca e non poteva permetterselo. Sapeva Togliatti che lo stesso Piano di ripresa era stato offerto ai Paesi dell’Est come la Cecoslovacchia e l’Ungheria, ma che questi Paesi non poterono utilizzare tale opportunità perché Mosca non tollerava la prospettiva che non fossero più loro “satelliti” in quanto l’aiuto americano avrebbe inevitabilmente cambiato le cose.

Merita un’annotazione lo stupore americano degli anni a venire che non riusciva a comprendere come mai non fossero spariti dall’Italia il peso dell’ideologia comunista e la lotta di classe dei lavoratori. Credevano che il benessere cambiando la situazione e incidendo sulla qualità della vita delle persone avrebbe modificato scelte e comportamenti. Gli americani scopriranno che il Partito comunista continuava a prendere molti voti e che il caso più eclatante era l’Emilia Romagna dove prosperava il benessere più diffuso. Nonostante ciò rimaneva una regione rossa e gli americani ci portarono la Johns Hopkins University perché volevano un fortino loro in quello che chiamavano il territorio “indiano” italiano. Non riuscivano a spiegarsi secondo le categorie internazionali come potesse succedere che una comunità popolata da persone che avevano un bel lavoro, una bella casa, risorse sufficienti per fare studiare i loro figli e fare loro stessi belle vacanze, volesse continuare a fare la rivoluzione. Non capirono mai che quella comunità difendeva una tradizione di appartenenza e aveva perso qualsiasi legame concreto per fare la rivoluzione.

Vi ripropongo un altro passaggio di ricostruzione storica del discorso alla basilica di Massenzio dello statista trentino: “… Dice Longo il 1° novembre: «Accusiamo De Gasperi di portare il nostro popolo alla fame e il Paese all’asservimento e alla catastrofe economica»; e il 7 novembre, parlando di consigli di gestione, dice, sempre Longo: «i lavoratori democratici italiani sono pronti, se necessario, a tutte le battaglie, a tutti i sacrifici per difendere l’indipendenza e l’avvenire del Paese» . Il 14 novembre il Comitato centrale del Partito comunista emanò un comunicato che era tutto uno squillo di guerra «contro il governo dello straniero, della miseria, della reazione e della guerra»”. Ancora: “In una successiva risoluzione del Partito comunista poi si legge: «la politica antinazionale, antidemocratica, e antisociale del governo De Gasperi, compromette l’indipendenza del Paese, la sua economia, la pace, la democrazia, e condanna alla miseria e alla fame il popolo lavoratore»”.

Perché riproduciamo questi passaggi che appartengono a un’altra storia, vi chiederete? Perché è interessante rileggere quelle dichiarazioni avendo a mente che è accaduto poi l’esatto contrario e prendendo atto che senza la diga De Gasperi il fiume ideologico avrebbe tracimato e il miracolo economico italiano non ci sarebbe stato. Significa rendersi pienamente conto che allora vigeva l’ordine di Mosca: non dovete accettare il Piano Marshall per seguire il Piano di Stalin. Non dovete accettare De Gasperi, era il senso profondo, e quello che lui voleva dire per l’economia italiana e per la sua società.

Ora, diciamocelo chiaro, al netto della unicità di ogni singola stagione storica, il punto di fondo di oggi è capire se davanti al nuovo De Gasperi che è Mario Draghi – la sua esperienza di governo di unità nazionale per la Ricostruzione del Paese attraverso un nuovo Piano Marshall europeo e la nettezza del posizionamento geopolitico italiano e la leadership internazionale che la accompagna – quanti nello schieramento di centrosinistra e di centrodestra sono pronti a riconoscersi in questo spartiacque che sopravvive al destino delle persone a differenza di come accadde allora con Togliatti. Quanti sono pronti davvero a fare diga con il nuovo Centro.

Si tratta di capire quanti, oggi come allora, sono rimasti ancora lì nascosti dietro il muro della deriva ideologica o dei piccoli interessi di bottega, ripeto, in entrambi gli schieramenti del finto bipolarismo italiano. Bisogna vedere se l’Italia è rimasta lì o no, se è andata oltre o no. Bisogna capire quanto conta oggi la parte superstite del vecchio comunismo nelle sue declinazioni ideologiche e sovraniste. Bisogna capire che cosa ci è rimasto di tutti quelli che hanno ereditato l’antiamericanismo della lotta fra le due superpotenze che non poteva accettare che gli americani salvassero l’Europa perché si rendevano conto che gliene sarebbe stata grata e, al contrario, chiedevano di andare dietro all’Unione sovietica che non era in grado di dare niente all’Europa.

Attenzione, fermiamoci con la storia del passato e pensiamo al presente perché sta tornando la guerra fredda e il meccanismo è di nuovo quello della Russia contro l’America. La Russia non è più quella di Stalin anche se ha legami storici con il suo passato e si comporta da Stato aggressore violando le sovranità e perseguendo mire egemoniche. L’America non è più quella che aveva vinto la seconda guerra mondiale ed era in grado di rimettere in piedi l’economia italiana con i suoi dollari e dare una mano all’Europa in pezzi. Oggi l’America è, a sua volta, con problemi e invece l’Europa può essere quella che da sola si rialza e dice la sua nel nuovo ordine mondiale.

Certamente lo potrà fare se si schiera da un’altra parte rispetto alla Russia imperialista che vuole spostare il baricentro a Oriente perché la Russia stessa vuole tornare ad essere una forza orientale e vuole fare asse con la Cina. Al contrario, l’Europa sta in Occidente e deve giocare questa sua appartenenza nel campo occidentale che è proprio quello che la Russia oggi come allora non vuole. Medvedev con le sue farneticazioni esprime ciò che sente dire nei circoli sovietici russi. Zdanov era il Medvedev di Stalin perché ne era il custode della politica culturale ideologica. Arrivò a sostenere che l’unica forma di arte possibile era il realismo sovietico e che tutto il resto era arte decadente dell’Occidente compresi pittori e cineasti moderni. Mettendo anche qui in crisi il Pci che aveva avuto tratti di apertura nei confronti della cultura moderna. È inevitabile, oggi, prendere una posizione. A chi allora si immaginava che si potesse prendere una terza via senza schierarsi né con l’Occidente né con l’Oriente e ai loro nipotini di oggi, bisogna dire con chiarezza che a un certo punto, e oggi è proprio quel certo punto, non puoi più stare in mezzo e occorre scegliere, dire con nettezza dove ti collochi ed essere totalmente coerente nei comportamenti. Oggi se stai in mezzo sei solo un’occasione per essere conquistato: invece di avere un nemico, ne avrai due.

Vengono fuori le debolezze della cultura politica italiana che ha in generale espunto il problema della politica estera. La differenza che c’è nei media europei nel racconto della politica estera dove l’Italia è la cenerentola assoluta ci dice che noi abbiamo abolito la politica estera e l’abbiamo trasformata in una scelta pseudo morale del tipo “noi stiamo con i buoni” e così ci collochiamo a nostro piacimento una volta di qua e una volta di là. L’esperienza del governo di unità nazionale e la leadership internazionale di chi lo guida, Mario Draghi, hanno segnato lo spartiacque. O per rimpiangerlo o nel tentativo vano di cancellarlo.

Queste elezioni politiche, al contrario di quello che dicono tutti, sono un’incognita. Perché più passa il tempo più la gente prende coscienza dello spartiacque. Ora è incerta e spaesata, ma alla fine deciderà con la testa sua. Le false profezie di Fratoianni sono come quelle di Togliatti anche se il paragone è oggettivamente offensivo per la statura che va riconosciuta a Togliatti e negata a Fratoianni. Le fughe dalla realtà di Salvini e i gattopardismi putiniani nascosti dentro Forza Italia assomigliano in politica estera alle false profezie di Fratoianni. Togliatti trovò sulla sua strada un De Gasperi che non si piegava. I suoi eredi multicolore di oggi hanno trovato sulla loro strada un Draghi che non si piega. Non si è cancellato il primo, sarà difficile cancellare il secondo.


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