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La sede della Regione Lombardia

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LE DUE ITALIE. La Campania costretta a fare a meno di 10.490 dipendenti. A MILANO E DINTORNI: Nello stesso periodo, i medici negli ospedali aumentavano di 290 unità

Mentre dal 2012 al 2018 l’Italia “perdeva” oltre 42mila operatori sanitari, tra medici e infermieri, e solo la Campania era costretta a fare a meno di 10.490 dipendenti, in Lombardia, nello stesso periodo, i medici negli ospedali aumentavano di 290 unità.

È solo un dettaglio (non secondario, però) che mostra come, nel corso degli ultimi 15-20 anni la Regione di Attilio Fontana, e più in generale tutte quelle del Nord, abbiano potuto potenziare il sistema sanitario potendo beneficiare di maggiori risorse provenienti da una iniqua ripartizione del fondo nazionale, mentre il Sud era soffocato da lacci e lacciuoli imposti da Piani di rientro della durata decennale.

Eppure, la sanità lombarda non ha brillato nella gestione dell’emergenza Covid-19, soprattutto durante la prima ondata, colpa anche di un sistema troppo ospedalocentrico e legato all’attività privata, a discapito della medicina del territorio.

Che il Sud sia stato storicamente penalizzato lo dicono fonti autorevoli come la Corte dei Conti: la spesa per investimenti, ad esempio, è stata del tutto squilibrata territorialmente: dei 47 miliardi totali impegnati in 18 anni (2000-2017), oltre 27,4 sono finiti nelle casse delle regioni del Nord, 11,5 in quelle del Centro e 10,5 nel Mezzogiorno.

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È questa l’analisi che emerge dal sistema dei Conti Pubblici Territoriali (CPT) e che riprende la Corte dei Conti: in termini pro-capite, significa che mentre la Valle d’Aosta ha potuto investire per i suoi ospedali 89,9 euro, l’Emilia Romagna 84,4 euro, la Toscana 77 euro, il Veneto 61,3 euro, il Friuli Venezia Giulia 49,9 euro, Piemonte 44,1, Liguria 43,9 euro e Lombardia 40,8 euro; la Calabria ha dovuto accontentarsi di appena 15,9 euro pro-capite, la Campania 22,6 euro, la Puglia 26,2 euro, il Molise 24,2 euro, il Lazio 22,3 euro, l’Abruzzo 33 euro.

Altri indicatori confermano che, ogni anno, al Nord arrivano maggiori trasferimenti da Roma destinati alla sanità: dal 2017 al 2018, ad esempio, proprio la Lombardia ha visto aumentare la sua quota del riparto del fondo sanitario dell’1,07%, contro lo 0.75% della Calabria, lo 0,42% della Basilicata o lo 0,45% del Molise. Meno risorse e più vincoli finanziari, hanno portato ad un progressivo depauperamento di risorse umane che ha svuotato gli ospedali di personale e competenze. E che ha aumentato, nel corso degli anni, il gap Nord-Sud.

In Puglia, ad esempio, dove si conta una popolazione di 4,1 milioni di abitanti, attualmente il personale sanitario a tempo indeterminato impegnato negli ospedali supera di poco le 35mila unità; in Emilia Romagna (4,4 milioni) i dipendenti sono invece oltre 57mila, in Veneto (4,9 milioni) quasi 58mila, in Toscana (3,7 milioni) sono quasi 49mila, in Piemonte (4,3 milioni) sono 53mila, non parliamo della Lombardia dove si sfiora le 100mila unità.

La Campania, che fa 5,8 milioni di residenti, può contare soltanto su 42mila operatori sanitari, persino il Lazio (5,8 milioni di abitanti) ha appena 41mila dipendenti a tempo indeterminato al lavoro nella sua sanità. Nel 2017, la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia – secondo il rapporto “Osservasalute” elaborato dall’Università Cattolica di Roma – è leggermente aumentata rispetto al 2016 posizionandosi a 1.866 euro, ma è lievitata soprattutto al Nord. La situazione peggiore è in Campania, dove mediamente lo Stato spende 1.723 per residente, contro i 2.015 della Valle d’Aosta, i 1.904 della Lombardia oppure i 1.945 del Friuli Venezia Giulia. Dalla spesa ai posti letto negli ospedali il divario resta: la Campania ne ha 2,62 ogni mille abitanti, la Lombardia 3,47.

Il Nord, mediamente, “viaggia” su oltre tre posti letto ogni mille residenti. Anche questa fotografia è scattata dalla Corte dei Conti nel “Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica” e “immortala”, se ce ne fosse ancora bisogno, le drastiche e inique differenze tra le due Italie anche in un settore delicato come quello della salute, diritto garantito dalla Costituzione. C’è un Paese che, negli ultimi 15 anni, ha finanziato i suoi territori facendo figli e figliastri.

Il problema è a monte: dal 2012 al 2017, nella ripartizione del fondo sanitario nazionale, sei regioni del Nord hanno aumentato la loro quota, mediamente, del 2,36%; altrettante regioni del Sud, invece, già penalizzate perché beneficiare di fette più piccole della torta dal 2009 in poi, hanno visto lievitare la loro parte solo dell’1,75%, oltre mezzo punto percentuale in meno. Tradotto in euro, significa che, dal 2012 al 2017, Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Toscana hanno ricevuto dallo Stato poco meno di un miliardo in più (per la precisione 944 milioni) rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria.


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