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Doris Lessing, fotografata poco dopo aver ricevuto la notizia della vittoria del Nobel per la letteratura

Tempo di lettura 6 Minuti

Doris Lessing è seduta a gambe larghe sul primo gradino di casa, nel quartiere Hampstead di Londra. Indossa una camicia a quadri, un gilet etnico e una gonna di jeans che arriva al polpaccio. Ha i lunghi capelli grigi legati in una coda, le sue famose trecce laterali sono un po’ sfatte, alcune ciocche sfuggite galleggiano nell’aria. Poggia il braccio destro sul ginocchio, con la mano sinistra si tiene la fronte, guarda a terra, ha la bocca leggermente aperta ma ha smesso di parlare con il capannello di giornalisti, cameramen e fotografi che le si assiepano attorno. Sembra, per un solo attimo, sopraffatta. È una delle foto sue più famose. È il 2007, ha 87 anni, è appena tornata dalla spesa quotidiana, carica di buste e ignara, e quel gruppo eterogeneo di giornalisti, che l’aspettava davanti casa, le ha comunicato che ha finalmente vinto il premio Nobel per la letteratura.

Bisogna, a questo punto, fare alcuni passi indietro. Doris Lessing è bambina, si chiama ancora Doris May Tayler, vive nella Rhodesia britannica, l’odierno Zimbabwe, dove il padre voleva trovare fortuna come coltivatore di mais. Abita in una capanna di fango, ma piena di libri, li fa arrivare la madre dall’Inghilterra in grandi scatole di cartone. Doris Tayler ama guardare “i tramonti d’oro, viola e arancio che incendiano il cielo della sera” o stare seduta sulle rive dello Zambesi a osservare l’acqua e il volo degli uccelli d’Africa. Più di tutto però ama leggere.

Una volta Doris Lessing ha scritto che “forse il destino non è altro che il temperamento di ciascuno di noi, quello che attrae invisibilmente la gente e gli eventi”. Scorrendo la sua vita ricca di battaglie, cambiamenti, provocazioni, ricerche e sfide, non si può non essere d’accordo. Il temperamento di Doris Lessing è stato, in ogni sua età, impetuoso, aperto, onesto, curioso, libero.

Doris May Tayler a 13 anni smette di frequentare la rigida scuola cattolica. Si sente limitata e costretta. Vuole imparare. Lo fa da autodidatta. Legge moltissimo. A 15 anni lascia la casa, fa molti lavori, bambinaia, centralinista, sposa un uomo, diventa madre, divorzia, diventa comunista per quello che lei ha detto essere lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi, e perché aveva finalmente trovato un gruppo di gente che leggeva qualsiasi cosa anche se poi trovava qualsiasi cosa indegna di essere letta, si risposa con Gottfried Lessing, va a vivere a Londra, smette di essere comunista quando ritiene che sia diventato alla stregua di entrare in una setta.

Nel frattempo diventa scrittrice, come voleva fin da bambina, nelle sue storie denuncia la situazione sociale e politica degli africani nelle Colonie, il razzismo, l’apartheid e descrive, nel modo più veritiero possibile, la condizione femminile.

Facciamo un passo avanti. Doris Lessing è ormai Doris Lessing, ha scritto più di 50 libri, e poi saggi, testi teatrali, articoli e due volumi di autobiografia. Non cessa di avere il suo temperamento ardente, schietto, combattivo. Nel 1983, pubblica uno dei suoi libri più belli, Il diario di Jane Somers, con lo pseudonimo di Jane Somers. Lo fa per denunciare l’ingiustizia del mercato editoriale nei confronti degli scrittori esordienti. Il libro infatti ha scarsa promozione, va male. Viene giudicato “poco commerciabile”. L’anno dopo, Doris Lessing pubblica il seguito e rivela in quella occasione di essere l’autrice dei due libri. Il primo libro viene riconosciuto notevole dalla critica, recensito, promosso. Nel 1992, rifiuta il titolo di Dame of the British Empire, che qualcuno al governo le aveva imprudentemente offerto. Lei risponde con una lettera ironica in cui chiede se l’Impero britannico esista ancora e, in quel caso, dove lo si possa trovare, e scrive che offrire tale onorificenza a una scrittrice, che ha trascorso decenni della sua vita combattendo contro l’idea stessa dell’Impero e le sue storture, sia una mossa quantomeno singolare.

Nel corso degli anni, vince, tra gli altri, il premio Grinzane Cavour, il Principe delle Asturie per l’impegno in difesa della libertà e del Terzo mondo, il David Cohen British Literature Prize. Viene insignita della laurea ad honorem dall’Università di Harvard. Torniamo al giorno in cui viene sorpresa, dopo la spesa, dal capannello di giornalisti. Le dicono che ha vinto il Nobel che aspettava da trent’anni. “Cristo!”, si fa sfuggire. Ma poi aggiunge, “Era ora. Ho vinto ogni premio che c’è in Europa, ogni dannato premio. E con questo sono deliziata di averli vinti davvero tutti, l’intera collezione. Ho fatto scala reale”.

Il suo discorso per il conferimento del Nobel, l’ha intitolato Sul non vincere il premio Nobel. Nel discorso ha raccontato della sua visita a una scuola zimbabwese, quattro pareti di mattoni su fango e polvere, dove tutti le hanno chiesto, ripetutamente di procurare loro dei libri, la cosa più rara e preziosa lì. Ha raccontato poi di come, tempo dopo, fosse andata in un’antica e rinomata scuola londinese, con una delle biblioteche più fornite al mondo, lì parlò della scuola dello Zimbabwe. “Ho fatto del mio meglio” – ha detto ripensando alle facce poco partecipi dei ragazzi che l’ascoltavano – “Loro sono stati educati”. “Faccio del mio meglio. Loro sono educati”, racchiude forse tutto il senso del rapporto che Doris Lessing ha avuto con il suo pubblico occidentale. “Siamo una massa logora, noi, nel nostro mondo minacciato. Siamo capaci di essere ironici, cinici persino. Esitiamo a usare alcune parole e idee, tanto ci son divenute consunte. Ma potremmo dare nuova vita ad alcune parole che hanno perso la propria potenza. Abbiamo una stanza del tesoro della letteratura, che risale agli egizi, ai greci, ai romani. […] Supponiamo che non esista. Come saremmo vuoti, poveri”.

Ma c’è qualcosa che accomuna noi occidentali, che possiamo gloriarci di molti premi, agli allievi delle cadenti scuole africane, che quasi certamente non vinceranno alcun premio: è il riscatto che viene dal narrare, che è in tutti coloro che sentono la fiamma dell’ispirazione, ovunque siano, ora e dalla notte dei tempi. “Il cantastorie è nel profondo di ciascuno di noi. Supponiamo che il nostro mondo venga devastato da una guerra […]. Supponiamo che il livello del mare si alzi, che le nostre città vengano sommerse dalle acque. Il cantastorie sarà lì, perché è la nostra immaginazione a darci forma, a preservarci, a crearci – nel bene e nel male. Sono le nostre storie che ci fanno rinascere quando siamo laceri, feriti, persino distrutti. È l’inventore di storie, il fabbricatore di sogni, il creatore di miti a essere la nostra fenice[…]”.


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