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Tempo di lettura 5 Minuti

Sarebbe stato meglio il “gratta e vinci” oppure una semplice riffa per assegnare alle 3.150 imprese più veloci gli aiuti a fondo perduto per l’acquisto «di dispositivi di protezione per l’emergenza Codiv -19». Invece tutto si è svolto in un nano secondo, forse anche meno. Il tempo di un click. Un pulsante da digitare alla velocità della luce. Un contatore che s’è spento ancora prima di partire. Un clickday, chi fa prima prende i soldi, per assegnare rimborsi, chi resta fuori si arrangia.

Succede anche questo al tempo del Coronavirus. Una lotteria della disperazione che risale alle ore 9 dell’11 maggio scorso. Solo ieri, però, è apparso l’elenco delle imprese sprint sul sito di Invitalia. Hanno chiesto i rimborsi documentando le spese sostenute per i dispositivi medici 249.681 piccole e medie aziende. Di queste 205.573 avevano i requisiti in regola.

BOLT DA TASTIERA

Non avranno un euro bucato. Sono arrivate con qualche decimo di secondo in ritardo. Roba da finale dei cento metri piani. Bolt da tastiera. Nel primo secondo sono partite 8.092 prenotazioni. Nel primo minuto erano già 41.291. L’ultima “qualificata” che ha ottenuto il contributo ha presentato la domanda alle h 9.00:1.046749.

Un meccanismo da telequiz per distribuire 50 milioni di euro, il finanziamento previsto dal Bando “Impresa sicura”. Solo chi ha spinto il tasto “invia” in quella frazione di secondo incasserà da un massimo di 150mila euro a un minimo di 500 euro di rimborso. E gli altri? Niente. Le richieste ammontano in totale a 1 miliardo, 207 milioni, 561 mila euro.

TUTTI PAZZI PER IL CLICK

Stavolta non c’è stato il collasso del cervellone Inps andato in tilt, crollato sotto il peso delle partite Iva. C’è l’impazzimento della macchina statale, la sottovalutazione del problema. Duecentomila imprese che avevano chiesto un rimborso per le spese sostenute, mascherine, sanificazione, guanti, visiere e quant’altro e non lo avranno.

Con una “aggravante”: non c’è nulla che sia andato storto, un hacker, un attacco informatico. No. Era stato tutto pianificato secondo un criterio assurdo e demenziale. Un corto circuito mentale: ritenere che quella “mancia” gettata in pasto alle aziende potesse bastare.

«MA LA PIATTAFORMA HA TENUTO»

In quel secondo «la piattaforma ha tenuto», si affannano a spiegare i responsabili di Invitalia. Come dire che la colpa non è loro e che forse poteva andare anche peggio. Chessò, una esplosione, pc in frantumi. Dal prossimo 26 maggio, comunque, le imprese più sprint, quelle che hanno prenotato un rimborso, potranno inoltrare le domande. Poi passerà altro tempo per passare all’incasso.

Il problema è a monte. E lo coglie in pieno Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Veneto.

«Una vergogna sia per la cifra, 50 milioni, sia per la sicurezza di 17 milioni che lavorano, sia per le modalità – dice il presidente – Ho ricevuto decine di telefonate di imprenditori imbufaliti non tanto per il contributo che non riceveranno, ma per la presa per i fondelli che questo bando ha rappresentato per le imprese e peri i lavoratori. Ci sono professionisti che hanno speso tre-quattro ore di lavoro, quindi forze levate alla creazione di valore aggiunto, per compilare debitamente la domanda, per poi venire scalzati perché il click è arrivato 1,046 secondi dopo l’apertura del bando. La prossima volta assoldiamo dei giocatori professionisti di video giochi perché qui è una questione di abilità e coordinazione occhi-mano, non certo di correttezza e qualità della domanda».

Il presidente degli industriali veneti chiede che almeno, per correre ai ripari «ci sia un parziale scorrimento o un rifinanziamento, che si trovi il modo, in sede di conversione del decreto Rilancio, di recuperare gli altri», visto che si parla di una manovrona da 55 miliardi di euro.

«Che i debiti – chiosa Vescovi – si facciano per lo meno per cause giuste e utili, come i dispositivi di sicurezza sul lavoro».

UN FLOP DAY DOPO L’ALTRO

Invitalia non è nuova a figuracce del genere. Il flop day è l’ultima perla del commissario per l’emergenza Domenico Arcuri. La sua struttura, insieme a Unioncamere, si è occupata di realizzare la piattaforma digitale, lanciare il bando e istruire tutte le pratiche. L’input è partito però dal ministero dell’Economia.

«A mancare non è solo la liquidità ma anche il contributo per ripartire in sicurezza – mette il dito nella piaga Giorgio Mulè, deputato e portavoce di Forza Italia – nel nuovo decreto dovrebbero esserci circa 200 milioni… finiranno, per la legge delle proporzioni, in 3,5 secondi? Una follia, se si pensa che il minimo che si poteva e doveva fare per arginare una crisi economica dettata da una crisi sanitaria era di dotare appunto le imprese in procinto di riaprire delle dotazioni sanitarie necessarie. Lo stanziamento di risorse così insufficienti – continua il portavoce degli azzurri di Camera e Senato – denota la totale mancanza di contatto con la realtà da parte del governo, impegnato a salvare il ministro della Giustizia Bonafede e distribuire poltrone per tenere in piedi una maggioranza spaccata e incapace. Nel mentre – conclude – oltre 90 mila tra bar e ristoranti, il 30 per cento, non sono riusciti ad aprire e forse non riapriranno tra spese di affitto, fornitori e tasse. Il Paese reale abbassa la saracinesca e lentamente muore la credibilità di questo governo».

In gioco c’è anche quella di Invitalia. Investita da una polemica dietro l’altra. Sotto l’occhio del ciclone è finito il commissario Arcuri impegnato su più fronti e spesso lasciato solo. Quando non ci mette del suo, sequestrando e dissequestrando a piacimento i dispositivi medici fatti requisire dai doganieri, ci pensano i ministri e i il governo a fargli predisporre bandi destinati a durare un secondo.

LE MASCHERINE IMPORTATE

La vicenda legata alle mascherine importate dalle Sir Safety system di Assisi e bloccate da un mese a Malpensa andrà chiarita forse già in Parlamento nelle prossime sedute. In molti vogliono vederci chiaro. Il commissario non sembra molto versato per le spiegazioni. Ieri, intorno alle 13.30, è salito a Palazzo Chigi per incontrare il premier Conte. Intercettato poco dopo in via Napoli è stato paparazzato. Era senza mascherina. Il suo incubo.

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