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Valentino Mannias nei panni di Salvatore Mele in "Il Mostro"

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La miniserie Netflix in quattro puntate diretta da Stefano Sollima; “Il Mostro”, un’indagine nell’oscurità dell’Italia.


Presentato all’ultima festival di Venezia, Il Mostro, miniserie Netflix in quattro puntate diretta da Stefano Sollima, rappresenta un audace tentativo di affrontare cinematograficamente uno dei cold case più intricati e dolorosi della storia italiana recente: gli omicidi seriali del “Mostro di Firenze”. Sicuramente si tratta di una serie che fa e farà discutere, sia per la vicenda trattata, ma non di meno per le scelte di formato effettuate. Uscita a fine ottobre 2025 in concomitanza con il decimo anniversario di Netflix in Italia, la produzione evita la struttura tradizionale del giallo poliziesco per immergersi nelle torbide acque delle relazioni umane, dei segreti familiari e del contesto socio-culturale della provincia italiana tra gli anni ‘60 e ‘80.

Con un approccio che privilegia l’analisi psicologica e ambientale sulla risoluzione del caso, Sollima ci consegna un’opera ambiziosa e sfaccettata che ha già diviso critica e pubblico. Diciamolo subito ed apertamente, chi si aspettava un true crime oppure una serie sul serial killer trattato come protagonista rockstar rimarrà molto deluso. La serie non segue il modello investigativo convenzionale. Piuttosto che una progressione lineare verso l’identificazione del colpevole, “Il Mostro” adotta una struttura narrativa complessa, con continui salti temporali tra gli anni ‘80, periodo degli omicidi, e gli anni ‘60, quando tutto ebbe inizio con il primo duplice omicidio di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco.

LO STILE INCONFONDIBILE DI SOLLIMA

Il fulmineo collegamento stabilito dalla procuratrice Silvia Della Monica tra il delitto del 1968 e gli omicidi successivi conduce lo spettatore nel cuore della “pista sarda“, esplorando le intricate vicende delle famiglie Mele e Vinci, una comunità di sardi trapiantati in Toscana. La serie si sviluppa come un gioco di scatole cinesi, dove ogni episodio è dedicato a un diverso sospettato, mostrando come ciascuno di loro avrebbe potuto commettere gli omicidi.

Questo approccio, come spiega lo stesso Sollima, non mira a fornire una soluzione definitiva al caso, ma a “abbracciare tutte le tesi” sui numerosi sospettati che nel corso delle indagini furono processati e in alcuni casi incarcerati. Stefano Sollima, regista affermato di “Gomorra” e “Suburra“, applica il suo stile inconfondibile a un materiale profondamente diverso dalle sue opere precedenti. La regia è atmosferica e deliberatamente oscura, con circa l’80% delle scene così scarsamente illuminate da rendere difficile distinguere ciò che avviene sullo schermo.

Questa scelta estetica, se da un lato contribuisce a creare un’atmosfera claustrofobica e angosciante, dall’altro è stata criticata per eccessiva pesantezza. Sollima dimostra rigore nella ricostruzione storica e criminale, avvalendosi della consulenza continua sul set di Francesco Cappelletti, grande esperto della questione, che ha ricostruito minuziosamente le scene del crimine basandosi sul materiale d’archivio.

“IL MOSTRO”, UN’INDAGINE NELLA TENSIONE INTERIORE DI BULLITTA

Il regista affronta le scene di violenza con un approccio rispettoso verso le vittime, mostrando «solo quello che era strettamente necessario a comprendere l’orrore, senza dedicargli un fotogramma di più». Va sottolineato l’incredibile sforzo fatto al livello scenografico da Paki Meduri (lo stesso che ha creato gli interni della serie Gomorra). «La geografia degli interni delle case, i corridoi, il tipo di porte sono fedelissimi e dove abbiamo potuto abbiamo girato nelle vere location» spiega Meduri. La serie si distingue per una scelta coraggiosa del cast, composto principalmente da attori sardi non convenzionali, lontani dai soliti circuiti del cinema italiano. Le performance sono generalmente convincenti.

Valentino Mannias (Salvatore Vinci) offre una delle interpretazioni più potenti, trasmettendo con efficacia l’ambiguità e la violenza del suo personaggio, un uomo costretto ad “essere un uomo” nel peggior modo possibile. Marco Bullitta (Stefano Mele) rende perfettamente la tensione interiore di un uomo diviso tra la sua vera natura e gli affetti familiari. Francesca Olia (Barbara Locci) interpreta con sofferta intensità una donna che diventa simbolo della volontà di rivalsa femminile, schiacciata da una società maschilista e violenta. Siamo di fronte ad una riflessione sulla società italiana dell’epoca.

UN TENTATIVO DI RACCONTARE UNA PAGINA NERA ITALIANA

“Il Mostro” scava nel torbido per mostrare la genesi del male, che affonda le radici in un’Italia provinciale, patriarcale e ipocrita, dove le dinamiche familiari sono ancora legate a codici arcaici. Proprio per questo molto non lo ameranno e preferiscono uno show facile dove c’è il serial killer ben evidente. La serie mette in luce il ruolo oppresso della donna in questa società, costretta tra l’essere “serva o puttana”, diventando l’ignara scintilla delle passioni e abiezioni maschili, dove la libido maschile è determinata dall’oppressione della donna.

Esplora con efficacia le tensioni sociali della provincia italiana, quel vischioso intreccio di famiglia e società arcaiche da cui non può che nascere «un universo di piccoli e grandi mostri». La ricostruzione storica è attenta anche nel mostrare come negli anni ‘60 fosse ancora culturalmente accettabile il “delitto d’onore”, offrendo una riflessione che arriva fino alla violenza di genere contemporanea. La serie riesce nell’intento di mostrare come il “mostro” non sia necessariamente un singolo individuo, ma possa essere il prodotto di un intero sistema culturale malato. È un’opera che, come il caso reale che racconta, non offre risposte facili né soluzioni definitive, ma invita a una riflessione profonda sulle radici del male e sulla complessità della natura umana.

Nonostante le sue imperfezioni, “Il Mostro” rappresenta un tentativo lodevole di raccontare una delle pagine più oscure della cronaca italiana senza scadere nel morboso o nel sensazionalismo, mantenendo sempre un profondo rispetto per le vittime e i sopravvissuti. Un’opera certamente imperfetta, ma che dimostra come il cinema italiano sappia ancora confrontarsi con storie complesse e dolorose in modo maturo e riflessivo.

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