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Shin Hye-sun nei panni di Sarah Kim in "Art of Sarah"

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Una nuova serie coreana approda su Netflix: “The Art of Sarah”, dove l’ossessione dell’apparire mostra come la società indossi maschere su maschere nella vita di tutti i giorni.



C’È una scena che resta subito impressa, disturbante nella sua semplicità: un cadavere nelle fogne di Seul, con una borsa di lusso a coprire il volto. Non un’arma, non un caso. Una borsa. O forse una borsa è un’arma. È qui che The Art of Sarah, ennesima serie coreana disponibile su Netflix, ti prende per mano e ti trascina in un abisso che, più guardi, più ti sembra familiare. Se cercate un giallo o thriller classico andate via, ma se volete qualcosa di più allora siete nel posto giusto. Questa non è una storia che parla di una truffatrice geniale. Parla di noi. Parla di quanto siamo disposti a credere a ciò che vogliamo vedere. E la prima cosa è credere a chi è Sarah Kim.

La protagonista, infatti, interpretata da una straordinaria Shin Hye, non esiste. O meglio, esiste in mille versioni: Mok Ga-hui, commessa sfruttata senza nemmeno il diritto a una pausa bagno; Kim Eun-jae, hostess che arriva a vendere un rene pur di sopravvivere; Sarah Kim, direttrice regionale di Boudoir, brand di lusso esclusivo. Ognuna di queste donne è reale. Ognuna è falsa. E il confine tra le due cose è esattamente dove la serie sceglie di vivere.

GESTIRE LE IMPRESSIONI COME IN UN PALCOSCENICO

Viviamo in un’epoca in cui l’identità è diventata un progetto personale, un prodotto da lanciare sui mercati. I social, ma non solo, ci hanno insegnato che ciò che mostriamo vale più di ciò che siamo, che il personal branding è sopravvivenza, che la narrazione di sé è un’arte e che chi la padroneggia meglio vince. Sarah Kim non fa altro che portare questa logica alle sue estreme conseguenze. Lei non mente: performa. E lo fa meglio di chiunque altro. C’è, però, qualcosa di più profondo, e più inquietante, che la serie intercetta: l’identità. Quella cosa che un tempo si costruiva lentamente, attraverso radici, comunità, memoria condivisa, si è liquefatta. Non è un processo iniziato ieri. Zygmunt Bauman lo annunciava già decenni fa parlando di “modernità liquida“, di un mondo in cui nulla è solido abbastanza da durare, nemmeno il sé.

Ma oggi quella liquidità ha accelerato fino a diventare volatilità pura. Cambiamo lavoro, città, relazioni, opinioni, estetiche. Cambiamo il modo in cui parliamo a seconda di chi ci ascolta. Abbiamo un profilo LinkedIn, uno Instagram, uno su WhatsApp per la famiglia e uno per gli amici e ognuno racconta una versione diversa, selezionata, di chi siamo. Non è ipocrisia: è la norma. È ciò che il sociologo Erving Goffman chiamava “gestione delle impressioni”, portata però a una scala e a una velocità che lui non avrebbe potuto immaginare. Ogni piattaforma, sempre di più, è un palcoscenico diverso, ogni pubblico richiede una maschera diversa, e dopo un po’ smetti di sapere quale volto è quello originale, ammesso che ne esista ancora uno.

“ART OF SARAH”, L’OSSESSIONE NEL DOVER APPARIRE SEMPRE AL MEGLIO

Sarah Kim è la versione estrema di qualcosa che facciamo tutti in misura minore. La differenza è che lei lo fa consapevolmente, con una lucidità chirurgica, trasformando la fluidità identitaria da condanna in strumento di potere. Dove noi ci perdiamo nel tentativo di essere tutto per tutti, lei sceglie con precisione chi essere e quando smettere. La domanda che la serie lascia sospesa nell’aria, «Se non riesci a distinguere il falso dal vero, è davvero falso?», non è retorica.

È la domanda della nostra contemporaneità. Abbiamo una risposta? Quello che colpisce di questa serie è la lucidità con cui racconta il meccanismo che trasforma una vittima in carnefice. Mok Ga-hui non nasce truffatrice: nasce in un sistema che la schiaccia, che la rende invisibile dietro una vetrina patinata, che la condanna a ripagare furti da 50 milioni di won mentre i chaebol, termine per indicare i conglomerati aziendali familiari, restano intoccabili. Qui la serie è un atto d’accusa preciso alla società contemporanea e non solo coreana.

La Corea del Sud funziona da amplificatore ipnotico di dinamiche che riconosciamo ovunque: la piramide sociale rigida, il lusso come barriera invalicabile, lo status come unica forma di rispetto. Le code infinite per un drop limitato di Hermès, le borse usate come carta d’identità sociale, i party glamour che nascondono retrobottega dove artigiane lavorano in condizioni disumane. Tutto questo non è fantascienza. È cronaca. Sarah non sovverte il sistema: lo usa contro sé stesso, creando borse contraffatte, assemblate in Corea con componenti cinesi a basso costo, vendendole a un’élite troppo arrogante per ammettere di non saper distinguere il vero dal falso.

UNA SERIE DOVE OGNI TESTIMONIANZA CONTRADDICE LA PRECEDENTE

Vi suona familiare? La sua truffa funziona perché il valore delle cose, oggi, non è nella sostanza ma nella narrazione. Il brand sopravvive alla menzogna perché la menzogna è il brand. Per il racconto è menzogna. E non c’è giudizio di valore in questo. Di fronte a questo vortice Lee Joon-hyuk, il detective Park Mu-gyeong come un uomo che vuole ancora credere nella verità oggettiva e proprio per questo fatica. Ogni testimonianza contraddice la precedente, ogni prova apre un nuovo dubbio. La struttura narrativa non lineare della serie, con episodi intitolati come capitoli di un caso, smonta e rimonta la stessa storia da angolazioni sempre diverse.

Meccanismo elegante e fortemente politico. In un’era in cui la realtà è frammentata in versioni, in cui ogni storia ha il suo fact-checking e il suo debunking, in cui la verità è spesso una questione di prospettiva – o di potere – The Art of Sarah ci ricorda che credere ciecamente a una narrazione è sempre pericoloso. Di qualunque cosa di tratti.
Un thriller elegante e spietato con una regia lucida firmata da Kim Jin-min, che sa passare dall’estetica patinata degli ambienti di lusso alla crudezza degli interrogatori senza mai perdere il filo. Una serie che lascia addosso un certo disagio difficile da scrollarsi di dosso.

Perché alla fine, guardando Sarah costruirsi e distruggersi e ricostruirsi ancora, viene spontaneo chiedersi: quante maschere indossiamo noi ogni giorno? Quante identità abitiamo in contemporanea – al lavoro, sui social, con la famiglia, con gli estranei? E soprattutto: quale di queste siamo davvero? Forse la risposta, come nella serie, è più ambigua di quanto vorremmo ammettere. E forse è proprio questa ambiguità, non la truffa di Sarah, non le sue borse false, ciò che la serie vuole raccontare

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