Ge Hu nei panni di Ah Bao in "Blossoms Shanghai"
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“Blossoms Shanghai” è la prima serie tv che porta la firma di Wong Kar-wai; disponibile su MUBI, è incentrata sulla carriera del giovane Ah Bao.
C’è un momento, nei primi episodi di Blossoms Shanghai, in cui la macchina da presa si ferma su un vicolo al neon della Shanghai anni Novanta con la pazienza di chi guarda un quadro. Non è un espediente. È riconoscibile, quasi riflesso condizionato per chi conosce il cinema di Wong Kar-wai: quella stasi deliberata, quella luce che non illumina ma avvolge. Parliamo di uno dei cineasti viventi più ammirati, riconosciuti e amati, specialmente dai colleghi. Wong Kar-wai in tv è un evento anomalo, quasi una contraddizione in termini. Il regista di Hong Kong – quello di Chungking Express, di Happy Together, di In the Mood for Love – ha costruito per trent’anni un cinema in cui il tempo rallenta fino quasi a fermarsi, i personaggi si sfiorano senza afferrarsi, e ogni inquadratura porta il peso di qualcosa che non verrà mai detto.
Passare alla serialità non è, per lui, una resa. È una questione di spazio. Blossoms Shanghai, disponibile su MUBI da fine febbraio 2026, è la prima serie televisiva che porta la sua firma. Tratta dal romanzo omonimo di Jin Yucheng – pubblicato nel 2013, pluripremiato, già caso letterario in Cina – racconta l’ascesa di Ah Bao, un giovane di origini modeste che nella Shanghai del boom economico degli anni Novanta diventa “Mr. Bao”, figura rispettata e temuta nel mondo degli affari. Trenta episodi da quarantacinque minuti ciascuno: una durata che non si giustifica con le logiche del palinsesto, ma con quelle del romanzo.
WONG KAR-WAI E LA SUA MACCHINA DEL TEMPO
La struttura espansiva ed episodica del romanzo aveva bisogno di spazio” ha detto lo stesso Wong. «I trenta episodi ci hanno permesso di conservarne l’essenza, quest’accumulo di piccoli momenti che insieme producono l’affresco di un’epoca». È una dichiarazione programmatica. Qui non si tratta di adattarsi a un formato, ma di usarlo. Il confronto con la serialità occidentale, e anche con quella cinese mainstream viene da sé. Le serie americane ed europee di qualità costruiscono tensione attraverso colpi di scena, cliffhanger, accelerazioni drammatiche. Wong fa l’opposto: la tensione sta nella superficie delle cose, in un’occhiata tenuta un secondo di troppo, in una sigaretta fumata senza parlare, in ambienti che sembrano trattenere il fiato.
Chi cerca una narrazione ad alta velocità resterà spiazzato. La serialità cinese popolare, d’altra parte, tende a ritmi serrati e a dinamiche narrative molto esplicite. Blossoms Shanghai appartiene a un altro registro, quasi estraneo alle convenzioni del dramma televisivo del paese che lo ha prodotto. La Shanghai ricostruita è una macchina del tempo meticolosa: oltre tremila oggetti di scena, quasi tremila costumi, un set urbano di trentamila metri quadrati che replica la Huanghe Lu degli anni Novanta. Il dialetto shanghainese – scelta filologica precisa, quasi provocatoria per un pubblico abituato al mandarino – restituisce all’ambiente una grana autentica. Wong ha dichiarato di aver girato ogni scena con il rigore che si riserva ai film: tutta la serie, dice lui, equivale a circa quindici lungometraggi. Per lo spettatore occidentale c’è qualcosa di più, però.
LA SERIE COME SPACCO TRA CINEMA E TELEVISIONE
Blossoms Shanghai incrina un immaginario che ha resistito a lungo: la Cina delle tute Mao, della propaganda murale, dell’austerità come estetica di stato. Qui invece la bellezza è ovunque e i soldi contano più di qualsiasi ideologia. Ah Bao non scala la società grazie alla fedeltà a un partito o a un ideale: la scala perché capisce prima degli altri come funziona il desiderio: lusso, status, piacere. La Shanghai che Wong racconta è una città che ha abbracciato il capitalismo con un appetito che l’Occidente fatica ancora a mettere a fuoco.
Questo porta dritti al discorso più largo. Blossoms Shanghai arriva mentre la distinzione tra cinema e televisione si sta sgretolando e non per abbassamento del cinema verso il piccolo schermo, ma perché il piccolo schermo ha smesso di essere piccolo. Jane Campion, David Fincher, Paolo Sorrentino: i registi d’autore hanno già percorso questa strada. Ma Wong Kar-wai non si limita a “fare una serie”. Usa trent’episodi come strumento narrativo specifico, non come compromesso. La forma lo serve, non lo contiene. MUBI – piattaforma che di Wong Kar-wai è quasi una filiazione spirituale, visto che il suo fondatore Efe Cakarel ha più volte dichiarato che è stato il cinema di Wong a ispirare la nascita del servizio – ha scelto una distribuzione non neutra: tre blocchi da dieci episodi, uno ogni quattro settimane.
“BLOSSOMS SHANGHAI”, L’OPERA LENTA DI WONG KAR-WAI
Non è solo un calendario editoriale. È un modo di dire allo spettatore che questa cosa si guarda, non si ingurgita. In Cina la serie ha avuto una traiettoria curiosa. Ignorata all’inizio, poi è arrivato il passaparola che l’ha lanciata fino a diventare il titolo più visto in streaming durante la sua messa in onda tra dicembre 2023 e gennaio 2024 su Tencent Video. Un successo quasi paradossale in un mercato dove i ritmi di consumo seriale sono normalmente rapidissimi. Fuori dalla Cina, la lunga attesa è stata complicata da una controversia: un ex assistente di Wong ha sollevato accuse pubbliche sulle condizioni di lavoro sul set e sull’effettiva paternità di parti della sceneggiatura.
Una storia rimasta aperta, che accompagna l’arrivo internazionale della serie come una nota a margine che non si riesce a ignorare del tutto. Blossoms Shanghai è un’opera lenta, densa, visivamente sopraffacente. Chiede una disponibilità che lo streaming ha abituato molti a non avere più. Eppure, è esattamente il tipo di lavoro che giustifica l’esistenza di piattaforme come MUBI – luoghi in cui il cinema d’autore trova spazio anche quando non segue le regole del mercato. Che sia televisione o cinema, alla fine, sembra la domanda sbagliata.
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