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Approda su Apple TV, in una chiave diversa rispetto a ciò che si pensa, la miniserie “Cape Fear” di Nick Antosca.
Max Cady torna, e questa volta ha dieci ore per farci male invece di due. È il primo dato che conta, prima ancora della trama: la Cape Fear di Nick Antosca per Apple TV non è un remake, è una dilatazione. Avevo ancora in testa le inquadrature febbrili di Scorsese, che ho rivisto per scrivere il pezzo, mentre guardavo Bardem muoversi per la casa dei Bowden con la lentezza di chi sa che il tempo, stavolta, è dalla sua parte e mi sono chiesto, fin dal primo episodio, cosa resti di un mito quando gli si toglie l’urgenza che lo aveva fatto nascere. Il film del ‘91 era una macchina a orologeria tarata sulla furia di De Niro. Mitchum nel ‘62 sottraeva, Scorsese aggiungeva, portando Cady dentro un registro quasi veterotestamentario, tatuato di salmi e vendetta biblica, dove ogni scena doveva spingere verso l’esplosione finale senza concedersi soste.
La serie rovescia la logica produttiva alla radice. Antosca non ha bisogno di arrivare subito al dunque perché il dunque non esiste più come singolo punto di arrivo. Esiste una rete, e dentro quella rete entrano il catfishing, il true crime amatoriale come patologia contemporanea, la crisi della maschilità, persino l’intelligenza artificiale come rumore di fondo, tutti temi che nel film sarebbero stati corpi estranei e qui, invece, diventano tessuto connettivo, anche quando, lo ammetto, non vengono scavati fino in fondo.
UNA SCENEGGIATURA INCRINATA ANCOR PRIMA DEL PRINCIPIO
La sceneggiatura sposta il peso narrativo dai Bowden-vittime ai Bowden-famiglia già incrinata prima ancora dell’arrivo di Cady: il nemico esterno smette di essere la sola fonte di minaccia, perché la crepa era già lì, e questo basta a spiegare perché dieci episodi non siano un eccesso ma una necessità. È in questa dilatazione che si gioca la partita vera, quella tra Bardem e De Niro, o meglio, quella che Bardem decide di giocare con De Niro, alle spalle, senza mai citarlo direttamente. C’è qualcosa che assomiglia all’angoscia dell’influenza di cui parlava Harold Bloom, il grande critico letterario americano, applicata però non a un poeta che eredita un padre letterario ma a un attore che eredita un volto: Bardem non sfida De Niro citandolo, lo sfida ignorandolo, costruendo un Cady che non assomiglia in nulla al precedente se non nel nome e nella funzione narrativa.
E neanche fino in fondo. È una strategia più rischiosa della citazione esplicita, perché rinuncia alla rete di sicurezza del confronto dichiarato e si gioca tutto sulla tenuta del personaggio nuovo. Amy Adams fa il suo, e lo fa con un’intelligenza di sottrazione che vale la pena notare: la sua Anna Bowden non urla, accumula, lascia che la paura si depositi sotto la pelle prima di franare in un paio di scene che funzionano proprio perché tutto il resto è stato trattenuto con cura quasi avara. Non è la sua prova più ardita – Sharp Objects resta un altro pianeta, lì la crepa era già dentro il personaggio fin dal primo minuto, qui invece deve scavarsela episodio dopo episodio – ma Adams costruisce comunque una donna che si sfalda per accumulo, non per shock, e nel farlo dà alla serie l’unico contrappeso credibile a Cady.
“CAPE FEAR”, DIECI EPISODI PER CONTRADDIRSI
Senza la sua resistenza paziente, fatta di piccoli cedimenti più che di crolli, Bardem reciterebbe nel vuoto: un antagonista ha bisogno di una superficie su cui imprimersi, e Anna Bowden è scritta, anche se non sempre con la stessa cura riservata a Cady, proprio per offrirgliela. Bardem però è un’altra cosa, e qui la lunghezza della serie non è un vincolo ma una concessione che a nessun Cady precedente era stata fatta. De Niro aveva due ore per costruire un mostro e le ha usate per un crescendo quasi lineare, un solo movimento dal contenimento all’esplosione. La sua forza era la coerenza ferrea di una nota tenuta fino allo strappo, e funzionava perché il formato non permetteva ripensamenti.
Bardem ha dieci episodi e li usa per fare qualcosa che a De Niro semplicemente non era concesso: contraddirsi. Il suo Cady può sedurre in una scena e disturbare il minuto dopo non per incoerenza di sceneggiatura ma per scelta di cosa il personaggio è: un disturbo da esplosività intermittente travestito da fascino, per usare un linguaggio clinico che la critica anglosassone ha già messo in circolo.
Cambia registro nello spazio di un primo piano: la voce si abbassa, il sorriso resta ma cambia di segno, lo sguardo si fa quello di chi sta calcolando piuttosto che sentendo, e lo spettatore non sa mai bene se sta assistendo a un corteggiamento o a un’esecuzione annunciata in anticipo. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile nelle due ore di Scorsese, dove ogni minuto doveva giustificare la propria presenza in funzione della spinta verso il finale.
LA COMPLESSITA DI CAPE FEAR COME ALIBI PRODUTTIVO
Il tempo lungo permette a Bardem di costruire Cady non come icona del male ma come superficie instabile, e ogni episodio aggiunge una crepa diversa, una sfumatura che il film, per ragioni di formato più che di talento, non poteva permettersi. C’è dell’azzardo critico nel dire che Bardem superi De Niro, e sarebbe disonesto non ammetterlo: sto misurando un’interpretazione che gioca con vent’anni di vantaggio strutturale, un tempo di costruzione che nel 1991 nessuno avrebbe nemmeno immaginato di chiedere a un thriller cinematografico, pensato per consumarsi tutto in una sera.
Ma è proprio lì che la complessità della trama smette di essere un alibi produttivo – la solita scusa con cui si giustificano le stagioni tirate per allungare il catalogo – e diventa lo strumento che rende possibile il sorpasso: non perché Bardem sia, in assoluto, più talentuoso di De Niro, paragone che lascerei volentieri ad altri, ma perché la serie gli concede ciò che il film, per sua stessa natura, non poteva concedere a nessuno.
Il tempo per essere più di una sola cosa, restando comunque, sotto ogni variazione, riconoscibile come la stessa minaccia: un equilibrio che Scorsese, produttore esecutivo della serie, non doveva nemmeno cercare, vincolato com’era a una sola traiettoria, e che qui diventa invece la posta in gioco di ogni singolo episodio, rinnovata ogni volta che Cady entra in scena senza che si possa prevedere quale versione di sé deciderà di mostrare.
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