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FESTIVAL musicale e artistico, Joggi Avant Folk si conferma anche per la ventottesima edizione punto fermo per l’estate calabrese e non solo. Partito il 16 per chiudersi oggi, ha proposto una tre giorni ricca di musica, teatro, incontri, laboratori, escursioni nella frazione all’interno del comune di Santa Caterina Albanese (Cosenza).

Tra gli eventi bisogna mezionare la prima giornata dedicata al mondo dell’hip hop. Il secondo giorno è stato protagonista il cinema con il docufilm “Il Tempo delle Noci”, alla presenza del cantautore Dario Brunori e il regista Giacomo Triglia. A seguito la musica di NAIP.

La chiusura di stasera vedrà come artisti principali i Meganoidi, band genovese con quasi trent’anni di carriera alle spalle sono stati bandiera del rock alternative italiano in tutte le sue forme. Apriranno la serata I Malati Immaginari, duo abruzzese darkwave. Abbiamo fatto qualche domanda a uno degli organizzatori storici del festival, Lorenzo Servidio.

Joggi Avant Folk è un’associazione nata ventotto anni fa per realizzare un festival indipendente. Ci racconti come nasce la spinta per creare un evento culturale in un piccolo borgo cosentino?

«Nasce dalla volontà di un gruppo di ragazzi di creare qualcosa di diverso per uscire dalla monotonia dei nostri paesi dove non succedeva e non succede granché soprattutto a livello culturale e per costruire momenti di aggregazione e socialità».

Come definiresti l’evoluzione delle diverse edizioni del festival?

«Siamo nati e siamo tutt’ora una piccola esperienza di provincia ma negli anni si è aperta creando relazioni con diverse esperienze sia locali che da fuori regione. Il festival è diventato perciò un’esperienza che si è adeguata alle nuove tendenze pur rimanendo sull’idea originaria di radicamento sul territorio».

Essendo una manifestazione autofinanziata avete deciso di organizzare un crowdfunding. Che risposta c’è stata?

«Credo che siamo stati una delle prime esperienze a fare ricorso al crowdfunding già nel lontano 2010/2011. Il crowdfunding funziona perché abbiamo sostenitori affezionati da Torino a Palermo, da Milano a Bologna».

La frazione in occasione della tre giorni torna a essere ripopolata. Ci racconti dell’accoglienza degli autoctoni con il pubblico presente?

«A Joggi i pochi residenti rimasti hanno sempre accolto le persone che venivano da fuori a campeggiare. I primi anni i nostri cittadini portavano ai pochi ragazzi da fuori bottiglie di vino, pomodori, frittelle e qualcuno veniva invitato a casa a pranzo o a cena. Molte di quelle persone oggi non ci sono più ma assistiamo comunque ad altre forme di vicinanza da parte dei nostri. E per i nuovi joggesi è molto stimolante trovare nella piazza del proprio paese artisti che possono vedere nei club delle città del nord».

Joggi Avant Folk va a sottolineare l’appartenenza al territorio e alle proprie radici. Ciò si evince anche dalla dedica fatta in questa XXVIII edizione. A Samuel, un ragazzo di Joggi prematuramente scomparso lo scorso anno. Quanto è importante (e difficile) lavorare per il bene di un piccolo paese dell’entroterra calabrese?

«Prima ancora di essere un festival siamo una piccola comunità. Samuele apparteneva alla nostra tribù e sin da piccolo si è affezionato al festival e a tutto quelli che ci girava attorno. Siamo convinti che la forza della nostra esperienza risieda proprio nella comunità nel ritrovarci in un piccolo borgo. Al tempo stesso non dimentichiamo di avere uno sguardo globale. Non appena finisce il festival siamo già lì a pensare alla prossima edizione. Abbiamo bisogno di quell’atmosfera che si respira in quei giorni che ci accompagna durante il resto dei mesi».

Il festival non pone la sua attenzione solo sulla musica. Si spazia infatti dal teatro al cinema, e poi ancora alla letteratura e alla riflessione sociale. Qual è il filo conduttore che lega questa edizione?

«La formula rimanda un po’ ai vecchi festival che oggi non ci sono più. Soprattutto gli incontri rivestono un tratto fondamentale perché riteniamo siano necessari per raccontare quello che succede dalla Calabria fino al Kurdistan passando per la Palestina o la val di Susa. Siamo fortemente convinti di questo e di come lo portiamo avanti perché sono occasioni che prioiettano la nostra piccola esperienza verso l’esterno».

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