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La ricostruzione più lenta della storia: per il terremoto 1980, la regione Basilicata trova  5,1 milioni di euro non spesi per la rinascita. Fondi adesso andranno redistribuiti ai Comuni interessati.


La Giunta regionale della Basilicata ha approvato la redistribuzione di 5,1 milioni di euro destinati – testuale – al «completamento degli interventi di ricostruzione conseguenti ai sismi del 1980, del 1981 e del 1982». Si tratta, precisa pudicamente il comunicato, di «risorse già stanziate dallo Stato e rimaste inutilizzate, successivamente recuperate». Soldi del terremoto che giacciono nei cassetti da quarant’anni e che adesso qualcuno ha ritrovato e decide finalmente di spendere. Dire che la ricostruzione post-sisma del 1980 non è ancora finita è una barzelletta così tragica che non fa ridere. Nell’intervallo di tempo trascorso tra la scossa e questo comunicato stampa, l’Italia ha avuto trentuno governi.

TERREMOTO 1980 IN BASILICATA: QUARANTASEI ANNI DI ATTESA

Il 23 novembre 1980, alle 19:34, la terra tremò per novanta secondi lungo l’Appennino meridionale e distrusse decine di paesi tra Campania e Basilicata. Quasi tremila morti. Duecentottantamila sfollati. I governi successivi stanziarono una somma che, attualizzata, fa impressione. In trentasei comuni era arrivato il sisma. In 687 comuni arrivarono i fondi previsti inizialmente nel decreto del presidente del Consiglio Arnaldo Forlani. Agli occhi del giornalista Giancarlo Siani – che di quella storia stava raccontando i retroscena campani – era difficile capire dove finissero le macerie e dove cominciasse l’affarismo. Quando fu ucciso, nel 1985, pare stesse per pubblicare un libro sui rapporti tra politica e camorra nella ricostruzione post-sisma.

I CRITERI DI RIPARTO E IL NUOVO SISTEMA DI RENDICONTAZIONE

Nel provvedimento approvato dalla giunta regionale il totale da ripartire ammonta a 5.177.197 euro, derivanti da fondi precedentemente assegnati ai Comuni e non spesi, poi revocati e confluiti in un unico fondo regionale. La ripartizione segue due linee distinte: il 30 per cento (1.553.159 euro) va a 12 Comuni per interventi considerati prioritari – edifici di interesse storico, immobili lungo le vie di fuga dei piani di protezione civile, patrimonio comunale da recuperare. Il restante 70 per cento (3.624.038 euro) va a 39 Comuni in base alle graduatorie, secondo un indice composito che combina in misura paritaria il fabbisogno residuo di ricostruzione e la capacità economica dell’ente. Il vicepresidente e assessore alle Infrastrutture Pasquale Pepe parla di una «operazione di giustizia amministrativa prima ancora che finanziaria».

Il particolare forse più significativo del provvedimento riguarda le modalità di erogazione: i fondi saranno accreditati esclusivamente sulla base dell’effettiva rendicontazione dello stato di avanzamento dei lavori. Una scelta che potrebbe rivelare, obliquamente, il motivo per cui i fondi siano ancora lì dopo quattro decenni e mezzo: in qualche punto del passato forse si assegnavano le risorse senza che nessuno controllasse poi se i cantieri si aprissero davvero. Ora – dicono dalla Regione – si cambia sistema. Nel 2026.

IL TERREMOTO 1980 IN BASILICATA, UNA SCOSSA SENZA FINE: LE CIFRE MONSTRE DELLA RICOSTRUZIONE

Il terremoto del 23 novembre 1980 è stato il più grave disastro naturale dell’Italia repubblicana in tempo di pace: 2.914 morti accertati, 8.848 feriti, 280.000 sfollati, 77.000 case distrutte e altre 275.000 gravemente danneggiate. Il governo intervenne con una generosità senza precedenti: i presidenti Forlani e Spadolini stanziarono complessivamente 50.620 miliardi di lire. Una cifra che il giornalista Sergio Rizzo calcolò nel 2010 equivalente a circa 66 miliardi di euro. Se oggi si prova a calcolare la rivalutazione sul sito dell’Istat esce fuori un risultato monstre: oltre 162 miliardi di euro.

Di quella cifra, una parte andò a chi ne aveva bisogno. Un’altra parte a chi ne aveva diritto. Una terza parte lì dove non sarebbe mai dovuta andare. Negli atti della Commissione antimafia, audizioni del 1993, si legge come la nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo avesse capito subito come inserirsi nel sistema degli appalti con un’efficienza lontana anni luce dai meccanismi di controllo statale. La triangolazione tra politici, imprenditori e organizzazioni criminali – che i giornali soprannominarono “Irpiniagate” – produsse un’inchiesta giudiziaria che vide coinvolte 87 persone, tra cui alcuni tra i più noti esponenti della prima Repubblica. La quasi totalità delle accuse andò in prescrizione. Nel frattempo, dieci anni dopo il sisma – nel 1990 – risultavano ancora residenti in roulotte, container e prefabbricati leggeri 10.307 nuclei familiari, per un totale di 28.572 persone.

PER IL TERREMOTO DEL 1980 IN BASILICATA, DESTINATARI CERCANSI: IL PARADOSSO DELLO SPOPOLAMENTO

Il fatto che l’attuale governo regionale abbia tirato fuori dal cassetto chiuso – come un portafogli ritrovato dopo anni – i soldi dimenticati non può che essere positivo. Se c’è ancora qualcuno a cui quei soldi servono, beninteso. Perché c’è un aspetto che costituisce forse il più eloquente commento: i Comuni destinatari dei fondi si stanno spopolando da tempo e velocemente. La Basilicata è oggi la regione italiana con il maggior tasso di calo demografico, pari a -9 per mille. Tra il 2011 e il 2021 ha perso il 6,4 per cento della propria popolazione, la flessione più severa d’Italia.

Nessuna giunta, nessun consiglio regionale – compreso quello attuale, al di là della retorica comunicativa di cui rivernicia le proprie decisioni – ha saputo non solo invertire questa tendenza ma neanche colpire l’immaginario collettivo con un’iniziativa che desse un messaggio di speranza (al di là forse dell’operazione “Un computer in ogni casa” di oltre vent’anni fa dell’esecutivo retto da Filippo Bubbico: un modo per lasciarsi alle spalle le immagini arcaiche e leviane che ci perseguitano dal Dopoguerra).

SI RICOSTRUISCE PER CHI?

Si sta dunque ricostruendo per chi? I giovani sono partiti. I bambini di allora sono sulla soglia della terza età. I centri dell’entroterra lucano rischiano di diventare borghi-museo, o peggio, borghi-fantasma, nei quali la ricostruzione procederà ben oltre l’estinzione anagrafica delle comunità per cui fu concepita. Un brutto sogno: cantieri aperti in un comune che di fatto non esiste più. Non è una critica al provvedimento in sé, che anzi risponde a criteri di equità e trasparenza difficilmente contestabili. È una domanda sul tempo dell’amministrazione pubblica italiana, che elabora il lutto con la velocità di una stalattite.

Per confronto, il terremoto del Centro Italia del 2016 ha una struttura commissariale attiva dal 2023. Dei miliardi di euro erogati, la legge di bilancio 2026 garantisce la continuità di circa 5.000 cantieri. Il sisma del 1980 fa ancora affidamento, nel 2026, sulle Regioni che redistribuiscono le ultime briciole di fondi cinquantennali.

CASSETTI E CATTEDRALI: IL BILANCIO DI UN RILANCIO DIFFICILE

L’ex commissario straordinario per i soccorsi Giuseppe Zamberletti – che coordinò le operazioni nelle prime drammatiche ore dopo il sisma – spiegò in un’intervista del 2015 che all’epoca  si volle «evitare di ricostruire presepi spopolati dall’emigrazione», e per questo si puntò su un rilancio industriale del territorio, finanziando zone produttive nel cratere sismico (poi il risultato fu quello che lui stesso definì «cattedrali nel deserto», opifici costruiti con fondi pubblici che nel giro di pochi anni videro le imprese fallire non appena incassati i contributi).

La Basilicata ha avuto una storia almeno parzialmente diversa da quella campana e al 2025 – i dati sono di difficile recupero – avrebbe raggiunto circa il 90 per cento di ricostruzione del patrimonio edilizio privato, con un finanziamento totale di circa 2,5 miliardi di euro. Risultato ragguardevole, che tuttavia lascia aperto quel residuo 10 per cento di cui i 5 milioni del provvedimento di aprile 2026 rappresentano solo una piccola quota. Risultano ancora aperte alcune migliaia di pratiche edilizie, per un fabbisogno ancora stimato nell’ordine dei centinaia di milioni di euro.

IN TERREMOTO 1980 IL TEMPO DELLA VITA E LA SFIDA DELLA BUROCRAZIA IN BASILICATA

Al provvedimento del 7 aprile 2026 va innanzitutto un plauso obiettivo per l’iniziativa e per i criteri immaginati, come il sistema che combina fabbisogno residuo e capacità economica degli enti, la distinzione tra Comuni «disastrati» e «gravemente danneggiati» eccetera. Qualcuno ha imparato qualcosa dagli errori del passato. La Direzione Infrastrutture sta peraltro già lavorando per accertare ulteriori economie da riprogrammare, compresi i residui dei mutui contratti dalla Regione e ancora in fase di rendicontazione da parte dei Comuni.

Altri cassetti da aprire. Ma c’è un paradosso sottile nel provvedimento. Il meccanismo di erogazione legato agli stati di avanzamento lavori presuppone che ci siano cantieri da aprire, imprese disponibili, enti locali con la capacità tecnica e amministrativa di rendicontare. Molti dei 39 Comuni destinatari della quota maggioritaria però sono piccoli borghi dell’entroterra, con bilanci esigui, personale tecnico ridotto all’osso e popolazioni che la Treccani descrive come «comunità che sembrano destinate a un’irreversibile estinzione, le cui risorse dipendono totalmente da proventi esterni sotto forma di pensioni e rimesse».

PER 46 ANNI NESSUNO SI È ACCORTO?

Quei Comuni non hanno speso i fondi originari nel corso di oltre quattro decenni. Possiamo essere anche solo moderatamente ottimisti sul fatto che li spendano adesso, in un contesto demografico e amministrativo più fragile di allora? L’assessore Pepe ha dichiarato che «ogni euro è legato all’avanzamento concreto dei lavori». Giustissimo. Rimane la domanda di fondo: come è stato possibile che per quarantasei anni nessuno si accorgesse di questi fondi? Il titolo del 26 novembre 1980 sulla prima pagina del quotidiano Il Mattino di Napoli, quel “Fate presto” che viene citato a ogni anniversario, sembra quasi rispondere sardonicamente alla domanda. Ma forse la risposta è poco misteriosa a molto italiana: qualcuno sapeva di quei fondi e la macchina burocratica semplicemente non ha trovato il modo, l’incentivo o la volontà di rimetterli in moto. Fino a ieri. E si può ripetere anche adesso, con un senso diverso: fate presto.

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