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Gabriele De Tursi, il giovane scomparso a Strongoli 13 anni fa

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La mega inchiesta sulla scomparsa del 19enne De Tursi a Strongoli si sfilaccia in quattro richieste di condanna per reati minori.


STRONGOLI – Un fascicolo di quasi 1.400 pagine non ha ancora chiarito la fine di Gabriele De Tursi, il diciannovenne svanito nel nulla il 5 giugno 2013. Il presunto caso di lupara bianca è rimasto sepolto tra le pieghe di un procedimento minore, sfociato in imputazioni stralciate per droga e armi. Quella morte bianca rimane ancora tra i casi dimenticati. Un’ombra lunga tredici anni continua a gravare su Strongoli, dove la scomparsa del giovane a bordo della sua moto Honda Hornet “600” resta una ferita aperta e irrisolta.

Quella che all’epoca dei fatti venne rubricata dagli inquirenti come una classica “lupara bianca” maturata negli ingranaggi e nel clima di fitta omertà imposto dalla cosca Giglio, egemone a Strongoli, oggi torna al centro della cronaca giudiziaria attraverso un troncone d’indagine parallelo, fatto di intercettazioni ambientali, verbali scottanti e richieste di condanna avanzate dalla Procura di Crotone. Quattro le richieste di pena proposte in aula dal pm Umberto Iurlaro, ma per reati minori.

Il figlio del boss sospettato di omicidio

Si tratta di un filone di un più vasto procedimento, che era stato preso in mano dal pm Antimafia Paolo Sirleo, allora in forza alla Dda di Catanzaro e oggi passato alla Dna. Nel registro degli indagati, con l’accusa di omicidio in concorso aggravato dal metodo mafioso, era stato iscritto Giuseppe Giglio, figlio di Salvatore, il capobastone locale. Secondo quanto emerge dall’informativa dei carabinieri, il ragazzo era uscito di casa intorno alle 13.30 a bordo della sua moto. Indossava una tuta del Napoli e scarpe ginniche Nike. Non ha più fatto ritorno.

Il caffè prima di scomparire

Dalle testimonianze raccolte dalla Dda di Catanzaro, il contesto familiare e relazionale restituisce un giovane descritto dai familiari come succube di Francesco Giglio – nipote del capo cosca – per conto del quale avrebbe spacciato sostanze stupefacenti. Nei giorni precedenti alla scomparsa, il diciannovenne era apparso taciturno e preoccupato. Avrebbe confidato alla fidanzata Isabella Caputo la volontà di lasciare Strongoli per andare a lavorare a Roma dal fratello. Elettricista specializzato, ma senza un’occupazione, il giovane scomparve nel primo pomeriggio dopo aver pranzato con la sua famiglia. Alla madre riferì che sarebbe andato a prendere un caffè con alcuni amici e poi sarebbe ritornato a casa. Un conoscente del giovane dichiarò di averlo visto qualche ora dopo a Rocca di Neto, a circa 15 chilometri da Strongoli. Gabriele alle 19 avrebbe dovuto incontrare anche la sua fidanzata per cenare insieme.

La ritrattazione della fidanzata

L’8 giugno 2013, Isabella Caputo veniva ascoltata a sommarie informazioni. La ragazza precisava di non aver mai detto alla madre di Gabriele che il giovane spacciasse per conto di Francesco Giglio, limitandosi a riferirle che aveva iniziato per mancanza di lavoro in paese. Isabella Caputo evidenziava inoltre che da circa tre settimane Gabriele si era allontanato dall’amico Salvatore Cosentino, poiché quest’ultimo aveva iniziato a spacciare acquisendo una parte della sua clientela, un aspetto che aveva molto mortificato il giovane.

Nel tardo pomeriggio, Isabella Caputo si presenta nuovamente presso la Stazione dei carabinieri di Strongoli insieme all’avvocata Emmanuela Gallo Barbara per ritrattare quanto formalizzato appena due ore prima. Avrebbe reso le precedenti dichiarazioni in un momento di “confusione”. L’indomani, il mattino del 9 giugno, l’avvocata Greco segnalava telefonicamente ai carabinieri il ricovero di Isabella Caputo presso il reparto di Psichiatria dell’ospedale “San Giovanni di Dio” di Crotone. Il dettaglio della ritrattazione è un passaggio cruciale e drammatico.

La “regia” dietro gli interrogatori

L’avvocata, legata da parentela acquisita con la famiglia Giglio in quanto zia di Francesco Giglio, aveva peraltro intestata l’auto Porche “Cayman” in uso esclusivo a Vincenzo Giglio, figlio del capo cosca. Sempre lei si era mostrata da subito promotrice di un’azione volontaria di giovani per le ricerche. Inoltre, si adoperava nell’accompagnare gli amici di Gabriele e la fidanzata Isabella Caputo alle escussioni testimoniali, presenziando personalmente alla stesura degli atti pur trattandosi di sommarie informazioni.

L’avvocata imparentata col clan

Tra gli elementi di sospetto anche l’improvviso e inaspettato ricovero di Isabella Caputo in psichiatria avvenuto la mattina successiva alla sua deposizione. Dalle attività di intercettazione tra l’avvocata e il nipote acquisito, balza all’attenzione degli inquirenti la conversazione in cui quest’ultimo esternava alla donna preoccupazione per la sua escussione e per i possibili ulteriori approfondimenti richiesti dai carabinieri. Insomma, emergeva un forte interessamento del ragazzo a conoscere i contenuti delle dichiarazioni rese ai carabinieri dagli altri giovani convocati. La professionista “rassicurava” comunque il nipote, facendo cenno al contenuto delle dichiarazioni rese dai ragazzi.

Le confidenze raccolte dal parroco

Emerge anche il ruolo di don Rosario Morrone, allora parroco della chiesa dei santi Pietro e Paolo di Strongoli, che si sarebbe adoperato per acquisire informazioni sul ritrovamento del cadavere. Dalle intercettazioni sull’utenza di Loredana De Tursi, sorella di Gabriele, emergeva che il parroco era a conoscenza di circostanze rilevanti che preferiva tenere riservate, facendole intuire di aver parlato con “chi di dovere” e che questi l’avrebbe rassicurata del fatto che la famiglia non correva alcun rischio. “Non vi toccheranno, stai quieta, non lo dire… non vi faranno niente”.

Le ricerche alle “curve vecchie”

Il sacerdote contattò gli investigatori riferendo loro che una persona gli aveva rivelato che il corpo di Gabriele si trovava tra le “curve vecchie”, con chiaro riferimento a un tratto della strada provinciale 492, all’epoca chiusa al traffico per via di una frana. Don Rosario riferì inoltre di aver appreso che l’intento iniziale non era omicida, bensì quello di dare una lezione a Gabriele che però, a causa dei colpi inferti, sarebbe deceduto. Le ricerche nei luoghi indicati ebbero però esito negativo.

Lo strano ritrovamento della moto

Il 26 aprile 2014, a dieci mesi dalla scomparsa, un carabiniere della Stazione di Strongoli riceveva però una telefonata confidenziale, che lo informava che lungo la strada provinciale 492, su un tratto non transitabile e nella fitta vegetazione, era occultato il motociclo Honda Hornet 600 blu di Gabriele De Tursi. Recatisi sul posto, i militari trovano effettivamente la moto in buone condizioni di conservazione. Il motoveicolo non si trovava lì il giorno della sparizione, nonostante quel luogo fosse stato più volte battuto in precedenza dai militari e dalle unità cinofile. Il motociclo Honda Hornet di Gabriele era stato rinvenuto grazie alle indicazioni contenute in una lettera anonima recapitata ad Anna Dattoli tramite don Alfonso Siniscalchi, parroco della chiesa della Sanità di Strongoli.

Il boss e la moglie intercettati durante la visita in carcere

Nel tentativo di venire a capo di qualcosa, i familiari di Gabriele, colti dalla disperazione, si sarebbero spinti a prendere contatti con esponenti della criminalità organizzata locale, ben consapevoli che un fatto così grave non poteva non essere cosa nota e/o comunque “autorizzata” dalla ‘ndrangheta. Dalle intercettazioni emergerebbero contatti con Vincenzo Giglio, fratello del capocosca, e Salvatore Le Rose, considerato il “braccio destro” del boss, incaricato di eseguire direttamente i suoi ordini sul territorio. Da un’intercettazione ambientale del 27 giugno 2013, captata nel carcere di Padova tra il capocosca, ristretto là all’epoca, e la moglie Carmela Roberta Putrino, ritenuta reggente del clan in sua assenza, emerge la drammatica conferma. Secondo la donna, il giovane Gabriele De Tursi avrebbe fatto una “brutta morte”.

Il prelievo sospetto della scheda Sim

Passano cinque anni e, il 23 agosto 2018, Anna Dattoli si presenta spontaneamente dai carabinieri per riferire nuove circostanze sulla scomparsa del figlio.  La donna precisa ai militari che la sera del 5 giugno 2013, intorno alle ore 18, aveva ricevuto una telefonata dalla fidanzata del figlio, la quale, piangendo, le aveva detto che Gabriele era deceduto poche ore prima a causa di un sinistro stradale in moto. Nello stesso giorno, intorno alle 20, Isabella Caputo si era recata a casa di Anna Dattoli prelevando e strappando materialmente la scheda Sim dal telefono cellulare di Gabriele, che il giovane aveva lasciato a casa prima di allontanarsi. 

La madre non si arrende

La madre di Gabriele non trova pace. Cerca indizi dappertutto. Carpisce elementi utili anche da una visita a una vicina presso la cui abitazione si era recata per prestarle una pentola per le conserve di pomodoro.  Durante lo scambio, si affacciava dalla finestra del piano terra il figlio, amico di vecchia data di Gabriele De Tursi, il quale salutava la donna chiamandola per nome. Lei gli chiede con rabbia: «perché mi avete ammazzato Gabriele? Cosa ha fatto di male più di voi che me lo avete ammazzato?».

Allontanamenti in Germania

Il ragazzo rispondeva dicendo “Non tutti” e, di fronte all’infervorarsi della madre che gli chiedeva almeno di farle rinvenire il corpo, annuiva col capo in atteggiamento mortificato. «Avete ragione signora, (Gabriele, ndr) non ha fatto niente di male». Ma la madre di Gabriele ha aggiunto altri particolari, in uno dei colloqui avuti con gli inquirenti. Pare che poco dopo la scarcerazione del capocosca avvenuta nel 2016, almeno tre amici storici e coetanei di Gabriele si erano allontanati improvvisamente da Strongoli per trasferirsi presumibilmente in Germania.

Punito per non aver aderito al clan

Il quadro investigativo si evolve in seguito a informazioni rese dai genitori di Gabriele, Anna Dattoli e Michele De Tursi, ascoltati dagli inquirenti nel dicembre del 2019. Secondo quanto dichiarato dai coniugi, la svolta sarebbe maturata in occasione di un incontro fortuito avvenuto all’interno di un esercizio commerciale di Strongoli. Il titolare avrebbe riferito apertamente al padre e alla madre della vittima che ad ammazzare il giovane Gabriele sarebbe stato Giuseppe Giglio – figlio di Salvatore – per punire il ragazzo che non aveva alcuna intenzione di sottostare o associarsi alla consorteria mafiosa.

Il sospetto di un pestaggio a morte

Sempre secondo il racconto verbalizzato, due giorni prima della scomparsa Gabriele avrebbe avuto un acceso diverbio con Pasquale Giglio, fratello di Salvatore. Il giorno stesso della tragica sparizione, inoltre, la fidanzata del giovane, Isabella Caputo, lo avrebbe condotto dal fratello Bernardo, ritenuto vicino agli ambienti della cosca, il quale lo avrebbe a sua volta consegnato a Giuseppe Giglio.

L’agguato mortale si sarebbe consumato attraverso violente percosse inferte da quest’ultimo insieme ad altri sodali, alcuni dei quali esplicitamente indicati dal commerciante. A ciò si aggiunga che Isabella Caputo, nel 2018, avrebbe consegnato alla madre di Gabriele una pen-drive esortandola a non dare tregua agli “amici” del ragazzo per arrivare alla verità.

Le confidenze raccolte dal parroco

Nel faldone d’indagine confluito negli atti trasmessi alla Procura ordinaria di Crotone, compaiono intercettazioni di ogni tipo, capaci di svelare dinamiche sommerse, timori e retroscena inquietanti. Sotto la lente degli inquirenti sono finite decine di utenze e conversazioni ambientali che hanno coinvolto non solo la cerchia di amicizie storiche della vittima, ma persino, come abbiamo detto, figure come il parroco del paese, don Rosario Morrone. In un’intercettazione, lo stesso sacerdote, dialogando con alcuni interlocutori, faceva esplicito riferimento alla drammatica vicenda del 2013, ricordando le disperate pressioni della madre – decisa quantomeno a ritrovare il corpo per poter celebrare un funerale – e ammettendo di essersi a sua volta interfacciato con un “anello debole della cricca”, il quale gli aveva confidato l’impossibilità di rivelare la verità per paura («non ve lo posso dire Don Rosà…»).

L'”alibi” della crociera

In un altro passaggio chiave delle intercettazioni ambientali, datato 28 novembre 2021, è Francesco Giglio – parlando a casa con la fidanzata a proposito del ritrovamento della moto di Gabriele, spuntata dopo un anno in un’area già perlustrata persino con l’ausilio degli elicotteri – a smarcarsi temporalmente dalla vicenda. Ricorda, infatti, di essersi trovato “in crociera” nel periodo esatto in cui il mezzo fu fatto rinvenire. Excusatio non petita.

Dalle intercettazioni emergono episodi di droga e armi

Le indagini tecniche condotte dai carabinieri hanno comunque fatto luce su un florido e parallelo giro di spaccio di cocaina e marijuana, nonché su episodi di detenzione di armi clandestine nel territorio strongolese tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022. Le conversazioni intercettate hanno documentato cessioni di stupefacente, trattative sul prezzo al grammo e persino il possesso spregiudicato di pistole con matricola abrasa, utilizzate per test di fuoco o per festeggiare l’avvento del Capodanno. Da questo articolato impianto probatorio è scaturito l’avviso di conclusione delle indagini preliminari che ha portato sul banco degli imputati quattro persone. Il procedimento è ormai alle battute finali.

Quattro richieste di condanna per reati minori

Nel corso dell’ultima udienza dibattimentale, dopo il deposito di documentazione difensiva da parte dell’avvocato Giovanni Mauro, il Tribunale penale di Crotone ha dichiarato chiusa l’istruttoria. Il pm Iurlaro ha quindi formulato le proprie richieste di condanna: 6 anni di reclusione ciascuno per Antonio Pettinato e Michele Mercadante; 2 anni e 6 mesi per Donato Giardino; 3 anni di reclusione per Leonardo Masucci.

Il processo prosegue a settembre per la discussione dei difensori e la successiva decisione. Una tappa fondamentale per fare luce su frammenti di verità che fanno da sfondo alla tragica morte di un giovane appena maggiorenne. Intanto, sua madre non si stanca di urlare il suo bisogno di giustizia e gli fa il letto tutte le mattine, come se un giorno dovesse tornare a casa. Un’attesa cristallizzata nel tempo che tradisce la drammaticità di una quotidianità interrotta all’improvviso.

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