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L'auto carbonizzata dopo l'esplosione dell'autobomba

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VIBO VALENTIA – Due ergastoli e pene comprese tra i 12 e i 20 anni. Queste le richieste formulate alla corte d’Assise di Catanzaro, presieduta dal giudice Alessandro Bravin, dal pm della Dda del capoluogo di regione, Andrea Mancuso, nei confronti degli imputati al processo per l’autobomba che il 9 aprile del 2018 uccise il biologo 43enne Matteo Vinci ferendo gravemente il padre Francesco.

Dopo una lunga ed articolata requisitoria, durata circa sette ore, il magistrato dell’Ufficio del procuratore Gratteri ha chiesto il carcere a vita per Rosaria Mancuso, sorella dei boss Giuseppe, Diego, Francesco e Pantaleone Mancuso, e per il genero Vito Barbara; 20 anni di reclusione sono stati invece invocati per il marito della Mancuso, Giuseppe Di Grillo, mentre per la figlia, Lucia, 12 anni.

Il pm Mancuso ha quindi fatto riferimento alle minacce, alle tensioni fortissime, alle violenze subite dai coniugi Vinci (costituitisi parte civile al processo denominato “Demetra”) iniziate molto prima dell’omicidio del biologo. E quelle nate come normali liti tra vicini per questioni di confine di terreni, sono sfociate anche in un tentato omicidio ai danni di Francesco Vinci che fu «picchiato e minacciato con pistola e un forcone».

Il sostituto procuratore ha quindi focalizzato la sua requisitoria anche per smentire quanto prodotto dalle perizie difensive, ritenute dallo stesso «assolutamente inattendibili, contraddittorie e molto lacunose».

Un lungo capitolo della requisitoria è dedicato a quello che è successo il 9 aprile con una rappresentazione dettagliata che ha tenuto conto di natura, collocazione e tipo di ordigno. Almeno un chilo e mezzo di polvere pirotecnica, vicino al sedile di guida.

Quindi, il riferimento alle dichiarazioni del pentito Walter Loielo – con quest’ultimo che durante il processo ha ammesso di essere stato contattato da Di Grillo e Criniti per eseguire un omicidio – e dell’altro collaboratore Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone alias “L’ingegnere” che rafforzerebbero la certezza che l’esplosivo arrivasse dalle Preserre, zona di residenza di Antonio Criniti che con Filippo Di Marco è indagato nel processo parallelo.

Infine il riferimento, da parte del pm, sull’aggravante mafiosa del delitto: «Vi è una ostentazione, in un territorio come quello di Limbadi da parte di una famiglia che domina l’intera provincia, della propria caratura criminale. Ecco come si atteggiano da mafiosi gli imputati».

Il processo riprenderà il 9 novembre con l’intervento dell’avvocato di parte civile, Giuseppe De Pace, mentre le udienze successive, che vedranno gli interventi delle difese, sono state fissata al 18 e 23 novembre e al 14 dicembre, giorno in cui sarà pronunciata la sentenza di primo grado. Ad assistere gli imputati sono gli avvocati Francesco Capria, Mario Santambrogio, Giovanni Vecchio, Bruno Vallelunga, Gianfranco Giunta e Fabio Costarella.

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