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Il presidente Conte segua le sagge parole di Mattarella su lavoro, produttività, investimenti e prenda l’iniziativa politica per un progetto di lungo termine industriale e di infrastrutture che metta al centro il Mezzogiorno


Questo governo Conte 2 dura ma sempre strisciando, sempre affannandosi, perché ogni giorno c’è un’affermazione o una pretesa di autorità di Renzi o di Di Maio con cui fare i conti. Due leader di partito che sono nel governo e sono contro il governo allo stesso tempo. Uno (Renzi) ha fatto scelte coraggiose ma è in perdita verticale di potere e, per questo, è obbligato a attaccare il governo e a tenerlo vivo, sempre allo stesso tempo. L’altro (Di Maio) colleziona poltrone ministeriali, occupa posizioni di sottogoverno, fa marcare a uomo Conte perché ne teme il gradimento, ma non studia i dossier, non governa e, soprattutto, pensa di fare rumore per sopravvivere come capo politico dei Cinque Stelle senza sapere che sopravvive per mancanza di alternative o, magari, semplicemente perché non si sono appalesate.

Sul versante opposto c’è Salvini che oscilla tra la Le Pen e l’aspirante statista. Ha in testa un calcolo politico: entrare nel Partito popolare europeo. Se vuole governare deve fare il cammino di Berlusconi e, da qualche parte, deve pure cominciare. Metà Partito popolare europeo non lo vuole, ma non ha buttato via Orban e questo lascia anche a lui una possibilità. Una parte forte dei popolari, Junker e i suoi, non lo vuole perché amico della Le Pen, ma c’è l’ala riformista-dorotea che è molto pragmatica. C’è il precedente di Kohl che garantiva sempre tutti. Ricordo la battuta del Cancelliere tedesco a chi da sinistra gli faceva notare: tu mi parli sempre male di Berlusconi e poi te lo prendi? Eccola: ho fatto tutta la mia vita contro i socialisti vuoi che cambi alla mia età? Con lui vinco in Europa, vuoi che rinunci? Salvini oggi può essere il nuovo Berlusconi, lui ha bisogno di una assicurazione europea, loro hanno bisogno dei suoi voti.

In mezzo a questi giochetti c’è l’Italia. Sei punti di caduta di Pil dal 2008 non ancora recuperati. Un quarto della produzione industriale in fumo. Il settore delle costruzioni che ha perso il 70%, Nord e Sud del Paese entrambi sotto i livelli pre-crisi. Il numero di banche saltate in Italia è irrisorio rispetto allo shock (secondo solo a quello greco) delle due Grandi Crisi che hanno prodotto in casa nostra danni superiori a quelli di una terza guerra mondiale persa. Eppure sono tutti pronti a rialzare polveroni su ciò che funziona, non a perseguire singole responsabilità e, ancora di più, sono sempre tutti lì a rimuovere il problema vero che è quello sistemico del Mezzogiorno. Siamo arrivati al punto che foraggiato da un’indebita spesa pubblica il Nord Est ha gli stessi dipendenti pubblici della Capitale e che le imprese dell’Emilia Romagna – regione top per la crescita industriale – hanno per due terzi rapporti regolari con aziende del nuovo triangolo industriale tedesco – cioè Monaco, Stoccarda, Francoforte – e solo il cinque per cento di esse intrattiene rapporti stabili con imprese del Mezzogiorno.

Il rischio anche per le aree del Nord più dinamiche di ritrovarsi come appendici meridionali del sistema industriale tedesco si supera solo rilanciando la visione di una industria italiana che nel suo insieme diviene pilastro dell’intero sviluppo europeo. Per questo ci piace il matrimonio tra la ex Fiat e la Peugeot perché sappiamo che gran parte della sfida globale del neonato quarto gruppo mondiale automobilistico passa necessariamente per gli investimenti e la piena valorizzazione degli impianti nel Mezzogiorno d’Italia e questo, per l’industria italiana a partire dall’automotive, può dire tante cose.

Presidente Conte, segua le sagge parole di Mattarella, e riparta dal lavoro, dalla produttività e dalla ripresa degli investimenti pubblici. Bisogna ricominciare dagli incentivi alla Fiat di Agnelli e Romiti per fare oggi come allora fabbriche moderne nel Sud. Bisogna dire ai capi aziende delle Ferrovie e dei gestori delle reti che il gioco delle tre carte è finito e che gli investimenti si fanno dove serve al Paese. La Cdp la smetta di fare melina e si sporchi le mani con la politica industriale. Serve un progetto di lungo termine che metta insieme ex Ilva rilanciata, polo automobilistico, Enel, ENI, Terna, Leonardo e così via, infrastrutture di sviluppo, Alitalia e offerta turistica innovativa. Non si preoccupi degli imprenditorini del private equity, per quello che potranno seguiranno, non si curi delle loro lezioncine da terza media sullo Stato imprenditore, non hanno titolo per aprire bocca. Serve un’iniziativa politica che ponga riparo alla società lacerata e al rumore inconcludente dei populismi. Non bisogna avere paura di pronunciare la parola Mezzogiorno. Altrimenti, si striscerà ancora per un po’ e arriverà l’incidente che chiude ignominiosamente questa stagione politica. Nessuno che ami questo Paese si può augurare un risultato simile.

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