Ilya (Connor Storrie) e Shane (Hudson Williams) in "Heated Rivalry"
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Dal romanzo di Rachel Reid e Jacob Tierney, “Heated Rivalry” presenta una storia queer che utilizza l’hockey sul ghiaccio per destabilizzare un intero sistema.
SIAMO alla finale del torneo olimpico di hockey su ghiaccio, e la presenza di Donald Trump sugli spalti sembra quasi inevitabile. Proprio lui che ha già trasformato ogni partita degli States in una cerimonia identitaria con i pattini ai piedi, un comizio travestito da evento sportivo. Tempismo perfetto, perché è esattamente in quell’universo ipermascolino, nazionalista, bianco come la superficie del ghiaccio, che si svolge Heated Rivalry, la serie HBO Max probabilmente più interessante e coraggiosa uscita sul genere sportivo negli ultimi anni.
Sei episodi per la storia di due uomini che si odiano in pubblico e si amano in segreto, ogni volta che i calendari lo permettono, ogni volta che trovano una camera d’albergo abbastanza anonima da contenere qualcosa che non ha ancora un nome. La premessa viene dal romanzo di Rachel Reid e Jacob Tierney la porta in serie con una chiarezza di intenti visibile già dalla prima sequenza: non siamo davanti a una storia queer che usa lo sport come sfondo pittoresco. Siamo davanti a una storia sportiva che usa il desiderio come elemento destabilizzante di un sistema intero: la lega, i media, i tifosi, la narrazione nazionale dell’hockey come religione civile canadese e punto d’onore russo.
UNA SERIE CHE VA OLTRE LA PSICOLOGIA INDIVIDUALE
Shane Hollander, canadese birazziale di origine giapponese, stella di Montréal, professionista modello cresciuto con una madre-manager che ha trasformato ogni sua scelta pubblica in un investimento di brand. Il suo rapporto con il desiderio passa attraverso il senso di colpa, l’ansia da prestazione, la paura di deludere, sono gli elementi che lo rendono il polo più razionale della coppia, quello che vuole definire e nominare quello che sta succedendo anche quando la parola giusta fa troppo male pronunciarla. Ilya Rozanov, russo, stella di Boston, corpo come arma e sentimenti come debolezza da non mostrare mai, educato da un padre autoritario in un contesto dove la virilità è condizione di sopravvivenza. Preferisce la concretezza del corpo a qualsiasi verbalizzazione.
Quando si sbilancia lo fa in modo impulsivo, come se distruggere qualcosa fosse più facile che ammettere di tenerci. Si incontrano in un torneo juniores e da quel momento non riescono più a stare davvero lontani. Sul ghiaccio la rivalità diventa quasi mitologica, amplificata dai media che li trasformano in simboli opposti delle rispettive nazioni. Fuori, quella stessa rivalità nasconde qualcosa che esplode in un primo incontro sessuale quasi improvvisato, destinato a ripetersi negli anni con la costanza silenziosa delle cose inevitabili.
Quello che Tierney costruisce con intelligenza è la differenza tra i due come qualcosa che va oltre la psicologia individuale. Shane appartiene a una cultura dell’identità come narrazione trasparente: vuole nominare quello che sta succedendo. Ilya appartiene a una cultura del segreto come protezione, dove ciò che conta è l’adempimento al ruolo, non la confessione. Nei momenti migliori la serie suggerisce che la vera frattura non è tra un russo e un nordamericano: è tra chi ha il privilegio di concepire la propria vita come una storia da raccontare e chi è costretto a viverla come un segreto da proteggere.
“HEATED RIVALRY” IL BILANCIO TRA CARRIERA E VITA
Lo spogliatoio, le conferenze stampa, i talk show sportivi diventano la scenografia di un coming out dilatato su quasi un decennio. Il maschilismo dell’ambiente non fa da fondale ma è un dispositivo narrativo attivo che condiziona ogni scelta: dalle relazioni di facciata con donne usate come copertura alla paura concreta delle ripercussioni contrattuali, fino alla gestione degli spogliatoi dove il contatto fisico accettabile è solo quello violento sul ghiaccio, mentre quello intimo deve restare invisibile. La posta in gioco non è il titolo, non è la carriera. O almeno non solo. È la possibilità di vivere apertamente una relazione che, solo esistendo, mette in discussione l’ordine simbolico dell’intero campionato.
La regia lavora moltissimo sui corpi, con lividi, cicatrici, lo strisciare dei pattini, gli sguardi durante il riscaldamento. Le sequenze sul ghiaccio hanno un dinamismo che ricorda il linguaggio del videoclip. Le camere d’albergo e gli spogliatoi deserti hanno invece una luce completamente diversa, più intima, come se il tempo lì dentro si dilatasse. La struttura con salti temporali che seguono le stagioni sportive restituisce l’idea di una relazione che esiste a scatti, compressa in poche notti per stagione, e proprio per questo caricata di un’intensità quasi insostenibile. Le partite importanti diventano lo specchio dell’andamento del rapporto: quando la chimica sul ghiaccio funziona, spesso è perché quella fuori è in crisi.
LA DIMOSTRAZIONE CHE SI PUO’ RACCONTARE UNA STORIA QUEER SENZA CADERE NEL DRAMMA
C’è poi la questione del sesso, che Heated Rivalry affronta in un modo raro nel mainstream seriale. Le scene di intimità sono numerose, coreografate con un’attenzione che rifiuta sia la pornografizzazione sia l’ellisse pudica tipica di molte serie queer, quelle che mostrano il bacio, fanno taglio, e la mattina dopo si ritrovano a fare colazione. Vediamo corpi maschili desideranti, vulnerabili, a tratti goffi, e soprattutto vediamo come quell’intimità cambi nel tempo: dal puro sfogo fisico dei primi incontri a qualcosa che assomiglia sempre di più a un linguaggio affettivo. Dentro uno sport dove il corpo maschile è continuamente esposto ma mai pensato come oggetto di desiderio tra uomini, è una scelta che ha il sapore di una piccola rivoluzione.
Certamente non tutto funziona, con momenti di enfasi eccessiva e qualche concessione al fan service che si sente. Heated Rivalry, però, dimostra che si può raccontare un romance gay adulto, esplicito e profondamente emotivo senza dover scegliere tra la storia d’amore e il dramma atletico. Mentre Trump si sistema il cappellino sugli spalti olimpici e la telecamera lo cerca tra una rimessa e l’altra, da qualche parte Shane e Ilya continuano a dirsi tutto quello che non riescono ancora a dirsi a voce alta. È uno sport di contatto, l’hockey, e loro hanno trovato il loro modo.
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