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Monsignor Ambarus

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Caso Ceuta: Matera e Tetouan Capitali Mediterranee della Cultura e del dialogo: “potremmo essere un modello d’accoglienza”


Tetouan e Ceuta distano 40,5 chilometri, 46 minuti in auto. La città marocchina, quest’anno condivide con Matera il riconoscimento di Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo. Messi insieme, temi che richiamano la città dei Sassi a un ruolo significativo, forte, per far sentire i valori dell’umanità che non solo in queste ore, e non solo fra Marocco e Spagna, sono in pericolo. Già nel 2019 la città aveva rappresentato le culture di tutta Europa che si erano date appuntamento non solo fra i Sassi e avevano parlato all’Europa con un discorso del presidente Sassoli rimasto nella storia.

Oggi quel ruolo ha bisogno di essere rafforzato ancora di più, mentre la remigrazione bussa alla porta e l’emigrazione si perde in mare. Il tracollo della miseria approdato sulle coste di Ceuta mostra il mondo che nessuno sembra vedere né ascoltare ma che è in grado in poche ore di spaventare il pianeta per il dramma che porta con sé, senza filtri né finto buonismo.

“DOVREMMO ESSERE I LORO PRIMI PORTAVOCE, ANDARE DA LORO, ASCOLTARLI”

Monsignor Benoni Ambarus, arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricaro cristallizza bene il momento: «L’emisfero ricco dell’Occidente vive nella spensieratezza, senza farsi scalfire dai drammi dell’umanità che ci sono dall’altra parte – dice – Facciamo prestissimo a dare numeri o dire siamo in dialogo, siamo gemellati e poi di fatto ognuno va per conto proprio. Credo sia una sofferenza che ci sfiora minimamente, una indifferenza che un po’ mi fa paura.

Spero di poterlo fare presto – aggiunge – ma in situazioni del genere e nell’anno del dialogo che ci lega a Tetouan dovremmo essere i primi portavoce della gente di quella città e di quella nazione, andare da loro. Vedrò il sindaco nei prossimi giorni – annuncia Ambarus – e il mio desiderio è dire: saliamo sul primo aereo, con una delegazione che li ascolti di persona. Il dialogo significa lasciarsi caricare dal peso della loro sofferenza». Un richiamo che travalica elementi istituzionali e asettici ma richiama alla forza dell’uomo e della solidarietà.

LA FORZA DI UN LEGAME CHE NON SIA SOLO PROTOCOLLI D’INTESA

Alla forza di un legame che non sia solo protocolli d’intesa fa riferimento anche Rita Orlando direttrice generale della Fondazione Matera-Basilicata 2019 dopo aver sottolineato una vicenda che è diventata motivo di campagna elettorale e di attacco alla Spagna. «Le migrazioni non si risolvono a botta di pro e contro – esordisce – che sono posizioni semplicistiche. I popoli hanno sempre migrato e quando i migranti siamo stati noi, eravamo noi i puzzolenti e poveri che rubavano il lavoro agli altri. Sono corsi e ricorsi storici su cui fa comodo far finta di niente.

Prenderli tutti non è la soluzione perché non siamo stati in grado di individuare modalità per gestire la questione. Più volte ho spiegato che a Matera e in Basilicata ci sarebbero numeri e condizioni per sperimentare modelli diversi – prosegue – sia in termini di accoglienza che integrazione veri, ragionando sulle esigenze di chi arriva, di chi abita, dotandosi di regole di convivenza civile. La nostra realtà ce lo permette perché Matera conta su una buona rete sociale solida che consente di comprendere come accogliere.

Credo che un ruolo importante debba essere svolto dalle scuole che voglio coinvolgere al più presto perché non si possono isolare i ragazzi stranieri che non hanno ancora avuto la possibilità, ad esempio, di imparare l’italiano. Creando un modello a Matera si potrebbe avviare un modello in questo senso. Quando siamo andati alla festa del Ramadan, ad esempio, uno dei referenti ha chiesto di potersi confrontare con il Vescovo per un dialogo interreligioso. Possiamo farlo, secondo me».

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