Gabriele De Tursi, il giovane di Strongoli vittima di lupara bianca
2 minuti per la letturaTre condanne e un’assoluzione per reati minori nel processo scaturito da una costola dell’inchiesta sulla lupara bianca di Strongoli
STRONGOLI – La montagna ha partorito il topolino, lasciando intatta l’ombra di un mistero lungo 13 anni. Il Tribunale penale di Crotone ha chiuso il cerchio sul troncone minore della maxi inchiesta sulla scomparsa di Gabriele De Tursi, il 19enne svanito nel nulla il 5 giugno 2013 a bordo della sua moto Honda “Hornet”. Tre pene lievi, ma per reati ordinari, e un’assoluzione. Il dispositivo emesso dai giudici crotonesi fotografa impietosamente la frammentazione di una verità giudiziaria che si è fermata sulla soglia dei reati fine, riducendo un’indagine tentacolare a un perimetro di accuse per droga e armi. La sentenza restituisce solo un frammento di giustizia rispetto al dramma della lupara bianca di Strongoli.
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Richieste alte, pene lievi
Il pm Umberto Iurlaro aveva chiesto 6 anni di reclusione per Antonio Pettinato e Michele Mercadante, ritenuti responsabili del giro di spaccio emerso tra le pieghe delle intercettazioni. Tre anni era la richiesta per Leonardo Masucci, due anni e sei mesi quella per Donato Giardino. I giudici hanno condannato Mercadante a 8 mesi 15 giorni, Pettinato a 5 mesi e 15 giorni, Giardino a 5 mesi e 10 giorni. Assolto Masucci. Gli imputati condannati, a loro volta, sono stati assolti da diverse accuse. La sentenza è arrivata al termine di una lunga camera di consiglio dopo che gli avvocati Giovanni Mauro e Domenico Sirianni avevano tentato di smontare l’impianto accusatorio fondato esclusivamente su intercettazioni. Le captazioni vertevano su cessioni di stupefacenti, trattative sul prezzo al grammo e sul possesso spregiudicato di pistole con matricola abrasa, utilizzate per test di fuoco o per festeggiare l’avvento del Capodanno.
La madre di Gabriele De Tursi chiede verità
L’inchiesta si è fermata, insomma, ai canali paralleli della criminalità di paese, stralciati dall’inchiesta madre sulla cosca Giglio, condotta dalla Dda di Catanzaro. Il capitolo principale riguarda l’omicidio in concorso aggravato dal metodo mafioso. In quel registro, aperto originariamente dalla Dda di Catanzaro, figurava iscritto Giuseppe Giglio – figlio di Salvatore, figlio del capobastone locale – senza che tuttavia questo troncone sia riuscito a scalfire il muro di omertà sulla fine del giovane.
Il processo di Crotone ha potuto affrontare soltanto i reati minori. Resta l’amara sproporzione tra la mastodontica mole investigativa, fatta di intercettazioni ambientali, depistaggi familiari, misteriosi ricoveri in psichiatria. Restano i disperati tentativi di una madre che non ha mai smesso di cercare la verità.
E resta la ferita aperta di una comunità in cui molti sanno ma nessuno parla, come denuncia Anna Dattoli, che a casa sua continua a fare il letto ogni mattina a suo figlio.
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