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Gli allarmi della mediatrice culturale Carmen Florea di “Tendiamo le Mani” dopo l’incendio tra le baracche di Corigliano-Rossano che ha causato 4 feriti
Quando giungono le immagini di com’erano prima le baracche e le tende dei braccianti andate e fuoco, la prima cosa che ci si chiede è: ma in che razza di Paese viviamo davvero? L’onorabilità di una nazione come l’Italia, il decoro di una regione come la Calabria, la nostra stessa dignità di persone umane, sbatte violentemente il muso contro le foto a corredo di un’evidenza pubblicamente e formalmente denunciata da Carmen Florea – mediatrice culturale all’interno del progetto Su.Pr.Eme.2 e referente per il territorio della comunità romena – già il 7 dicembre scorso, attraverso organi di stampa locali.
Non c’è molto da pensare. Ci sono solo fatti di cui prendere atto. Raccontati da chi era lì, sul posto, tra la puzza di bruciato e le sterpaglie, a “tendere una mano”.
Proprio così, come cita il nome della sua associazione: “Tendiamo le Mani”. «L’area dell’insediamento informale di Schiavonea è stata presidiata in permanenza attraverso un’azione costante e quotidiana di outreach sul campo», dice Carmen. Le gravissime condizioni di vulnerabilità – compreso il rischio estremo per l’incolumità pubblica – erano stati palesati, resi noti, dichiarati, urlati in un preciso allarme istituzionale in cui si chiedeva «di passare dall’approccio emergenziale alla prevenzione strutturale».
E il fatto che «a tali sollecitazioni non sia seguito alcun intervento concreto» ha portato direttamente al drammatico bilancio dela notte tra martedì e ieri. «Un incendio che ha distrutto 900 metri quadrati di rifugi. L’esplosione di bombole di gas. Il grave ferimento di un cittadino straniero (trasferito d’urgenza al centro grandi ustionati di Brindisi). Il coinvolgimento di altri tre braccianti e il ferimento degli stessi agenti di Polizia intervenuti».
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Ma c’erano da un mesetto? Due? Tre? Ovviamente no. «Alcuni, stanziali, erano in quel sito da oltre 10 anni». E grazie al monitoraggio continuo e alla mediazione culturale svolta in quella sede «è stato possibile tracciare con precisione l’evoluzione delle presenze e delle condizioni di vita all’interno del ghetto (che variano raggiungendo anche picchi di 40 unità di lavoratori stagionali circolari – magrebini, algerini, tunisini, marocchini – nei periodi delle raccolte di agrumi e olive)».
Infatti, spiega la mediatrice culturale, «dall’inizio di febbraio 2026, a seguito del decremento stagionale della raccolta, il nucleo stabile rimasto a presidiare l’insediamento era composto esattamente da 8 persone dell’Est Europa, per lo più di nazionalità romena, oltre ad alcuni cittadini polacchi. Successivamente, nel corso del mese di aprile, due di loro sono riusciti a fare rientro in patria grazie al supporto economico e logistico di alcuni connazionali, lasciando i restanti esposti ai rigori e ai gravissimi pericoli del sito fino al rogo».
E seppure fin’ora sembra non ci siano legami con caporalato e storiacce simili, «i dati raccolti quotidianamente – continua Carmen Florea – confermano che i residenti dell’insediamento subiscono turni di lavoro massacranti dalle 6 alle 16.30 sotto la pioggia e il freddo. A fronte di questa fatica, percepiscono paghe misere di appena 40-45 euro al giorno, rimanendo totalmente dipendenti dai servizi assistenziali della Caritas per l’accesso a una doccia e a un pasto caldo».
Insomma, situazione chiarissima e domanda orrenda: ma siamo davvero così civili, così umani, così politicamente prodighi verso gli ultimi e il prossimo come riteniamo di essere? Perché le immagini mostrano la drammatica quotidianità dell’insediamento: che era là, stava là, è stato là. Fino la notte scorsa. Fino a che qualcuno non ci stava lasciando la pelle.
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«I rilievi fotografici – continua Carmen – dimostrano chiaramente che i rifugi sono edificati con materiali di recupero altamente infiammabili (teloni plastificati, coperte logore, cartoni e vecchi materassi usati come isolanti). E il sorgere di queste strutture all’interno di una fitta vegetazione spontanea e di canneti secchi ha costituito il combustibile perfetto per la propagazione immediata e incontrollabile del rogo. Inoltre, la sistematica negazione degli allacciamenti legali alle reti elettriche e idriche costringe gli occupanti a stiparsi in spazi angusti e a utilizzare bombole di gas Gpl per scaldarsi e cucinare. Questa prassi, monitorata costantemente e intrinsecamente pericolosa, potrebbe aver causato le esplosioni».
E infine, il degrado igienico-sanitario permanente. «È la drammatica quotidianità dell’insediamento. Cumuli di rifiuti, fango perenne e lavoratori costretti a camminare in condizioni climatiche avverse con calzature totalmente inadeguate (ciabatte aperte), esposti a costanti rischi per la salute e a infezioni».
Per tutti questi motivi, – aggiunge – a seguito del provvedimento di sequestro giudiziario dell’area di Boscarello da parte della Procura della Repubblica di Castrovillari, in qualità di referente della comunità e operatrice del progetto Su.Pr.Eme. 2, «esigo un cambio radicale di rotta da parte del Comune di Corigliano Rossano, della Prefettura di Cosenza e dell’Asp».
Le richieste sono chiare e precise, anche questa volta. La prima riguarda la collocazione immediata degli sfollati: «Bisogna predisporre d’urgenza soluzioni alloggiative dignitose e sicure per i membri della comunità rimasti senza un tetto a causa del rogo, attivando la Protezione Civile e i Servizi Sociali». Ancora, si chiede di attivare un presidio straordinario di assistenza sanitaria per garantire cure immediate e supporto post-traumatico ai sopravvissuti all’esplosione, di istituire un canale prioritario con l’ambasciata e le autorità competenti per il rilascio dei duplicati dei documenti d’identità comunitari andati interamente distrutti nelle fiamme, per evitare la paralisi giuridica dei lavoratori. E in ultimo, ma non in ordine di importanza, si chiede di avviare un piano strutturale con la Prefettura e i sindacati (Flai-Cgil) per mappare gli immobili sfitti e favorire l’inclusione abitativa regolare, sradicando definitivamente i ghetti informali nella piana di Sibari.
«L’integrazione non è solo un contributo economico. – conclude Carmen Florea – Significa partecipazione alla vita sociale, cittadinanza attiva e rappresentanza. I lavoratori dell’est Europa che sostengono l’agricoltura della Sibaritide hanno diritto a vivere con dignità. È il momento di passare dalle scuse emergenziali alla prevenzione strutturale. Continuare a ignorare i report e gli allarmi di chi opera in outreach permanente significa accettare la responsabilità delle prossime tragedie».
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