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Il bilancio dell’incendio divampato tra le baracche in contrada Boscarello a Corigliano-Rossano è di quattro feriti di cui uno in gravi condizioni ma avrebbe potuto essere molto peggiore


Le colonne di fumo nero che all’alba di ieri, 24 giugno 2026, si levavano ancora dense nel cielo di Schiavonea erano l’impronta visibile, quasi plastica, di un disastro ampiamente annunciato. Oggi, quell’area di circa 900 metri quadrati in contrada Boscarello è sigillata dai cartelli di sequestro giudiziario, ridotta a uno spettrale cimitero di lamiere contorte, cenere e masserizie. Ma il vero bilancio della tragedia consumatasi nella tarda serata di martedì non si misura nei metri quadri di vegetazione e baracche andati in fumo, bensì nella carne viva di quattro persone tratte in salvo da un inferno di fuoco e, soprattutto, nella radiografia spietata di una marginalità sociale che la città non può più permettersi di ignorare o derubricare a semplice folklore della disperazione.

La dinamica di martedì notte restituisce per intero la cifra della drammaticità dell’evento. Quando i fari delle volanti del Commissariato di Polizia cittadino hanno illuminato la contrada, la situazione era già oltre il livello di guardia. Le fiamme avevano interamente avvolto le strutture di fortuna, trasformandole in torce di legno e plastica.

Gli agenti, intuendo la presenza di vite umane all’interno e senza attendere l’arrivo dei pur tempestivi rinforzi, si sono lanciati a corpo morto tra le fiamme, riuscendo a estrarre quattro uomini rimasti intrappolati e semicoscienti. È stato in quel preciso istante che si è sfiorata l’ecatombe: il calore ha innescato l’esplosione violenta di una bombola di gas. La deflagrazione ha investito in pieno i poliziotti che stavano completando il salvataggio. Solo per una frazione di secondo, e per pura fortuna, l’onda d’urto non ha ucciso o ferito gli operatori.

CORIGLIANO-ROSSANO, FIAMME TRA LE BARACCHE, UN BILANCIO COMUNQUE GRAVE

Il bilancio finale resta comunque grave. Uno dei braccianti lotta tra la vita e la morte al Centro grandi ustionati di Brindisi, con ustioni profonde sull’85% del corpo. Gli altri tre compagni sono feriti e intossicati. Sul posto, insieme ai sanitari del 118 e ai Carabinieri del Reparto territoriale, i Vigili del Fuoco hanno dovuto lavorare per ore prima di poter dichiarare la bonifica di una vera e propria polveriera a cielo aperto. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Castrovillari, dovranno ora accertare l’origine esatta del rogo.

Ma se la pista dell’incidente domestico e accidentale resta la più accreditata, i dettagli emersi nelle ultime ore sull’identità dei feriti scardinano completamente la narrazione stereotipata che da anni circonda questo insediamento. I quattro uomini salvati non appartengono alle storiche rotte extracomunitarie della piana di Sibari; sono cittadini comunitari di nazionalità rumena e polacca. Questo elemento, allo stato degli accertamenti, allontana i fantasmi di ritorsioni criminali legate alle dinamiche del caporalato o alle faide tra comunità che spesso riempiono le cronache nere.

La verità che emerge dalle macerie di Boscarello è più lineare, ma per questo ancor più dolorosa. Non siamo di fronte solo a una questione di sfruttamento della manodopera agricola, ma alla piaga dell’indigenza estrema, radicata e stanziale. I protagonisti di questa tragedia non erano fantasmi di passaggio o stagionali pronti a partire il mese successivo. Erano residenti storici di quel limbo suburbano. Uomini che da anni muovevano i propri passi dentro un circuito di sopravvivenza minimo, fragile e radicalmente invisibile agli occhi dei più. Un’esistenza scandita da tappe fisse e ravvicinate: il pranzo quotidiano alla vicina Caritas per rimediare un pasto caldo, l’utilizzo dei container comunali per l’igiene personale e poi il ritorno lì, nel proprio perimetro di niente, all’ombra delle lamiere.

INCENDIO IN UNA BARACCA COME SINTOMO DI POVERTÀ

Un incendio in una baracca non è mai soltanto un incidente fortuito. È il sintomo macroscopico di una povertà che si organizza come può nei vuoti a perdere della pianificazione urbana. In luoghi simili, dove l’elettricità è un miraggio e la sicurezza un lusso, anche il più banale dei gesti quotidiani – accendere un fornello da campo per scaldare una tazza di tè o illuminare il buio – si trasforma in una roulette russa. Le fiamme dell’altra notte non hanno fatto altro che incenerire ciò che era già poco più di un miraggio di dignità. Il rogo di contrada Boscarello squarcia il velo su una profonda, stridente contraddizione geografica ed esistenziale che si consuma in queste settimane d’estate.

Schiavonea vive da tempo una sorta di schizofrenia sociale. Da un lato c’è la riviera della movida calabra. I bagnanti che affollano le spiagge, il lungomare illuminato a giorno, i locali commerciali gremiti di giovani che ballano fino all’alba e i ristoranti pieni. È la narrazione del divertimento, del turismo e della spensieratezza stagionale. A poche centinaia di metri in linea d’aria, separata solo da un muro invisibile fatto di distrazione e indifferenza, pulsa la Schiavonea della disperazione. Mentre sul lungomare si consumano i brindisi dell’estate, in contrada Boscarello si consumava l’ennesimo capitolo di un’emergenza umanitaria permanente. Ora che l’area è sotto sequestro e i riflettori della cronaca inevitabilmente si spegneranno, sul campo resta un’unica, amara certezza: quella terra bruciata è lo specchio deformante di una comunità capace di ballare e divertirsi a un passo dall’inferno, fingendo che quel fumo nero all’orizzonte sia solo parte del panorama.

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