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Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano

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LE REGIONI sono al collasso. Non come casseforti, perché alcune sono molto ben fornite, né come fonte di potere e distribuzione di prebende, perché ad essere onesti anche sotto quel profilo tutto va bene, grazie. Ma sono al collasso istituzionale: alla frammentazione segmentata del tessuto che un tempo forzatamente formavano, sicché ognuna ormai va ormai per conto suo come satelliti sganciati dall’orbita.  E si è esaurito anche il collante della Conferenza Stato-Regioni che le teneva istituzionalmente insieme.

I segnali sono molti e vanno tutti nella direzione di una spaccatura Nord-Sud con il Presidente campano De Luca che punta a una politica estera propria con la trattativa russa per lo Sputnik e mettendosi alla testa di un Mezzogiorno Covid-free per il rilancio estivo del turismo.

De Luca ha mandato a ramengo sia le Regioni del Nord che implicitamente sostengono o almeno rispettano le decisioni del il governo, mentre il Presidente della Conferenza Stato Regioni, Stefano Bonaccini è stato tardivamente sostituito da Massimiliano Fedriga presidente del Friuli Venezia Giulia, con un passaggio dal centrosinistra al centrodestra nel comando di un meccanismo che però ormai non risponde più alle direttive e alle decisioni collegiali.

Ma cominciamo dalla questione campana, dal momento che De Luca è insorto alla maniera di Giulio Cesare contro la Repubblica romana ed ha varcato il suo Rubicone mandando a quel paese il Commissario generale Figliuolo che aveva ordinato –  a nome del governo – un criterio obbligatorio di vaccinazione che seguisse come unico criterio di priorità quello anagrafico: si vaccinano, cioè, prima di tutti le persone che hanno più di ottanta anni insieme con i più fragili e gravi, per poi passare non a categorie e corporazioni scelte per arti e mestieri, ma alla fascia successiva di chi ha fra i settanta e gli ottanta  per proseguire con lo stesso criterio fino ai più giovani. De Luca ha risposto a Figliuolo, durante una animata conversazione che lui se ne infischia delle direttive del governo perché se la Campania, dopo gli ottuagenari, dovesse inoculare i settantenni e così via, non potrebbe vaccinare in tempo il personale necessario per la riapertura di alberghi e ristoranti per l’estate. Mors tua, vita mea, in estrema sintesi, vecchio detto latino sorretto dall’altro principio logico dell’incompatibilità fra avere sia la botte piena che la moglie ubriaca.

Quindi, dice De Luca, che si estinguano – se occorre – tanti vegliardi e obsoleti quanti ne bastano per mettere in sicurezza i giovani benché non minacciati da rischi mortali e che però devono riaprire bottega anche a costi di una quota di silenziosi sacrifici umani realisticamente indispensabili. Figliuolo ha risposto per posta certificata che la decisione di De Luca è illegittima ma non si capisce se questa affermazione è corredata da qualche deterrente e cioè che risponda alla domanda “sennò che mi fai?” mancando la quale ogni norma attuativa è pura acqua fresca. Per quanto ne sappiamo noi, siamo alla sola acqua fresca. Dunque, De Luca ha preso una decisione che rincuora il settore dell’economia turistica e che consiste nell’offrire ai clienti alberghi e ristoranti Covid-free in aperta ribellione nei confronti del governo centrale, con conseguente secessione.

Seguirà una guerra di secessione? Avremo una per tutte le Regioni che vivono di solo turismo, specialmente meridionali come la Sicilia, Lucania e Puglia. Quest’ultima come sappiamo è già il fanalino di coda nella somministrazione di vaccini agli ultraottantenni che sono stati messi in coda anziché in testa nei registri delle somministrazioni, con la scusa che tanto i vaccini per ora non sono sufficienti e dunque si fa quel che si può ovvero dove capita, capita. A Nord il cambio di Presidenza della Conferenza era dovuto dal 2016 perché ormai toccava al centrodestra sulla base dei risultati elettorali. Si tratta sempre però di nomine ed alleanze politicamente trasversali ma geograficamente importanti. Il Presidente eletto Massimiliano Fedriga sarà affiancato da un vice del Sud, e cioè dal governatore pugliese Michele Emiliano, che come abbiamo ricordato è quello più indietro di tutti nella vaccinazione degli anziani nella sua regione.  Per semplificare si può dire che esiste un rafforzato asse sistemico settentrionale fra il Triveneto e il resto del Nord e un fronte Dixieland delle Regioni del Sud.

Non si conosce ancora la posizione della Sardegna, ma certo è che la sorte della seconda grande isola è stata beffata dal Covid: dopo aver lambito la condizione di zona bianca, Covid Free, la Sardegna è tornata rossa perché l’ondata del turismo pasquale e primaverile ha impestato di nuovo il suo territorio facendo chiudere bottega alla speranza e provocando una delle più gravi crisi di frustrazione e disperazione. Le Regioni del Sud hanno visto che essere rispettosi delle regole non garantisce la ripresa e che solo la vaccinazione di massa lo potrebbe, basta guardare l’esempio del Regno Unito in cui, dopo un feroce lockdown e una vaccinazione di massa, è stato abbattuto il numero delle morti e riaperto i pub. Ma, comunque si interpretino queste novità – ricambio dei vertici, ribellione alle direttive romane del governo Draghi – sta di fatto che l’istituzione regionale sia di fatto in pezzi, priva di qualsiasi forma di unità e di guida.

Forse per questo il nuovo presidente Fedriga ha proposto nel suo discorso di investitura di rilanciare un’idea assolutamente campata in aria dal punto di vista costituzionale: e cioè quello di far entrare nella Costituzione. Con una riforma della carta fondamentale, proprio la Conferenza Stato-Regioni, oggi una balena spiaggiata incapace di riprendere il mare. A che scopo? Forse quello di avere uno strumento con cui opporsi al centralismo statale nei casi in cui le direttive del governo divergano dagli interessi delle Regioni.

Ma si tratta di un proposito tardivo e senza speranza perché nessuno ha voglia, nel Parlamento e nel governo, di concedere alle Regioni più poteri o una sorta di franchigia dal governo centrale, perché oggi prevalgono nettamente le spinte per un ripensamento di tutto il sistema regionale che più che mai nel corso di questa crisi pandemica si è rivelato caotico, costoso, occasionalmente eversivo e comunque mai unitario ma semmai definitivamente spaccato fra le opposte esigenze del Nord e del Sud.


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