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REGGIO CALABRIA – A non fare rimanere isolato, occasionale e, quindi, sterile, l’anatema sulla scomunica ai mafiosi, lanciato dal Papa dal palco della spianata di Sibari, ci pensano i detenuti. La protesta, ora, è scoppiata al Borgo San Nicola di Lecce, nella casa circondariale della cittadina pugliese. Circa una trentina di donne, detenute nel braccio femminile di alta sorveglianza perché accusate di fare parte della criminalità organizzata e di avere commesso gravi reati, per circa un mese hanno deciso di non partecipare alla messa della domenica. Le detenute in sciopero, per lo più giovani, alcune già condannate e altre in attesa di giudizio, sono prevalentemente calabresi. Una protesta analoga era andata in scena, a luglio, nel carcere di Larino, in provincia di Campobasso, dove si trovano diversi calabresi detenuti (LEGGI).

«Se siamo state scomunicate, a messa non vale la pena andarci» – hanno detto in faccia, in maniera agguerrita le donne detenute al cappellano del carcere di Lecce, don Sandro D’Elia. E da quel momento non hanno voluto nemmeno varcare la porta della cappella carceraria. Identica decisione hanno preso, in contemporanea, altri carcerati della sezione maschile, «ma con minore grinta e in modo decisamente più pacato della protesta messa in atto dalle donne» – rivela il giovane cappellano. Era successo più o meno la stessa cosa nel carcere molisano di Larino, nei giorni successivi all’anatema di Papa Francesco, lo scorso 21 giugno. In quel caso, circa duecento ristretti della sezione di alta sicurezza, avevano disertato per qualche settimana le funzioni religiose, per lo stesso identico motivo. Una forma di ribellione «fra la ritorsione e lo smarrimento».

I mafiosi non hanno certo mandato giù le parole forti del Papa: «Quando non si adora il Signore – aveva detto Papa Bergoglio, a conclusione della sua visita in Calabria – si diventa adoratori del male, come lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza, la vostra terra, tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato. La ‘ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dirgli di no. La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi. Quelli che non sono in questa strada di bene, come i mafiosi, questi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati». 

GUARDA IL VIDEO DI PAPA FRANCESCO CON LA SCOMUNICA

D’altronde, i temi della conversione e della forte condanna della criminalità organizzata tornano spesso dopo le parole del Pontefice, come accaduto anche sabato mattina a Reggio Calabria, nell’omelia dell’arcivescovo mons. Morosini che ha chiesto ai fedeli di denunciare il male (LEGGI).

Il cappellano del carcere di Lecce dapprima le ha tentate tutte per cercare di convincere le detenute a ragionare e a fare rientrare la singolare protesta, spiegando loro che il riferimento era a coloro che continuano a delinquere, sottraendosi alla giustizia, a cominciare da quella terrena. Non convinte delle parole del sacerdote cappellano, le detenute calabresi, assieme ad altre donne ristrette nella stessa sezione e accusate di appartenere ad altre organizzazioni criminali, oltre la ‘ndrangheta, hanno deciso di scrivere direttamente al Papa. Circa una settimana dopo la risposta del Pontefice alle detenute, tramite don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. 

«La scomunica è per chi vuole continuare a compiere il male, mentre il perdono è disponibile nella comunità cristiana per chiunque. Il santo Padre saluta e, con affetto, rivolge a loro ed alle loro famiglie, la sua Santa Benedizione». Il messaggio del Papa ha subito convinto le detenute, che hanno deciso di sospendere all’istante lo “sciopero delle messe”. L’ombra della scomunica si è dissolta.

 

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