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Archiviate polemiche e successi de la fiction “La Sposa”, 62 ore dopo a Sanremo su Raiuno, arriva questa volta Checco Zalone con la complicità di Amadeus, a mettere la Calabria in esposizione al politicamente scorretto davanti a milioni di italiani. E ritorna di conseguenza il tormentone e la contesa tra offesi e soddisfatti nativi tra il Pollino e lo Stretto

Checco che già nel film “Tolo Tolo” aveva preso Vibo Valentia a paradigma negativo, brava la sindaca vibonese all’epoca a rovesciare la frittata, ritorna a scegliere il pensiero medio calabro per demolire luoghi comuni sulla sessualità diversa da integrare.

Ed ecco all’Ariston una favola “Lgbtq” come da lui definita, ambientata in Calabria.  Il furbo Zalone parte con un preambolo sulla bellezza della Calabria per contenere le ire che sapeva di sollevare. Almeno rispetto alla fiction domenicale, questa volta quasi nessuno sui social si è lamentato dalla cadenza dialettale adoperata dal comico pugliese.

Zalone ha proposto una Cenerentola rivisitata con trans brasiliano che si aggira tra teste coronate calabresi. Un re dai vizi privati e dalle pubbliche virtù, un principe innamorato, una principessa Fiorenza da Cosenza che ha mandato in delirio il web, compresi quei calabresi che si sono messi dalla parte di chi ama l’ironia per esorcizzare costume eccessivo e logori luoghi comuni.

Tra l’immancabile ‘nduja e sopressata (sarà contento l’assessore Gallo) c’è stata anche la “strada dissestata”, siamo sempre la regione della strada della morte e dello sfasciume pendolo di antica memoria. Si è aggiunto il pelo laqualunquista declinato in ogni forma (“hanno offeso le nostre donne”)  e precisa autoctona definizione di organi genitali ormai sdoganati a Sanremo come un qualunque cinepanettone.

Mercoledì sera sul palco dell’Ariston è andata in scena  la narrazione calabra con trionfo di doppi sensi e risate da varietà. Tutto qua.

Cantata sulle note di una stravolta “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini, la quale mi permetto di ricordare che nella sua Bagnara non ebbe una giovinezza felice causa patriarcale famiglia, come in ogni favola che si rispetti non è mancata la morale. Il trans ha sesso a metà, ma chi lo giudica è un coglione intero. Messaggio chiaro per tutti.

I calabresi che si sono indignati, amichevolmente, li invito a riflettere sulla loro rabbia. Avete schivato una sana risata nella regione ultima per statistiche economiche e di qualità della sanità. Indigniamoci meglio sui social e nelle piazze per una bambina di due anni che muore per assenza di strutture e non preoccupiamoci del “pare brutto” come ci vedono e ci giudicano gli altri in televisione. Riconosciamo meglio i nostri difetti.  Non siamo i nemici di Zalone, un comico di successo che prende di mira anche la sua regione sfottendo Albano come ha fatto ieri sera, ma che non risparmia neanche gli abitanti del suo paese.

A Sanremo non abbiamo dovuto pagare costosi spot bruttini per far leggere “Calabria” per trenta secondi. I nostri difetti, simili spesso a quelli di tanti nostri connazionali, hanno fatto cornice ad un momento spensierato, che invece molti calabresi hanno vissuto con il solito rituale sdegno.

Ridere fa bene. E ricordatevi che a Tropea non molto tempo fa una coppia di uomini non fu accettata da una struttura ricettiva perché in quella pensione non accettavano gay e animali. Questa estate, sempre da quelle parti, dei musicisti di strada sono stati mandati via dalla polizia municipale. Perché noi calabresi siamo spesso considerati diversi, ma la Calabria con la diversità ha antichi problemi irrisolti. A partire dalla propria che ancora non abbiamo neanche ben capito.

Ridere dei difetti e dei luoghi comuni, come insegnano Plauto e Goldoni, evolve una società. Apriamo i teatri chiusi, costruiamo laboratori per nuovi comici che magari sappiano far nascere una commedia dell’arte calabrese al tempo del digitale. Potrebbe essere una risata a seppellire molti luoghi comuni e a costruire un’identità regionale che ancora neanche noi sappiamo qual è.

Ben venga Checco Zalone ad indicarci le strade. Quelle dissestate ripariamole da soli.

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