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VITTORIA doveva essere e vittoria è stata. Emmanuel Macron sarà per altri cinque anni l’inquilino dell’Eliseo e la notizia è senza dubbio positiva per le prospettive del processo di integrazione europeo, nella complicata congiuntura di uscita dalla pandemia e di tragico ritorno della guerra nel Vecchio Continente.

Si tratta di una vittoria dimezzata o amputata come molti, forse troppi, la stanno descrivendo? Occorre essere cauti nei giudizi, ponderare bene le valutazioni e soprattutto osservare sia il bicchiere mezzo pieno, sia quello mezzo vuoto. Macron è il primo presidente nella storia della V Repubblica ad essere rieletto non provenendo da una coabitazione. Mitterrand nel 1988 e Chirac nel 2002 erano stati eletti per un secondo mandato, ma avevano potuto condurre le rispettive campagne elettorali presentandosi come alternativi al governo in carica. A guida gollista dal 1986 al 1988 e della gauche plurielle di Jospin tra il 1997 e il 2002. Bisogna poi riconoscere che i 18,7 milioni di voti raccolti al ballottaggio costituiscono il quarto risultato di sempre per un presidente della V Repubblica. E infine il 58,5% è senza dubbio uno score più che buono rispetto ad alcuni sondaggi che tra i due turni avevano fatto addirittura pensare ad un esito sul filo di lana.

Per non esagerare con il bicchiere mezzo pieno, ecco gli elementi negativi che di certo non mancano per il presidente rieletto. Il livello più alto di astensione dal 1965 (se si eccettua il caso peculiare del 1969). Tra astenuti, schede bianche e nulle sono oltre 16 milioni i francesi che hanno scelto di contestare il ballottaggio (un terzo degli aventi diritto). Mancano poi due milioni di voti a Macron rispetto al 2017 e la sua avversaria ne ottiene 2,6 in più rispetto a cinque anni fa. Proprio in relazione a Marine Le Pen è impressionante la crescita dell’estrema destra francese. Il punto più alto di Jean-Marie Le Pen si era toccato al ballottaggio del 2002 con circa cinque milioni e mezzo di voti. A venti anni di distanza la figlia ne raccoglie quasi tre volte tanti. Fatta questa breve ma importante puntualizzazione sui numeri, bisogna aggiungerne altre due di sostanza. Da un lato sgomberare il campo da qualsiasi anche velata accusa di scarsa legittimità di un presidente eletto con meno del 40% dei voti calcolando l’insieme degli aventi diritto.

La legittimità di Macron per guidare il Paese è piena e salda. Dall’altro lato sin dalla scenografia della sera della vittoria, non più il “giovane uomo” solo al comando che avanza sulle note dell’Inno alla gioia verso la Piramide del Louvre, ma il marito che cammina mano nella mano alla moglie seguito da un drappello di bambini e adolescenti all’insegna dello slogan di campagna (pour nous tous) e del desiderio di rassembler (riunire), Macron ha dato l’impressione di voler ripartire dando un segnale di discontinuità. Lo ha poi precisato nel breve e per certi aspetti monocorde primo discorso da presidente rieletto: “Ho compreso la sofferenza del Paese e le sue divisioni. Sono pronto a farmi carico di tutto ciò, prima di tutto andando in discontinuità rispetto ai miei cinque anni passati”.

La prima domanda da porsi è se la discontinuità sarà solo nel metodo, dunque meno verticalità del potere (è possibile nella V Repubblica, a maggior ragione con il mandato ridotto a cinque anni?), o anche nella sostanza (e qui subentra il tema della “virata a gauche” del candidato tra il primo turno e il ballottaggio, dopo una campagna del primo turno tutta orientata “a destra”).

Intanto vi sono alcune “urgenze”. Prima di tutto formare un nuovo governo, a partire dalla scelta del nuovo Primo ministro, che dovrà da un lato avviare le prime riforme e dall’altro organizzare e condurre la campagna elettorale. Ecco gli altri due appuntamenti urgenti. Ripartire con le necessarie riforme e nello specifico rispondere al più presto a quello che è stato uno dei punti di forza della campagna elettorale di Marine Le Pen e cioè l’aumento del costo della vita (reale o percepito poco importa), legato agli effetti della pandemia e dell’aumento dei costi energetici. E poi le elezioni legislative del 12 e 19 giugno, con l’obiettivo di ottenere una larga maggioranza presidenziale. Gli sconfitti della corsa all’Eliseo, come peraltro spesso accade, hanno immediatamente parlato del vero e proprio “terzo turno” elettorale.

Mélenchon ha chiamato a raccolta tutta la gauche all’unità candidandosi già a nuovo Primo ministro di coabitazione. Eric Zemmour ha gridato all’union des droites o meglio di tutte le forze nazionaliste del Paese. E la stessa Marine Le Pen, che è parsa accusare questa volta non poco la sconfitta (perfidamente Zemmour ha parlato dell’ottava volta che un Le Pen getta al vento i suffragi dei nazionalisti francesi…), ha delineato una nuova battaglia per i “patrioti”. Anche nel campo di Macron e in ciò che resta della destra postgollista dei Républicains sono già iniziati confronti e trattative proprio in vista dell’appuntamento di giugno. Anche qui occorre essere molto chiari e netti. In epoca di quinquennato, le legislative hanno sempre goduto di un importante effetto trascinamento dopo il voto presidenziale. In secondo luogo, l’alta soglia di sbarramento per accedere al secondo turno e il probabile, non favoriscono i partiti “estremi”, scarsamente coalizzabili e nel caso della France Insoumise (non più oramai del Rassemblement National) poco radicati localmente.

Infine un finanziamento ai partiti che dipende in larga parte dal numero di candidature e dai risultati al primo turno poco invoglia all’unità sbandierata a caldo da Mélenchon a sinistra e da Zemmour a destra. Insomma il Macron II inizia in salita. Con un quadro politico, come più volte ripetuto, diviso in tre poli assolutamente non coalizzabili e che hanno finito per stravolgere il bipolarismo socialisti-gollisti architrave della V Repubblica perlomeno sino alle presidenziali del 2012. Ma con un Paese attraversato da una serie di fratture che vanno ben al di là di queste tre, che contrappongono il centro (o meglio i centri urbani) alle aree periurbane e delle campagne scarsamente produttive (basti citare un solo dato: nell’area urbana parigina Macron ha raccolto al primo turno il 35% dei voti e Marine Le Pen soltanto il 5%). Altre fratture rispetto alle quali la dimensione socio-economica si incrocia con quella generazionale. I pensionati massicciamente macronisti e i lavoratori attivi che invece si dividono equamente tra Macron e Le Pen (qui subentra spesso il tipo di occupazione o il livello di scolarizzazione). Ma linee di frattura che attraversano anche gli “stessi” poli, basti pensare al patchwork del voto a Mélenchon al primo turno: dagli immigrati delle periferie desolate ai docenti di liceo ed universitari dei principali centri urbani, passando per i militanti no vax e i giovanissimi sensibili al tema della transizione ambientale.

Potere d’acquisto, riforma delle pensioni e transizione verde: questi i tre cantieri di riforma prioritari per Macron, evitando peraltro quella “sindrome” da secondo mandato che ha fatto dei mandati 1988-1995 di Mitterrand e 2002-2007 di Chirac parentesi per nulla memorabili. Riforme da attuare naturalmente prima di tutto nello spazio dell’integrazione europea, con le due grandi sfide sul tavolo. Quella geopolitica della guerra russa all’Ucraina, con tutte le relative ricadute strategiche ed energetiche. Quella in questa fase sotterranea, ma che tornerà prossimamente in primo piano, relativa alla mutualizzazione del debito europeo, avviata come risposta emergenziale al Covid, ma in prospettiva da istituzionalizzare. E qui il braccio di ferro si giocherà per forza di cose di nuovo lungo l’asse Berlino-Parigi.

Il voto 2022 sembra aver confermato la Francia come lo specchio che riflette con maggiore intensità la profonda crisi del modello liberal-democratico, così come uscito dal secondo conflitto mondiale. Macron rappresenta il punto di equilibrio tra due declinazioni estreme del concetto di democrazia (da intendersi come eterna tensione tra demos e kratos, cioè tra popolo e potere). Mélenchon rappresenta la democrazia radicale, nell’ottica del tutto il potere al popolo, con quest’ultimo assolutamente superiore al potere. Marine Le Pen incarna la cosiddetta democrazia illiberale, dove il potere è tutto. Le istituzioni della V Repubblica sembrano ancora una volta in grado, garantendo altri cinque anni di presidenza a Macron, di mantenere in piedi questo delicato equilibrio. I prossimi mesi ci diranno se l’equilibrio reggerà. Ricordando che la sequenza è iniziata nel 2021 con l’uscita di scena di Angela Merkel, è proseguita con il voto presidenziale francese e si avvicina ora al 2023 italiano. Il “paziente francese”, seppur non in ottime condizioni, ha dato segnali di vita. Cosa riserverà all’Europa quello italiano?


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