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Siamo in fondo tornati agli anni in cui vivevamo di promesse e di possibili certezze che, nella maggior parte dei casi, restavano promesse e possibili certezze. Consci di questo limite e convinti che nel Dna di noi italiani sia indistruttibile la volontà di raccontare le cose da fare senza poi farle, nel 2002, con il decreto legislativo 190, si decise che quanto previsto dalla legge 443/2001 (legge Obiettivo), e in particolare quanto contenuto nell’allegato alla stessa legge, definito “Programma delle infrastrutture strategiche”, trovasse in un preciso strumento definito “Allegato infrastrutture al Documento di economia e finanza” un riferimento sistematico sull’avanzamento reale di quanto definito programmaticamente per legge.

IL RUOLO DELL’ALLEGATO

Tale allegato doveva essere inoltrato contestualmente all’esame del Parlamento con il Def e il Parlamento poteva iniziare l’esame del Def solo se in possesso dell’allegato.

Quindi, il ruolo dell’Allegato infrastrutture era quello di:

  • far conoscere al Parlamento lo stato di avanzamento del Programma;
  • denunciare i punti critici dell’avanzamento, elencare e motivare la reale spesa delle risorse assegnate;
  • motivare la coerenza con le linee strategiche dell’Unione europea;
  • prospettare possibili modifiche a quanto già programmaticamente deciso.

Ora disponiamo, ormai da due anni, di un Piano nazionale di ripresa e resilienza, di un Programma legato al Fondo di sviluppo e coesione 2014 – 2020 (di cui su 54 miliardi di euro abbiamo impegnato solo 24 miliardi e speso forse 4 o 5 miliardi), di un programma legato al Fondo di sviluppo e coesione 2021 – 2027 (di un importo pari a 73 miliardi di euro) e questo rilevante impegno programmatico vede già una forte incidenza sul bilancio dello Stato.

I VINCOLI TEMPORALI

A tale proposito riporto per la terza volta il quadro fonti impieghi (vedi la tabella accanto) da cui si evince che per onorare questi quadri programmatici occorre garantire 211,5 miliardi, e questo rilevante volano di risorse bisogna assicurarlo con una cadenza temporale legata ai vincoli imposti dall’Unione europea, cioè entro il 2027 o al massimo entro il 2028.

Questo vincolo comporta, quindi, una allocazione annuale di circa 35 -40 miliardi l’anno: un valore davvero rilevante se si tiene conto che mediamente l’assegnazione annuale per gli interventi in conto capitale non ha mai superato quota 10-15 miliardi di euro.

Ma la cosa più preoccupante è che si torni sistematicamente a fare due cose che onestamente offendono i cittadini del Mezzogiorno:

  • l’elencazione delle percentuali al Sud;
  • l’elencazione di certezze che certezze non sono.

LE OPERE PROMESSE

In merito all’elencazione delle percentuali il ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile, Enrico Giovannini, presentando l’Allegato infrastrutture al Def ha ricordato che «per quanto riguarda la quota di risorse del Pnrr e del suo Piano collegato, il Pnc,, 61,5 miliardi di euro sono assegnati al Mezzogiorno e tale importo rappresenta il 55%, ben più del 40%.

Sul secondo punto invece riporto sinteticamente la serie di opere prospettate dal ministro:

  • le Ferrovie con i nodi urbani si assicurano 147,4 miliardi;
  • le strade e le autostrade si assicurano 83,5 miliardi;
  • per il trasporto rapido di massa nelle città metropolitane 32,6 miliardi;
  • per i porti 10 miliardi;
  • per gli aeroporti 3,2 miliardi;
  • per le ciclovie 2,6 miliardi;
  • per l’approvvigionamento idrico, per le dighe e per le reti di distribuzione e per la riqualificazione urbana sono previste ulteriori risorse che portano l’intero programma su un valore pari a circa 290 miliardi di euro.

In realtà, a mio avviso, si è voluto rivisitare la finalità dell’Allegato infrastrutture e si è voluto raccontare, come al solito, un futuro ricco solo, ripeto solo, di speranze. A tale proposito faccio due esempi di opere che sono ubicate nel Mezzogiorno: l’asse ferroviario ad alta velocità Salerno-Reggio Calabria e l’asse viario 106 Jonica.

Per l’asse Salerno-Reggio Calabria disponiamo allo stato di una disponibilità concreta di 1.800 milioni di euro a carico del Pnrr e di una copertura, frantumata in dieci anni, per un importo di 9.400 milioni di euro allocata sul Piano nazionale complementare al Pnrr, e dopo due anni dalla approvazione del Pnrr si è riusciti solo a sottoporre al Comitato del Consiglio superiore dei lavori pubblici, preposto alla approvazione dei progetti di fattibilità del Pnrr, il progetto della galleria di Santo Marzo: un progetto che il Comitato non ha approvato.

Per l’asse viario 106 Jonica si dispone per ora solo di progetti di fattibilità e di nessuna copertura, cioè i 3 miliardi allo stato sono solo una dichiarazione di intenti. Ma questi miei interrogativi sono sicuramente poco incisivi e, come al solito, saranno interpretati come “pessimismo mediatico”.

Invece gli interrogativi che saranno sollevati in Parlamento, proprio sull’Allegato infrastrutture, sicuramente metteranno in evidenza, ancora una volta, l’urgenza di abbandonare la tecnica di rincorrere un futuro inesistente che proprio nel presente non trova nessun riferimento capace di ridare fiducia a un Paese che da oltre otto anni assiste alla completa assenza di un processo realizzativo del sistema infrastrutturale del Paese.


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