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Uno degli incendi devastanti degli ultimi giorni

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È urgente ridare un ruolo all’organismo centrale del Paese istituendo un dipartimento all’interno dei Lavori pubblici che affronti in modo organico un’emergenza che da anni a causa delle inefficienze delle Regioni non riusciamo neanche a capire. Si scriva nella legge di stabilità che una parte fissa del Pil è destinata per i prossimi 20 anni alla messa in sicurezza del sistema idrico-geologico e si affidino i soldi in mani competenti.

NON se ne può proprio più. Si riesce a fare rumore anche davanti a pezzi di Paese senza acqua e senza luce e altri percorsi da raffiche di vento a cento chilometri orari e a piogge di grandini come proiettili che hanno le stesse dimensioni di quelli di venti anni fa in Veneto. Lo dico perché l’unica cosa di cui si sente l’insopprimibile bisogno è di ridurre tutto ciò a polemica politica sui cambiamenti climatici. Problema serissimo da affrontare nei grandi bilanci europei e prima ancora cinese e americano, con la priorità e le risorse che merita. Si riesce, però, allo stesso tempo a ignorare che proprio la storia climatica ci insegna che questi sono anche eventi sinusoidali. Sono eventi, cioè, che si ripetono ciclicamente, alternando periodi di calma e periodi di accelerazione. Cosa che ci obbliga oggi ad accelerare sui bilanci europei, cinesi, americani. Soprattutto, però, per quanto riguarda noi, si riesce a non dire mai che come Paese non stiamo facendo più niente per prevenirli, contrastarli, gestirli.

Nella percezione degli italiani siamo diventati il Paese del passato prossimo non del futuro per cui non vale più “farò” ma “ho fatto” ed è questo l’errore in cui è caduto l’altro giorno il ministro Salvini anche se è vero che avendo davanti una legislatura c’è almeno il tempo di invertire la rotta. Evitare l’enfasi è, però, obbligatorio. Alcuni fatti storici possono aiutare a capire perché ci siamo ridotti così. Prendiamo il caso dell’alluvione del Polesine nel 1951. Fu l’effetto combinato di un violento nubifragio e di un’affluenza imprevedibile del Po che determinò cento vittime e 180 mila senza tetto partendo da Rovigo e arrivando fino a Mantova, Ferrara colpendo i territori di Don Camillo e l’onorevole Peppone. Non esistevano muraglioni di difesa laterali, lo Stato della Repubblica italiana con il suo ministero dei lavori pubblici e i migliori ingegneri a livello europeo che custodiva come un tesoro assoluto ne fece di imponenti nei tempi tecnici più veloci possibili. L’alluvione di Firenze del 1966 fu segnata da una serie di straripamenti del fiume Arno senza precedenti che non riguardò solo Firenze, ma tutta la Toscana colpendo l’intero bacino idrografico regionale. Lo Stato della Repubblica italiana attraverso i suoi grandi ingegneri, un consiglio superiore dei lavori pubblici all’altezza e un ministero che sapeva dove mettere le mani fece negli anni ’70 quei mitici bacini di compensazione che ancora oggi hanno consentito di fare la differenza tra Toscana e Emilia-Romagna con la recente alluvione.

La nomina di Figliuolo come commissario, espressione di un ritorno a un’idea di coordinamento centrale, denota almeno consapevolezza dell’origine dei problemi. L’alluvione del 2011 di Genova, causata dall’esondazione del torrente Bisagno, preceduta da quelle degli anni ’70 e ’80, e ripetutasi ancora nel 2014, parliamo essenzialmente di un fiume intubato, fu affrontata grazie agli strumenti tecnici dello Stato della Repubblica italiana e anche alle procedure accelerate della legge Obiettivo che è stato l’unico modo per fare opere in questo Paese. Oggi Genova è in sicurezza e sul territorio chi è stato chiamato a fare il suo lo ha saputo fare dentro una cornice chiara di poteri e di competenze organizzate.

Abbiamo raccontato questi fatti per l’esclusiva ragione di chiarire che in questo Paese è esistita una stagione in cui c’era un dipartimento dei lavori pubblici ad hoc, un ministero che aveva allargato anche le sue competenze preservando le risorse tecniche specifiche, una struttura dedicata sul territorio come era il Magistrato per il Po. Perché accadeva tutto ciò? Perché il Paese aveva una struttura dedicata per la messa in sicurezza del sistema idrogeologico e la garanzia dell’approvvigionamento idrico e aveva anche concepito una struttura dedicata sul territorio per il Po dentro una visione nazionale del problema con competenze tecniche e priorità di intervento, monitoraggio costante e azioni ordinarie di prevenzione. Da quando sono arrivate le Regioni questo sistema invidiato nel mondo è saltato. Molte Regioni non sono state in grado nemmeno di fare le mappe degli interventi, figuriamoci di intervenire. Il magistrato per il Po è stato disciolto in un’Agenzia interregionale per il Po. Questo semplice fatto simboleggia come sia indispensabile un’organizzazione statale e come si sia voluto distruggere tutto trasferendo queste competenze nel pollaio delle inesperte e litigiose “competenze” regionali. Il risultato di questa follia allo stato puro è che in Italia non esiste più neppure un piano vero delle dighe e si continua a riempirsi la bocca di soldi stanziati che non esistono.

Per questo diciamo oggi, e lo dicemmo già con l’alluvione dell’Emilia-Romagna, che se si vuole recuperare un minimo di serietà, l’unica decisione possibile è quella di scrivere nella legge di stabilità che una parte fissa del prodotto interno lordo sia destinata per i prossimi venti anni alla messa in sicurezza del sistema idrico-geologico e alla garanzia della capacità di erogare acqua e della sua rete. Se si decidesse di destinare anche l’1% del Pil avremmo effettivamente disponibili 18/20 miliardi l’anno. Invece continuiamo a produrre parole dichiarando su progetti e interventi qui e là per 3,5 miliardi che è la dimensione di quanto servirebbe nel brevissimo termine, ma che non è neppure disponibile come cassa. Questo tema di interventi riguarda, peraltro, soprattutto il Mezzogiorno tagliato come non mai nelle erogazioni dei trasferimenti pubblici e privo ancora di più in alcuni casi di risorse tecniche per gestire le eventuali risorse disponibili. C’è urgente bisogno, per farla breve, di ridare un ruolo all’organismo centrale del Paese istituendo un dipartimento all’interno dei Lavori pubblici, non commissari inventati all’ultimo secondo. Pensiamo a un organismo che affronti in modo organico un’emergenza che da anni non riusciamo neanche a capire a causa delle inefficienze competitive delle Regioni. Serve una struttura centrale che si occupi a tempo pieno di questa cosa qui visto che oggi non c’è neppure più una delega su questi temi. È stato tutto spostato sul fondo di coesione in mano alle Regioni responsabili del disastro attuale.

La prima cosa da fare è togliere queste risorse dal cosiddetto Por regionale per passarle al cosiddetto Pon nazionale. Avendo, però, la capacità di ridare ruolo e competenze alle strutture centrali. Siccome siamo ovviamente legati alla Costituzione ma anche vincolati da un disastro attuativo conclamato che può comportare responsabilità di ogni tipo per il futuro, si proceda con una fase sperimentale per i prossimi cinque anni chiarendo preliminarmente che una volta risolto il disastro prodotto dalle Regioni si restituiranno loro i poteri delegati dentro una maglia blindata di coordinamento e di vigilanza. Altre vie non esistono se si vogliono fare le cose perbene tenendo presente che il Paese è uno, non venti staterelli.

Per quanto riguarda, infine, gli incendi nei boschi in Sicilia e in Calabria, bisogna che lo Stato, sempre lo Stato, attrezzi i territori con sistemi di controllo satellitari digitali capillari con una griglia sensoriale vera per intervenire prontamente e prevenendo il pericoloso allargamento del fenomeno incendiario. Se si riesce a farlo in mezzo all’oceano con un sistema di controllo satellitare nelle navi non si vede perché non lo si possa fare sulla terra nei boschi siciliani e calabresi. Per quanti forestali potremmo continuare ad assumere non ce la faremo mai se gli interventi scatteranno sempre in ritardo perché non può essere la presenza fisica a segnalare il fenomeno con tempestività. La presenza fisica serve per intervenire quando l’allarme è lanciato dalla griglia sensoriale satellitare pienamente operante e funzionante.


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