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Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica

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Il governo impone alla Snam di fare il gasdotto di Sulmona per trasportare il metano dal Sud al Nord, ma i due farneticano sulle bollette e dimenticano che continuiamo a comprare gas dalla Russia. Vogliamo l’industria al Sud e diciamo che non viene perché non ci sono le infrastrutture, ma quando sono pronte e basta poco per farle partire, allora decidiamo di non farle perché non c’è chi consuma e paga le bollette che invece vengono pagate ogni bimestre. È ora di dire che non si possono continuare a pagare le bollette al Sud solo per finanziare le infrastrutture del Nord perché se no l’Italia non esiste più.

SU QUESTO punto non si scherza più. Perché il tasso di ipocrisia, e in alcuni casi di malafede, ha superato il livello di guardia. Non è possibile che la Snam dice: risolviamo la strozzatura di Sulmona, investiamo un miliardo e colleghiamo Gioia Tauro e Porto Empedocle con i nuovi rigassificatori alla dorsale produttiva del Nord. Loro, non altri, dicono: è stato messo questo investimento strategico nel Repower Eu all’interno del Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr), ce lo ha chiesto la politica e noi lo facciamo. Lo ha voluto Fitto e ha fatto benissimo. Loro dicono correttamente così, e la politica che ha chiesto di fare l’opera alla voce Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente in carica, che fa? Sparisce, si dilegua, diventa il nulla nelle mani di qualche ben noto capo di dipartimento per il quale tra Roma e Milano si sprecano le battute, ovviamente gratuitamente malevole, del tipo per lui non esiste il “ministero dell’energia” ma “dell’Eniernegia” per cui non si deve mai fare nulla se non quello che deve fare l’Eni.

Anche quando l’opera come il rigassificatore di Porto Empedocle è in fase avanzata di lavori e, con le procedure accelerate per gli hub strategici che solo Pichetto Fratin e il suo “consulente-capo di dipartimento” hanno il potere di autorizzare, addirittura l’Enel può consegnarlo e renderlo, quindi, operativo già nei primi mesi del 2024.

Non si dovrebbe nemmeno discuterne e chiedere solo di accelerare tutto, procedure e realizzazioni, perché ne abbiamo bisogno assoluto. Invece no. Dice il capo di dipartimento: non abbiamo bisogno di altro gas, ma dimentica che abbiamo ancora contratti in essere per 10 miliardi di metri cubi dalla Russia, omette di dire che la Spagna di rigassificatori ne ha un’infinità, omette di dire che è il Sud il motore della nuova crescita energetica italiana e bisogna farlo correre in tutte le fonti. Farnetica sulle bollette quasi che al Sud non si pagassero esattamente come al Nord e non sia, forse, arrivata l’ora di cominciare a dire con chiarezza che non si possono continuare a pagare queste bollette al Sud solo per finanziare le infrastrutture del Nord perché se no l’Italia salta, non esiste più. Siamo a una specie di gioco delle tre carte. Sopra il tavolo con alcuni giocatori si gioca la carta di Sulmona perché si facciano Gioia Tauro e Porto Empedocle e, sotto il tavolo, se ne gioca invece un’altra che è quella di fare in formato ridotto Gioia Tauro e non far fare proprio Porto Empedocle. Sotto il tavolo la partita cambia di nuovo e ritorna quella di sempre in cui si fa niente o poco al Sud e quasi tutto al Nord.

Una politica degna di questo nome non può consentire giochetti di così infimo livello riducendosi a zerbino e, soprattutto, non può consentirlo in una fase cruciale come questa dove tutto il quadro economico – Pil, fiducia, occupazione, consumi – sta frenando e tutti sono consapevoli che il Paese potrà preservare parte della super crescita degli ultimi tre anni solo se riuscirà a fare il massimo degli investimenti pubblici, che alimentano a loro volta quelli privati, in special modo nel suo Mezzogiorno. In special modo nell’energia, nelle grandi reti ferroviarie e digitali, con il Ponte sullo Stretto di Messina che può ricostituire la continuità territoriale con la Sicilia e mettere finalmente a fattore comune tutti i fattori di crescita di contesto che bloccano da sempre tutto.

Ma vi pare possibile che un Paese possa rimanere appeso a chi non ha mai voluto neppure la fusione tra Terna e Snam perché di fatto non vuole mai niente? Sono cose davvero inaccettabili in un mondo che richiede cambiamenti strutturali e coerenza rapida di comportamenti. Diciamo che vogliamo portare l’industria al Sud e che al Sud non vengono perché non ci sono le infrastrutture, ma quando le infrastrutture esistono, sono pronte e basta davvero poco per farle partire, allora no: decidiamo che non le facciamo perché non c’è chi le consuma e non c’è chi paga le bollette che invece vengono pagate regolarmente ogni bimestre. Siamo al cane che si morde la coda. Perché arriviamo a teorizzare senza neppure arrossire che le infrastrutture che ci sono non le facciamo perché se no rischiamo visto che oggi c’è chi non consuma, cosa peraltro falsa, ma allora facciamo prima a dire che chi consuma non ci sarà mai e che è quello che si vuole continuando in modo miope a fare pagare le infrastrutture del Nord a chi paga le bollette al Sud. È davvero troppo, lo si dica chiaro e la si faccia finita se non si vuole incomprensibilmente che l’opera la faccia l’Enel che la ha già mezza fatta, diciamo che se è così allora la politica completi il suo comando e ordini alla Snam di fare quello che stava facendo benissimo l’Enel.

Per noi ciò che è vitale è che i rigassificatori a Porto Empedocle e Gioia Tauro si facciano e si facciano con il massimo delle potenzialità. Chi li farà, tizio o caio, è meno importante, ancorché sembrino molto arbitrari cambi in corsa, purché si facciano. Se poi, abbiate pazienza, la Meloni chiedesse a Pichetto Fratin e al suo consulente di occuparsi d’altro non sarebbe, forse, meglio? Fino a quando potremo assistere a questo balletto miserevole di responsabilità? Una politica che anche solo appare nelle mani di interessi più o meno lobbistici non ha futuro, diciamo che questo tipo di politica è condannata ad avere una vita breve. Non crediamo affatto che sia questo il caso di chi vuole impersonificare in Europa il primo tentativo, dopo la stagione della Thatcher nel Regno Unito, di ritorno al decisionismo di un conservatorismo moderno con forti attenzioni alle questioni sociale e produttiva del suo Paese.

Ci auguriamo davvero che la Meloni metta fine a questo penoso gioco delle tre carte e richiami tutti al senso di responsabilità arrivando, se necessario, a sollevare dall’incarico Pichetto Fratin e il suo super-consulente perché a nessuno può essere consentito di giocare non con il futuro di metà Paese, ma dell’Italia intera. Perché quella che emerge ogni giorno di più è una cultura, priva dei minimi requisiti tecnici e logici, che vede nel suo radar solo l’Africa e il Nord produttivo e salta brutalmente il Sud italiano che è il pivot fondamentale per entrambi. Siamo davanti alla miopia assoluta o a altro a cui non possiamo e vogliamo neppure pensare. Se si continua a fare finta di niente non ci si lamenti poi che la fiducia salta, le imprese italiane non investono, i consumatori non spendono, i capitali internazionali o non arrivano o se ne vanno. Su Porto Empedocle e su Gioia Tauro con le autorizzazioni di strategicità ai massimi livelli possibili, noi diremmo addirittura senza limiti o tetti che dir si voglia, si gioca un pezzo importante della fiducia in Italia e della credibilità internazionale della Meloni.

Questa telenovela è durata già troppo per non mettere subito le cose a posto prima che esploda la solita protesta del Mezzogiorno e si consumino le solite lacrime di coccodrillo. Dietro questi sipari ben noti dell’ipocrisia italiana c’è il palcoscenico della nostra tragedia che oggi è anche fuori dalla storia e dalla realtà. Nessuno si permetta di tirarlo su per dare vita al solito spettacolo che ben conosciamo. Basta!


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