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Bisogna arrivare a una situazione simile a quella che fece dire al guardiano del marco Hans Tietmeyer: “Mi fido degli impegni dell’Italia perché c’è Ciampi”. Oggi la Meloni avrebbe il vantaggio di sorprendere sfruttando il fatto che il giochetto tedesco delle regole meccaniche su deficit e debito non passa. La Germania di Scholz è sotto accusa per i conti, è in recessione e si è vista dimezzata la sua stima di crescita di Pil per il 2024. La Meloni costruisce la fiducia che serve uscendo dalle alleanze scomode. Ha bisogno di compiere questo passo se si vuole sedere con Scholz e Macron intorno al tavolo internazionale facendo contare il suo peso politico.

Il Piano di azione firmato ieri dalla premier italiana, Giorgia Meloni, e dal cancelliere tedesco, Olaf Scholz, rafforza la cooperazione e le forme di partenariato tra i due Paesi Fondatori su tecnologie, approvvigionamento energetico, manifattura, sicurezza, difesa, Europa, rapporti culturali e sociali. Il risultato, tuttavia, più rilevante non è tecnico, ma politico. Perché segna, con il suo terzo bilaterale in un anno, un salto di qualità nei rapporti tra la Destra di governo della Meloni e l’esecutivo che guida la prima economia dell’Eu – ropa e il primo partner della nostra manifattura in una fase di grande difficoltà assolutamente inedita per la Germania.

Ci sono aree industriali dove la complementarietà tra le due manifatture è molto avanzata, come automotive e meccanica, e altre dove ancora di più si può e si deve fare a partire da energia e infrastrutture. Il Piano di Azione si inserisce nel solco del trattato del Quirinale dell’Italia con la Francia e di quello di Aquisgrana che riguarda Francia e Germania. Appartiene, quindi, a un’idea di Europa che non rinuncia in partenza a esistere e si affida ancora una volta alle leadership dei suoi tre Paesi Fondatori, che sono Germania, Francia e Italia, e hanno avuto nel Dopoguerra in Adenauer, Schuman e De Gasperi gli architetti politici. Erano tutti e tre uomini di confine, ma uno era tedesco, uno era francese, uno era italiano.

Detto tutto questo e riconosciuta l’importanza del lavoro svolto dalla nostra premier, bisogna dire con altrettanta chiarezza che il discrimine per Giorgia Meloni lo farà la capacità di liberarsi fino in fondo dai suggerimenti dei consiglieri di una stagione politica che non esiste più e dalla conseguente capacità di rompere non a parole con le forze della Destra estrema tedesca. Perché bisogna arrivare a una situazione che assomigli, in un quadro totalmente diverso, a quella che fece dire al guardiano del marco Hans Tietmeyer sulla battaglia italiana per entrare subito nell’euro: “Mi fido degli impegni perché c’è Ciampi”.

Poco prima che morisse l’ex presidente della Bundesbank dal 1993 al 1999, per la precisione nell’autunno del 2016, si rivolse al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, con le seguenti parole, «Carlo Azeglio Ciampi ci aveva promesso che nel 2010 l’Italia avrebbe avuto uno stock del debito sul Pil pari al 60%. Oggi siete al 130%. Dunque, non siete affidabili». A controbilanciare l’accusa ci fu una risposta che indicava l’elenco infinito di avanzi primari del nostro bilancio pubblico che non poteva, però, non fare i conti con la debole crescita nominale italiana.

Ho citato questo episodio, però, solo per dire che il negoziato sul nuovo patto europeo può arrivare davvero in porta a condizione che tra Meloni e Scholz si instauri un rapporto di fiducia reciproco che ricalchi anche alla lontana la qualità delle relazioni degli uomini della politica e della moneta di quella stagione che, oltre a Ciampi, annoverava Prodi e Amato. Non è facile perché si parte da storie politiche molto diverse, ma questo paradossalmente aumenta in modo significativo il livello di opportunità per Giorgia Meloni di sedersi alla pari intorno al grande tavolo delle decisioni internazionali.

C’è anche un altro elemento, affatto trascurabile, che spinge a favore della premier italiana. Oggi, a differenza di allora, il giochetto tedesco che danneggia l’Italia di inserire nel nuovo Patto regole giuridiche e meccaniche su deficit e debito, a tutela del consenso della propria opinione pubblica, non ha partita facile. Perché la Germania di Scholz deve fare i conti con le accuse interne di avere nascosto una quota di debito, con un’economia in recessione e una previsione di crescita di Pil per il 2024 dimezzata dalla Commissione europea. Per cui la situazione reale di oggi in Europa è che nessuno si fida più nessuno e ognuno vuole mettere controlli non su di sé, ma sugli altri. Ecco che, a questo punto, diventa decisivo non solo fare capire a Scholz che un’Europa dove sono tutti rimandati o bocciati Germania compresa non esiste, ma soprattutto aiutarlo a potere dire alla sua pubblica opinione che del governo di Destra conservatore italiano i tedeschi si possono fidare.

La statura internazionale dei leader politici si misura dalla capacità di instaurare rapporti di fiducia reciproca tra di loro determinando risultati comuni che vanno a vantaggio dell’economia europea e delle loro comunità. Se ci pensate bene, in una situazione ancora più politica, qualcosa di simile lo fece la Democrazia cristiana quando buttò a mare il clericalismo di Gedda, potentissimo presidente dell’Azione cattolica e fortemente sostenuto dal Papato, con un’alleanza tra De Gasperi e la sinistra Dc che fecero barriera insieme. Quando ci si misura con gli appuntamenti della storia la tattica non regge la durezza delle sfide e impone cambiamenti strutturali dichiarati e attuati facendosi carico dell’interesse collettivo e dichiarandolo pubblicamente. Il disegno di moderno conservatorismo del governo della Meloni ha bisogno di compiere questo passo se si vuole sedere alla pari con Scholz e Macron intorno al tavolo delle decisioni internazionali. Alle sue spalle ha un peso politico che consente l’esercizio di una leadership vincente. A patto, però, che si esca dalla logica degli accomodamenti e delle mediazioni interne.


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