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I taxi, le concessioni balneari… e, perché no, anche i posteggi per l’esercizio del commercio su aree pubbliche. Gli strappi alla sana competizione che costellano il tessuto sfilacciato della ‘Legge annuale per il mercato e la concorrenza’ si rinnovano, con una puntualità degna del famoso decreto ‘milleproroghe’, a ogni scader dell’anno. Siamo agli sgoccioli del 2023, e andiamo ad approvare la Legge di cui sopra per il 2022.

Il disegno di legge è stato approvato dal Senato il 15 novembre 2023 (presentato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso) ed è ora all’esame della Camera (A.C. 1555), e segnatamente della V Commissione. Le intenzioni e i principi ispiratori sono lodevoli. Fra le millanta disposizioni, guardiamo l’Articolo 11, che statuisce, al comma 1, come, «a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, le concessioni di posteggio per l’esercizio del commercio su aree pubbliche sono rilasciate, per una durata di dieci anni, sulla base di procedure selettive, nel rispetto dei princìpi di imparzialità, non discriminazione, parità di trattamento, trasparenza e pubblicità, secondo linee guida adottate…», eccetera.

Quello che il disegno di legge non dice esplicitamente a questo riguardo, è che si tenta, anche qui e ancora una volta, di disinnescare la procedura di infrazione che la Commissione Ue ha avviato per violazioni ai principi della concorrenza (esattamente come succede da tempo per le concessioni balneari, per i taxi…). Per premunirsi dalle critiche, il comma 2 dice che le ‘linee guida’ di cui sopra possono «prevedere, nel rispetto dei princìpi dell’Unione europea, specifiche clausole sociali volte a promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato e a tenere conto della professionalità e dell’esperienza precedentemente acquisite nel settore di riferimento…» – parole che, tradotte, vogliono dire proteggere gli ’incumbent’, cioè coloro che hanno già la concessione.

Insomma, bisogna ‘prorogare’ (sarebbe la proroga ‘mille e uno’). E quindi «I procedimenti tesi al rinnovo dei titoli concessori… che… erano in scadenza al 31 dicembre 2020 e che alla data di entrata in vigore della presente legge non risultano ancora conclusi per qualsiasi causa, compresa l’eventuale inerzia dei comuni, sono conclusi… e qualora l’amministrazione non concluda il procedimento nel termine predetto, le concessioni si intendono comunque rinnovate…». Ed ecco un’altra possibilità di rinnovo, quando «…al fine di evitare soluzioni di continuità nel servizio, nelle more della preparazione e dello svolgimento delle gare, le concessioni… conservano la loro validità sino al 31 dicembre 2025 anche in deroga al termine previsto nel titolo concessorio…».

In Commissione, Vanessa Cattori (Lega), relatrice, legge giustamente fra le righe e riconosce che le disposizioni di cui all’articolo 11 sono finalizzate alla chiusura della procedura di infrazione per il mancato rispetto della cosiddetta direttiva Bolkestein nel settore del commercio su aree pubbliche. E si preoccupa (giustamente) del fatto che la proroga di talune concessioni alla fine del 2025 (per ‘evitare discontinuità’, naturalmente) possa essere in contrasto con la «disciplina unionale» (l’aggettivo ‘unionale’ è entrato nella Treccani come neologismo dal 2018), e porti al perpetuarsi della procedura di infrazione attualmente aperta.

Per il Governo, la sottosegretaria Sandra Savino (FI) dichiara che i commi dell’Articolo 11 «non sono suscettibili di determinare effetti finanziari negativi derivanti dall’eventuale protrarsi della medesima procedura di infrazione». Il che sarà anche vero, ma qui il problema non sta negli effetti finanziari negativi. Sta nella reputazione dell’Italia in Europa (stiamo nel plotone di testa quanto a procedure di infrazione), e soprattutto negli effetti sull’economia.

Il cielo sa quanto abbiamo bisogno di crescere, e fra i pesi che tarpano le ali della crescita c’è certamente il fardello pesante della scarsa concorrenza. Quello che gli economisti chiamano ‘efficienza’ – cioè la possibilità per le risorse di affluire dove i rendimenti sono più elevati – è una precondizione per la crescita. Ma ognuno protegge il suo orticello, e, quel che è più grave, trova in Parlamento chi lo aiuta a proteggersi: così le risorse – di lavoro e di capitale – sono ‘prorogate’ là dove stavano (e staranno).


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