X
<
>

4 minuti per la lettura

La Calabria unita con il cuore e la testa a Sanremo per sostenere Dario Brunori in una settimana sanremese straordinaria


È stata una settimana straordinaria. La Calabria, una volta tanto, si è trovata unita col cuore e la testa a Sanremo a sostenere Brunori, la sua musica e le belle parole della sua “L’albero delle noci”. Abbiamo discettato sulla “scirubetta” e molti sono andati a cercare il miele di fichi, ma la neve di oggi sarà abbastanza pulita?


Per alcuni, come ci ha detto Fabio Pugliese (presidente di Calabria Excellent) su queste colonne dopo aver cercato con attenzione sui social, la storia di Brunori a Sanremo è stato un momento di gioia e, insieme, di lancinante dolore. Perché se sei lontano dalla Calabria, anche se stai bene dove sei e lavori e hai cose belle da fare e da vivere, in questi casi la voglia di tornare, di percorrere a ritroso un percorso che ti ha portato via da questa terra, ti viene, ti prende e, almeno un po’ ti fa soffrire pensando a quello che avrebbe potuto essere e non è stato.


Brunori è stato anche sobrio e simpatico (come quando ha parlato dell’affascino) e anche quando ha gioito sul palco dell’Ariston insieme a quei due ragazzacci di Olly e Lucio Corsi. E la sua canzone, che ci parla con efficacia del mistero della paternità, ci attraverserà la mente e il cuore per chissà quanto tempo.


Ma adesso, a musica spenta e a bocce ferme, mentre ci riprendiamo da serate infinite davanti alla Tv, vale forse la pena di riflettere su cosa è stata questa “brunorità” che ha preso e travolto i calabresi (meno di due milioni) che stanno in Calabria e quelli (decine di milioni) che stanno in giro per l’Italia e per il mondo a fare cose normali, importanti e a volte anche molto più importanti della bella musica di Brunori. Eppure, ci riesce più difficile raccoglierci intorno a medici, scienziati, imprenditori che danno lustro alla Calabria nel mondo.


Allora, proviamo a guardare dentro a questa “brunorità” a questo fenomeno che ha raccolto i calabresi una volta tanto quasi senza distinguo. Qualcuno ha detto che la sua musica e il suo modo di cantare somigliano molto a quelli di Francesco De Gregori, ma non ho sentito critiche che riguardassero la persona, il suo modo di essere e di porsi sul palcoscenico di Sanremo e della vita. In altre circostanze, qualcuno avrebbe detto “… sì… ma…”, sarebbe andato a cercare un difetto (ce li ha anche lui, sapete), una critica tanto per sentirsi un po’ fuori dal coro. Anche la sconfitta, mitigata dal terzo posto, è stata largamente accettata e tutti, l’altra sera, dopo un moto di delusione, abbiamo applaudito.


Cosa dunque rappresenta Brunori per avere questo effetto tutto positivo sulla Calabria e i calabresi? Certo la musica è roba leggera, ma anche il calcio dovrebbe esserlo e andate a vedere come divide i calabresi tra lupi e aquile e non è la prima volta che un calabrese fa cose belle nel mondo dell’arte e della cultura. Brunori, evidentemente, è riuscito, con le sue parole, a scavare nelle nostre anime e a tirarci fuori ciò che ci fa sentire parte di qualcosa e che, quindi, unisce.


E a partire da questa “unità brunoriana”, ci possono essere altri terreni in cui la Calabria può unirsi e sentirsi fiera di esserlo e così farsi sentire in Italia e nel mondo? Superando gli stereotipi e le narrazioni che portano sempre negli stessi vicoli ciechi? Si può unirsi su una musica che ci rappresenta, ma anche su quello che non va nella nostra struttura sanitaria o nelle nostre pessime infrastrutture stradali o ferroviarie? E provare a uscire dalla soluzione per cui cercherò un modo per andare a curarmi fuori o mi comprerò un macchinone per potermene fregare della sanità e dei treni che non vanno?


Perché, guardate che, forse, l’insegnamento che viene dalla musica e dalle parole di Brunori è proprio questo: si può arrivare terzi a Sanremo e diventare un fenomeno musicale nazionale senza bisogno di andare a Milano per creare musica e registrala. Si può fare a Cosenza con musicisti che, magari, sono anche amici d’infanzia e vicini di casa. Si può cantare di Fiammetta per mano alla sua mamma e pensare che, poi, magari andrà a studiare o lavorare (come è giusto) da un’altra parte, ma si deve continuare a battersi perché qui, in Calabria si possa vivere, lavorare, spostarsi e guarire come in qualsiasi altra parte d’Italia.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA