INDICE DEI CONTENUTI
- 1 MAURO ALVISI E LA CRITICA ALLA “DEMOCRATURA”
- 2 MAURO ALVISI: LA DEMOCRAZIA “SINTETICA” IN CRISI
- 3 IL PARADIGMA DI MAURO ALVISI E LA “DEMOCRATURA”
- 4 MAURO ALVISI: IL RUOLO DEI COMUNI E IL NUOVO RINASCIMENTO
- 5 MAURO ALVISI: IL POTERE DEGLI ENTI LOCALI E DELLE “TERRE DI MEZZO”
- 6 IL RINASCIMENTO SECONDO MAURO ALVISI: LA PROPOSTA DEL SUD
Secondo Mauro Alvisi, la pace è una conquista evolutiva, non naturale: va ricercata con l’intelligenza sociale o “concuranza”, non garantita dagli Stati.
Intervista a Mauro Alvisi, Accademico pontificio, autore del Manifesto Dodecalogo per la Pace nel Mondo. A cura di Francesco Lo Giudice.
Nel saluto del Cristo risorto, «la Pace sia con Voi, “Pax Tibi”», c’è già un’enorme rivelazione, perché quando si dice la Pace sia con Voi significa che la pace non è una condizione naturale dell’uomo, ma è una conquista, forse la più grande delle conquiste evolutive del progresso dell’umanità. Perché l’uomo non nasce pacifico, l’uomo nasce “cainico”, il bambino nasce cainico, perché il bambino “pretende” di essere nutrito, urla il suo bisogno di vita, piange perché richiama la madre, perché il suo stato conservativo, il suo essere al mondo va garantito dalla sua ferocia, che non è affettiva, ma che produce effetti. Per diventare “abelico” deve quindi essere portato all’educazione, deve essere guidato, ci vuole sostanzialmente una guida che parta dall’esempio, innanzitutto del nucleo familiare, poi piano piano di quello che lo circonda, e poi dell’educazione, della scuola, del mondo che ha intorno.
I risultati e gli effetti possono essere di varia natura, in questo momento il mondo è qualcosa che ha abbracciato la noncuranza, che è esattamente il contrario di quella che io chiamo l’intelligenza sociale della “concuranza”. Cioè non è un problema che mi riguarda, si .. poveri bambini a Gaza, muoiono sotto le bombe a Kiev, si… muoiono russi e soldati ucraini e poi in Iran, però sono distanti da noi, li vediamo come icone di dolore, ma icone che guardiamo dal salotto di casa facendo zapping sui canali. E’ questo problema che ci porta all’insensibilità di non capire che tutto ciò che accade è intimamente connesso.
Quindi gli Stati non possono garantire la pace, prima di tutto non la possono garantire perché la pace non è qualcosa che si può garantire, la pace è qualcosa che, come ho detto sin dall’inizio, è qualcosa a cui tendere, è che una volta ottenuta, bisogna poi sapere mantenere. Non si può avere una Giornata mondiale dell’Onu del Peace Keeping, del mantenere la pace, quando ci sono decine e decine di sanguinosi conflitti. Prima bisogna cercarla questa pace, e innanzitutto è uno sforzo creativo, è uno sforzo di andare contro lo stato naturale dell’uomo, che purtroppo è uno stato di guerra, è lo stato del gioco “win – lose”, “io vinco, tu perdi” ma purtroppo la guerra è un gioco “lose – lose”, non vince nessuno e perdono tutti.
Dobbiamo cercare un gioco “win – win” dove vincono tutti e questo gioco è l’intelligenza sociale o l’intelligenza collettiva cooperante che io chiamo “paradigma della concuranza”.
MAURO ALVISI E LA CRITICA ALLA “DEMOCRATURA”
È molto interessante quello che Lei dice. Gli esseri umani non nascono pacifici, di conseguenza non possono esserlo gli Stati. C’è tuttavia una nota teoria – della pace democratica – formulata dal politologo statunitense Michael W. Doyle, la quale sostiene che le democrazie raramente, o mai, entrano in guerra tra loro. Se ne ricava che se un giorno tutti gli Stati del mondo fossero democratici cesserebbero di fatto le guerre. Lei cosa ne pensa al riguardo? Si potrà mai avere il pianeta Terra diviso in Stati interamente democratici? Si può facilitare la democratizzazione del mondo senza il ricorso alla forza? A Lei la parola…
Il portare la mascherina addosso sette giorni su sette non ci ha esonerato dal rigettare la maschera dell’ignava ipocrisia di non voler vedere ciò che, con accelerazione centrifuga impressa dallo smarrimento dei cardini reggenti, ci ha allontanato ogni giorno dallo stato di democrazia liberale, fondamento di ogni convivenza pacifica e felice. Come non accorgersi dei tanti segnali che gli eventi, quasi a marcare il cammino disforico di questi giorni, disseminano sul nostro sopravvivere quotidiano? Il grande matematico Gauss sosteneva che quando si perdono le misure non v’è più certezza di controllare una curva. Se abbiamo poggiato i piedi sulla luna lo dobbiamo alla capacità di controllo della rotta e delle manovre di scostamento necessarie. Houston abbiamo un problema: stiamo perdendo la misura.
MAURO ALVISI: LA DEMOCRAZIA “SINTETICA” IN CRISI
Il sistema democratico da segnali di sbandamento, di abbandono della curva per una fuga sulla tangente del machismo governativo unilaterale. La pandemia ha mostrato gli evidenti limiti fisici della nostra città celeste, poggiata su certezze assiomatiche andate in mille pezzi per effetto domino sociale, politico, economico, mediatico e culturale. Sembra un videogioco la quotidianità, basta collegarsi (tanto lo siamo tutti comunque) nell’infosfera di questo nostro eccitato sociosistema gassoso e non più liquido (come lo ha teorizzato Baumann), dove ogni particella e frattale d’uomo sbatte incessantemente l’una contro l’altra, per correre sfrenati sulle rotaie di un ottovolante micidiale della storia. Assistiamo allora inermi all’assalto del parlamento a Washington, l’icona della democrazia liberale.
I social media allora aprirono una Norimberga digitale pericolosissima riportando le lancette dell’orologio storico indietro di mezzo secolo. Il mondo cinese (un mondo alieno al resto del mondo) si alleava con Teheran; la Turchia in pieno Mediterraneo, alcuni stati arabi o asiatici come la Birmania danno prove quotidiane di una deriva totalitaria, una variante a quella sudamericana, che persegue ogni principio democratico che sembrava essersi affermato. Io chiamo lo stato in cui viviamo “una rappresentazione sintetica della democrazia” cioè una rappresentazione sostanzialmente verosimile ma non vera della democrazia.
La democrazia, che è una istituzione di governance del mondo, che mostra molte falle, noi possiamo vedere quella che conosciamo come la nazione per principio democratica con la più lunga storia, anche se dobbiamo ricordare che l’anno prossimo si celebrano i 250 anni dalla firma dell’indipendenza degli Stati Uniti, che poi non sono un periodo così lungo dal punto di vista della serie storica, ma nemmeno cortissimo direi. Noi siamo una repubblica italiana che sostanzialmente non ha come repubblica nemmeno 100 anni di storia, gli Stati Uniti ne ha 250, poi ci sono delle monarchie costituzionali che sono delle forme camerali che possiamo chiamare di repubblica, ma in realtà in Europa le monarchie sono ancora numerose e governano delle nazioni e devo dire che la felicità in alcune nazioni governate da sistemi monarcoidi o monarchici, o comunque autarchici, non sono messe poi così male.
Quello che invece lascia molto a desiderare sono le vere antesignane della democrazia, guardiamo in che stato è ridotta la Francia, guardiamo in che stato è ridotta la stessa Spagna, guardiamo tutte le pulsioni che riguardano le cosiddette democrazie giovani dell’Europa dell’Est. Noi non abbiamo un fondamento, se si escludono le democrazie del Commowelth, perché li ci sarebbe da discutere moltissimo, perché se parliamo del commowelth oceanico lì la democrazia si è installata, ma se parliamo del commowelth delle grandi nazioni come l’India o come tutta la parte asiatica, o se parliamo della democrazia di uno stato come quello giapponese dove vige ancora la pena di morte hanno appena eseguito una pena capitale l’altro giorno, cioè ma queste democrazie sono veramente facitrici, costruttrici di pace o invece no.
Andiamo a vederci quello che sulla pace diceva Kant, il quale pensava che la pace e la democrazia fossero una condizione irrinunciabile perché le nazioni potessero evitare lo scontro bellico, ma la storia delle due ultime guerre mondiali, e ancora prima dal Trattato di Vienna del 1815 ad oggi, se facciamo un excursus di duecento anni vediamo che in questo continente europeo, così come a livello mondiale, sono le democrazie che si sono dichiarate bellicosamente guerra, sono le cosiddette democrazie che sono arrivate a sostanzialmente creare le condizioni per la shoah.
Sono forme deviate dell’istituzione democratica, e questo Paese che è l’Italia noi non possiamo dire di avere a che fare con un’antidemocrazia, non viviamo in un regime antidemocratico, però sicuramente in uno stato in cui quasi il 50% degli aventi diritto non si porta alle urne, possiamo parlare di una democrazia compiuta? E allora laddove non c’è una democrazia compiuta, questa forma è davvero una forma che assicura la pace nel mondo o è la pace che può assicurare la sopravvivenza delle democrazie?
IL PARADIGMA DI MAURO ALVISI E LA “DEMOCRATURA”
E questo per ricordare un po’ questo rovesciamento di paradigma, e io avendo scritto il paradigma nuovo della concuranza, dico sempre che l’intelligenza collettiva cooperante che parte dalla consapevolezza di essere tutti frattari legati l’uno all’altro può portare alla pace qualsiasi sia la forma di governo che in quel momento impera, tranne naturalmente la forma dittatoriale. Però noi forse viviamo nella forma di – come la chiamo io – “democratura”, cioè di una democrazia dittatoriale, dove il popolo non ha la vera capacità di esprimere il proprio consenso, perché il sistema di voto, il sistema elettorale, è talmente blindato, è talmente necrotico, che il popolo in realtà si sta stancando di votare perché pensa di non contare più.
E siccome democrazia deriva dal termine greco “potere al popolo” ma siamo sicuri che il popolo possa dire la propria oggi? E allora se il popolo non può dire la propria come si può pensare di costruire la pace se non c’è una rappresentanza larga del pensiero, se non c’è una libertà anche critica del pensiero, e se non c’è sfogo a questo, i conflitti cresceranno sempre di più.
MAURO ALVISI: IL RUOLO DEI COMUNI E IL NUOVO RINASCIMENTO
Nel manifesto dodecalogo per la Pace nel mondo Lei riserva un ruolo importante anche alle Istituzioni locali, a riprova del fatto che ogni grande progresso umano non può che essere alimentato dal basso e dalle istituzioni più vicine alla gente. In che modo possono, secondo Lei, gli Enti Locali territoriali del nostro Paese contribuire alla costruzione di uno scenario internazionale coeso e collaborativo?
Noi dobbiamo partire da una rivisitazione del concetto di Rinascimento, perché si attribuisce erroneamente Rinascimento a una dipendenza dai Medici e da Firenze, ma in realtà i Medici di Firenze erano solamente la cassaforte, la banca, i finanziatori di quella enorme rivoluzione culturale che cambiò difatti il mondo, arrivando poi al nuovo mondo dopo la scoperta dell’America. Ma il Rinascimento nasceva nei piccoli borghi, il Rinascimento nasceva da quelle che io chiamo le “terre di mezzo”, le aree interne del Paese che sono al nord, al centro, come naturalmente nel magnifico nostro Mezzogiorno.
Perché, come sosteneva lo stesso Pasolini, la radice agreste, culturale, e naturalmente la profonda radice di appartenenza che è il popolo italiano, diversamente fondato, (perché l’Italia è una specie di Stati Uniti dei precedenti Stati e Staterelli che la costituivano) però c’è una radice comune che Dante aveva interpretato, e questa radice era proprio il borgo, erano i Comuni, erano queste comunità civiche che si radunavano intorno al campanile, intorno alla piazza, come quella del Palio a Siena, questa grande radice culturale che apparteneva e appartiene alle piccole comunità.
MAURO ALVISI: IL POTERE DEGLI ENTI LOCALI E DELLE “TERRE DI MEZZO”
Quindi se vogliamo parlare di piccole comunità, borghi, aree interne, terre di mezzo e vogliamo definirle come piccoli enti locali, essi custodiscono i principi generativi di tutta quella che è la coscienza civica del territorio nel nostro Paese, ma anche in tanti altri piccoli e grandi Paesi del mondo, perché poi le metropoli e le megalopoli sono invenzioni, parliamoci chiaro, che sono successive alla rivoluzione francese, all’illuminismo e alla nascita della rivoluzione industriale, che concentrarono poi nelle grandi metropoli (che poi diventarono megalopoli) per una induzione allo sviluppo economico finanziario che apparteneva alle superfici che crescevano in altezza, come ad esempio a New York, o che avevano una radice millenaria di imperialismo e di dominio come Roma o come altre.
In realtà quelle rappresentavano un po’ il laboratorio di quella che sarebbe stata la modernità e la post-modernità ma le antiche origini della cultura, che porta anche alla consapevolezza delle proprie identità, e quindi in questo porta al valore di legame (che c’è nei piccoli enti e nei piccoli territori) eppure quello che si scopre nella ricerca è che i valori di legame sono i principi fondativi della conoscenza che io chiamo “intelligenza sociale” di questa distribuzione della intelligenza collettiva, cooperante. Nei piccoli borghi nasceva il Rinascimento perché nelle botteghe c’era questa capacità di intelligenza collettiva, che era esportabile nel mondo. Ancora oggi noi parliamo di Made in Italy che esportiamo, ma il Made in Italy è comunque una evoluzione di quel Rinascimento.
Ancora noi peschiamo nella Renaissance, nel Rinascimento, e allora io ipotizzo che un nuovo Rinascimento sia possibile, ma questa volta questo nuovo Rinascimento non parte dai borghi toscani, non parte da quella parte del Paese, dello Stivale… deve partire da Sud! Deve partire necessariamente da Mezzogiorno. E’ come se l’Italia si rovesciasse, è come se lo stivale si rovesciasse, e siamo convinti che da lì, dalla cultura mediterranea (che poi è la cultura dell’Occidente, parliamoci chiaro) la Magna Grecia, la cultura greca, latina, etrusca, longobarda questi sono i fondamenti del pensiero occidentale, e in quel pensiero, che riguardava anche la Serenissima Repubblica di Venezia, c’era sì la potenza di allora che era una potenza industriale, bellica e tutto, però c’era uno straordinario periodo di pace e questa pace discendeva dal fiorire delle arti e della cultura.
IL RINASCIMENTO SECONDO MAURO ALVISI: LA PROPOSTA DEL SUD
Dove fiorisce l’arte, dove fiorisce la cultura, e dove fiorisce un buon governo e dove fioriscono questi prìncipi illuminati, e purtroppo non abbiamo più nemmeno la nostra politica tra Italia, Europa e nel mondo, noi dobbiamo formare questa nuova generazione di gente illuminata. Però la gente illuminata viene da un rapporto intimista, da un progresso che sia ancora nelle campagne, nelle montagne, non nelle grandi metropoli ormai occupate da schiere infinite di popolazioni ed etnie che non si integrano, ma disintegrano il territorio.
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA