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L&#039;ex vicepresidente della Provincia di Crotone Fabio Manica

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Scattano gli arresti nell’ambito dell’inchiesta Teorema a Crotone, in carcere l’ex vicepresidente della Provincia Fabio Manica.


CROTONE – Dopo gli interrogatori preventivi dei giorni scorsi, sono scattati quattro arresti nell’ambito dell’inchiesta su un presunto giro di tangenti alla Provincia di Crotone. In carcere è finito Fabio Manica, vicepresidente dell’ente in carica fino a pochi giorni fa, e Giacomo Combariati, ingegnere. Agli arresti domiciliari una coppia di professionisti, Luca Bisceglia e Rosaria Luchetta. Divieto di dimora nel territorio provinciale per l’avvocato Francesco Manica, fratello di Fabio. La gip Assunta Palumbo ha disposto le misure accogliendo, in buona parte, le richieste avanzate dal procuratore Domenico Guarascio e dalla sostituta Rosaria Multari. Per la gip gli indizi circa l’operatività di una «stabile struttura associativa» sono «univoci e concordanti».  Fabio Manica, esponente di FI, si era dimesso da consigliere comunale e consigliere provinciale nei giorni scorsi, in seguito al clamore suscitato dall’inchiesta che lo vede al centro delle accuse quale promotore di una presunta associazione a delinquere dedita a una serie di reati contro la PA.

LE ACCUSE

Tra le ipotesi contestate, a vario titolo, anche quelle di corruzione, frode in forniture pubbliche, truffa aggravata e falso. I finanzieri del Gruppo di Crotone, che hanno condotto l’inchiesta, hanno eseguito le misure cautelari. Nei giorni scorsi hanno eseguito il provvedimento di convalida del sequestro preventivo di somme e conti correnti per 400mila euro, beni mobili e quote societarie.

Durante gli interrogatori, gli indagati, assistiti dagli avvocati Roberto Coscia, Gianluca Marino, Antonio Domenico Rizzuto e Sabrina Rondinelli, hanno negato le accuse, producendo una fitta documentazione e affermando che i pagamenti delle fatture erano tracciabili.

IL SISTEMA

Operazione “Teorema”, l’hanno chiamata, come si ricorderà. Mentre era vicepresidente della Provincia, Manica avrebbe percepito tangenti per affidamenti di lavori presso gli istituti scolastici Pitagora, Filolao, Gravina e Lucifero di Crotone, ottenuti da professionisti e società a lui collegati. Si trattava per lo più di interventi di manutenzione straordinaria ed efficientamento energetico. Inoltre, avrebbe carpito ulteriori somme per affidamenti ottenuti, in forza di atti pubblici falsi, dai Comuni di Isola e Cirò Marina, secondo un preciso meccanismo di ritorno e volturazione. Un sistema grazie al quale, nel giro di 36 mesi, il solo Manica avrebbe percepito oltre 100mila euro di somme indebite.

GLI ACCREDITI

Il passaggio di denaro, secondo l’accusa, avveniva attraverso la società Sinergyplus, di fatto amministrata da Manica, e tramite trasferimenti sui conti del rappresentante legale Giacomo Combariati. L’analisi bancaria svolta dai finanzieri ha consentito di seguire il percorso del denaro, dalle determine di liquidazione dei vari enti agli accrediti sui conti dei professionisti incaricati. In una prima fase, parte del denaro ottenuto dai destinatari degli appalti veniva versato a Sinergyplus. Il secondo step prevedeva il passaggio sui conti dell’amministratore Combariati. La sequenza si concludeva col dirottamento su un conto di Combariati di cui Manica, sempre secondo l’accusa, aveva piena disponibilità. Gli inquirenti hanno anche rilevato prelievi dal conto di Combariati a cui seguivano versamenti su rapporti finanziari intestati a Manica.

I CAPI

In qualità di consigliere provinciale, Fabio Manica aveva delega alla centrale di committenza e alla stazione appaltante. Successivamente, in qualità di vicepresidente aveva delega all’edilizia scolastica. Sarebbe stato il promotore ed organizzatore, colui che impartiva direttive e gestiva la cassa comune in cui confluivano i proventi da ripatire con i coindagati. Suo referente operativo sarebbe stato l’ingegnere Giacomo Combariati, che avrebbe messo a disposizione del gruppo le sue società, destinatarie di affidamenti. Base logistica sarebbe stata la sua Sinergyplus, i cui assetti societari sarebbero stati ridefiniti sulla base delle indicazioni di Fabio Manica e del fratello avvocato, Francesco Manica. Luca Bisceglia, anche lui destinatario di affidamenti, avrebbe svolto funzioni di supporto costituendo società ad hoc. L’architetta Rosaria Luchetta, oltre a ricevere incarichi professionali, avrebbe messo a disposizione le proprie competenze per recuperare finanziamenti corrispondendo e ricevendo quote pattuite.

LA VERSIONE DI MANICA

Durante l’interrogatorio, Fabio Manica ha ammesso di essere socio “di fatto” di Sinergyplus e di avere un ruolo decisionale superiore rispetto agli altri soci. Ma ha negato di avere potere sugli affidamenti, essendo competenti i funzionari provinciali. Ha negato anche di avere interloquito con Francesco Benincasa, dirigente della Provincia anche lui indagato, in relazione agli affidamenti. E ha sostenuto che i pagamenti avvenivano in base agli stati di avanzamento. A suo dire, anche se dalle intercettazioni emergerebbe che veniva individuato come referente politico dai coindagati, il potere decisionale rimaneva in capo ai dirigenti. Infine, Manica ha riconosciuto la paternità di un foglio manoscritto che secondo l’accusa è una bozza di contabilità del gruppo, con annotazioni di importi e percentuali. Secondo Manica, si trattava di appunti coerenti con gli affidamenti di Sinergyplus.

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ESIGENZE CAUTELARI

Per la gip il suo compito è andato «ben oltre il mero esercizio di funzioni di indirizzo politico». Inoltre, dalle versioni rese dagli indagati emergerebbe un tentativo di ridimensionare le accuse che, sempre secondo la gip, si basano anche su un «granitico compendio intercettivo». Comprese le intercettazioni da cui emergerebbe che gli stessi funzionari aspettavano l’ok di Manica per lo sblocco di finanziamenti. Tra gli elementi che, ad avviso della gip, giustificano le esigenze cautelari, anche il pericolo di occultamento di prove, come il trasferimento da un locale all’altro dei manoscritti con gli importi, e quello di reiterazione del reato. Un aspetto, questo, che riguarderebbe il ruolo di Frabio Manica tendente, ad avviso della giudice, a «mercificare sistematicamente la funzione pubblica al fine esclusivo di ricavare profitti».

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