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Estorsione, usura, intestazione fittizia di beni, rinvii a giudizio per gli esponenti clan Iannazzo di Lamezia Terme e prestanomi
LAMEZIA TERME – Un anno fa otto arresti, ora il rinvio a giudizio disposto per dieci imputati che, a vario titolo, sono accusati di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, intestazione fittizia di beni, accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti, detenzione di armi da fuoco.
Gli imputati a processo
Il gip di Catanzaro, Roberta Cafiero, rigettando le richieste di rito abbreviato condizionato, ha mandato a processo Francesco Amantea, detto “Franco”, 70 anni, di Lamezia; Antonio Iannazzo, detto “mastru ‘ntoni”, 69 anni, di Lamezia; Francesco Iannazzo “Cafarone”, 71 anni, (ritenuto il caposcosca); la moglie Giovannina Rizzo, 71 anni; il figlio Pierdomenico 47 anni; Vincenzo Iannazzo, 36 anni, Emanuele Iannazzo, 45 anni; il titolare dell’autonoleggio Unirei Srl Giuseppe Ruffo, 36 anni, di Catanzaro, Debora Iannazzo, 40 anni, Francesco Iannazzo Antonio di 34 anni. Stralciata la posizione di Mario Gattini, 51 anni, di Lamezia.
L’operazione
Il processo, che inizierà il 7 luglio prossimo scaturisce da un’operazione scattata a maggio 2025 dopo nuove indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo di Lamezia Terme dal giugno 2020 al settembre 2023 e da altri elementi emersi in altri procedimenti penali riguardanti fatti accaduti nel 2024. Disposto all’epoca anche il sequestro preventivo della società di autonoleggio Unirei Srl che opera all’aeroporto di Lamezia e di una somma di denaro ammontante a 7.820 euro. Dagli atti dell’inchiesta emerge anche che ad agosto 2020, Francesco Amantea, autista e ritenuto uomo di fiducia del boss Francesco Iannazzo, raccontò a una donna che alcuni commercianti e imprenditori di Lamezia Terme erano stati costretti a chiudere le loro attività, a seguito di richieste estorsive del capocosca. Una delle vittime delle richieste estorsive, pur di sfuggire alle pretese mafiose di Iannazzo, si era trasferito in Albania, dove aveva impiantato una fabbrica di utensili.
Le indagini
Secondo le indagini l’influenza di Francesco Iannazzo nel tessuto economico sociale lametino si traduceva anche nell’intervento nelle controversie fra imprenditori, come avvenuto quando avrebbe fatto pressioni sul responsabile di un supermercato di Lamezia Terme affinché estinguesse un debito nei confronti del titolare di un panificio di Martirano Lombardo in relazione a forniture di pane, dal cui recupero Iannazzo avrebbe introitato una parte del denaro. Uno degli imprenditori ritenuti legati al clan Iannazzo da un rapporto clientelare, inoltre, avrebbe contribuito economicamente al sostentamento dei detenuti e dei familiari liberi consegnando denaro alla moglie del boss Giovannina Rizzo.
E fra le conversazioni intercettate di carabinieri del 5 settembre 2021 emergeva che Amantea avrebbe osservato che il gruppo Iannazzo avrebbe imposto estorsioni alle ditte esecutrici di lavori e si era fatto molti nemici negli ambienti malavitosi di Lamezia Terme, poiché il denaro incassato dalle ditte invece di dividerlo con gli altri lo avrebbe tenuto tutto per sé. E’ emersa anche l’esistenza di un libro contabile nel quale sarebbero annotate tutte le entrate, oltre a un sistema di progressivo accantonamento di somme, a quanto pare non divise nell’immediatezza del loro introito, ma a cui il gruppo – annotarono gli inquirenti – avrebbe attinto solo nei momenti emergenziali.
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