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Alex Wyse nel suo nuovo album, “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”, mette in discussione una delle frasi più ripetute della nostra vita e racconta un mondo fatto di fragilità, memoria e libera interpretazione, dove anche il dolore diventa una forma di presenza.
Ci sono album che cercano risposte. E poi ci sono dischi che imparano ad abitare le domande. “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”, il nuovo lavoro di Alex Wyse, nasce esattamente lì: nello spazio fragile e luminoso tra ciò che si spezza e ciò che continua a vivere anche dopo la fine.
Già dal titolo, il disco sembra voler mettere distanza da una verità assoluta. Quel “dicono che” non è casuale: è una formula tramandata, quasi impersonale, una frase che abbiamo sentito tutti almeno una volta nella vita. Ma Alex non la accetta fino in fondo. La osserva, la mette in discussione, la attraversa.
Amore e fragilità come fasi della vita
«Le cose belle se sono state vere in realtà non finiscono, ma rimangono in altre forme», racconta. «La loro forma può essere anche un dolore, però quel dolore fa sì che ci sentiamo vivi».
È questa la chiave più profonda dell’intero progetto: non negare la fine, ma imparare a guardarla diversamente. Per Alex Wyse, il dolore non è soltanto una ferita da chiudere, è anche una prova del fatto che qualcosa è esistito davvero. E allora il disco diventa una lunga riflessione sull’eredità emotiva delle cose, sul modo in cui le persone continuano ad abitare dentro di noi anche quando non ci appartengono più.
Non c’è una risposta definitiva nelle sue canzoni. E lui lo dice apertamente: «Il titolo vuol dire tutto ma non vuol dire niente. Per me può essere così, però per te può essere un’altra cosa e non c’è una risposta a niente». È proprio questa assenza di certezze a rendere il disco profondamente umano.
Dentro l’album convivono, infatti, tantissime versioni di Alex. C’è quella più fragile, che “cade e dà l’anima dentro le canzoni”, e quella più leggera, quasi disincantata, che sceglie invece di sorvolare sulle cose per sopravvivere. Non c’è contraddizione: c’è vita. Perché, come racconta lui «la linea che collega tutto è proprio l’umanità». «Possiamo decidere tutto», dice. «Possiamo decidere se cadere dentro le cose oppure sorvolare». Ed è interessante come questa libertà di scegliere attraversi tutto il disco: non come superficialità, ma come autodifesa emotiva. Come maturità.
Se nel precedente progetto sembrava esserci la necessità di restare immersi nel dolore fino in fondo, qui emerge una consapevolezza diversa: non tutte le emozioni devono essere vissute come una tempesta. Alcune possono semplicemente passare accanto. «Ho capito che tante volte trovare quella leggerezza è essenziale», spiega. «Non serve per forza lasciarci l’anima in ogni situazione. Puoi decidere quando lasciarci l’anima e quando è meglio sorvolare e far finta di niente».
Alex Wyse e la leggerezza della malinconia
Eppure, nonostante questa nuova leggerezza, il disco non perde intensità, anzi. La malinconia continua a esserci, ma viene attraversata da colori più caldi, da melodie che ricordano un’altra epoca. Le influenze degli anni Sessanta e Settanta si sentono ovunque: nei dettagli sonori, nell’eleganza nostalgica degli arrangiamenti, nella ricerca melodica. Alex cita Michael Jackson, Elvis Presley, Elton John come artisti di riferimento. Artisti che hanno costruito mondi emotivi prima ancora che semplici canzoni. E in effetti anche questo disco sembra funzionare così: come un immaginario da attraversare lentamente, non da consumare in fretta.
Questa ricerca sonora passa anche attraverso le lingue. Nel disco compaiono frammenti in francese e in inglese, piccoli dettagli che non servono soltanto a creare atmosfera, ma a espandere emotivamente ciò che le canzoni vogliono raccontare. «Le sonorità di altre lingue, soprattutto l’inglese, hanno melodie che magari in italiano non abbiamo», racconta. «Mi piace sperimentare». Ed è interessante che proprio il francese — lingua che ammette di non conoscere davvero — venga utilizzato più volte dentro l’album. In “Tenco e Dalida” o persino nel titolo “Vis à vis”, la lingua cambia il suono delle emozioni, le rende più sospese, più cinematografiche.
In un presente musicale dominato dalla velocità, come emerge nel brano “Batticuore”, Alex appare quasi estraneo alla frenesia contemporanea. Lo racconta parlando dei social, dei commenti, della necessità continua di restare aggiornati su tutto: «Quella canzone l’ho fatta proprio per estraniarmi in parte da quella realtà lì e vivere la mia diversamente. Mi sento fuori ritmo alla vita basata sul controllare il telefono». Le sue parole non suonano come un rifiuto generazionale, ma come il tentativo di salvare uno spazio autentico dentro un rumore costante.
Dare solo più amore
La frase che oggi Alex sente più sua è infatti «Dare solo + LOVE»: una dichiarazione semplice, quasi ingenua, ma potentissima in un tempo costruito spesso sulla reazione continua. Alex cita anche «Partirò dalla fine che mi merito», una frase che lui stesso definisce sorprendente perfino per lui: Mi «sono sorpreso quasi di averla scritta perché ogni persona leggendola può interpretarla in maniera diversa. Quindi anche qui c’è libera interpretazione». Nessuna frase viene imposta. Tutto rimane aperto.
Uno dei momenti più sinceri dell’intervista arriva quando parla di “Amara”. Durante la scrittura del brano, Alex pensava di voler raccontare distacco e desiderio di chiudere definitivamente qualcosa. Ma mentre scriveva si è accorto che non era quella la verità. «Volevo dire “Vattene, meglio così”, però non ce l’ho fatta», ammette. Alla fine, è uscita la parte più vulnerabile: «Ma mica te ne vai davvero?».
La capacità di non fingersi invulnerabile, difatti, è sicuramente parte del disco e dell’identità di Alex. Alex Wyse non prova mai a costruire l’immagine del «Maschio duro», distante, irraggiungibile. Lui stesso dice di non sentirsi affine a quel tipo di mascolinità. «Mi vesto tutto colorato», racconta sorridendo. «Cerco la leggerezza nella malinconia». Ed è esattamente ciò che fa questo album: trova luce dentro le crepe.
Anche dal punto di vista creativo, il progetto nasce da un incontro profondamente umano. Alex racconta il legame nato con Matteo Ieva e Francesco Rodrigo, produttori con cui ha trovato finalmente la sonorità che stava cercando da tempo. «C’è stato quasi un innamoramento artistico. È nata una collaborazione sia d’amicizia che artistica. Ci capiamo al volo», dice. Un rapporto diventato amicizia, confronto quotidiano, complicità vera. Questa dimensione collettiva si sente in tutto il disco. Le canzoni sembrano nate da conversazioni lunghe fino a notte fonda, da silenzi condivisi, da pensieri lasciati decantare lentamente.
«Le cose sono belle anche perché finiscono»
Inoltre, Alex tiene a sottolineare anche un dettaglio a cui è particolarmente legato: i videoclip dell’album, realizzati insieme a un amico e a un videomaker partendo «Con una macchina a caso» verso la Sardegna. «Abbiamo fatto sei video in quattro giorni», racconta. Un modo spontaneo e istintivo di creare che, in fondo, rispecchia perfettamente anche l’anima del disco.
Probabilmente è proprio tutto questo che rende “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono” un disco necessario oggi: la sua capacità di restituire dignità emotiva alle cose fragili. Non cerca di insegnare come si supera una fine. Non promette guarigioni rapide. Non trasforma il dolore in slogan. Fa qualcosa di molto più raro: ci ricorda che anche ciò che finisce continua a vivere dentro di noi. «Le cose sono belle anche perché finiscono», conclude Alex.
Anche per questo il disco sembra avere ancora così tanto da dire anche fuori dalle cuffie, lontano dallo studio, dentro il rumore reale delle persone. Per ora non ci sarà un tour estivo, anche se lui stesso ammette che il live resta la parte che ama di più: «Questo disco è sicuramente da cantare». E in effetti lo si percepisce chiaramente ascoltandolo. Queste canzoni sembrano nate per essere vissute insieme, sotto un palco, tra voci che si confondono e malinconie condivise. L’attesa, allora, non suona come una mancanza, ma come qualcosa che prima o poi troverà il suo momento giusto.
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