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Domenico Tallini, ex presidente del consiglio regionale della Calabria

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CUTRO (CROTONE) – In venti, su 24 imputati, hanno scelto il rito abbreviato e uno ha chiesto di patteggiare nel corso dell’udienza preliminare in cui è sfociata l’inchiesta che un anno fa portò all’operazione Farmabusiness, con cui la Dda di Catanzaro ritiene di aver dimostrato che la super cosca Grande Aracri di Cutro sarebbe stata in grado di infiltrarsi in maniera sofisticata nel redditizio mercato farmaceutico grazie all’appoggio dell’ormai ex presidente del consiglio regionale Domenico Tallini, ai tempi in cui il noto politico catanzarese era assessore al Personale.

C’è anche lui tra gli ammessi al processo col rito alternativo dal gup distrettuale Barbara Saccà: deve rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio, accuse per le quali finì agli arresti domiciliari, anche se il Tribunale del riesame di Catanzaro annullò nei suoi confronti l’ordinanza di custodia cautelare consentendogli di rientrare come consigliere regionale a Palazzo Campanella.

L’inchiesta avrebbe delineato i nuovi assetti del clan i cui vertici erano stati decapitati dopo l’operazione Kyterion del gennaio 2015. A novembre 2020, undici persone finirono in carcere e otto ai domiciliari, tra queste l’avvocato Domenico Grande Aracri, fratello del boss ergastolano Nicolino, la cui posizione è stata stralciata.

Il processo col rito abbreviato prenderà il via il prossimo 24 novembre per Santo Castagnino (59 anni), di Mesoraca, Giuseppe Ciampà (43), di Cutro, Elisabetta Grande Aracri (39), di Cutro, Salvatore Grande Aracri (35), di Cutro, Salvatore Grande Aracri (42), di Cutro, Gaetano Le Rose (49), di Cutro, Giuseppina Mauro (57), di Cutro, Pancrazio Opipari (46), di Sellia Marina, Salvatore Romano (33), di Cutro, Domenico Scozzafava (40), di Catanzaro, Leonardo Villirillo (54), di Crotone; Paolo De Sole (47), di Roma, Domenico Tallini (69), di Catanzaro, Domenico Grande Aracri (56), di Cutro, Tommaso Patrizio Aprile (56), di Potenza, Maurizio Sabato (55), di Catanzaro, Donato Gallelli (46), di Catanzaro; Serafina Brugnano (44), di Cutro, Gaetano Le Rose (46), originario di Cutro ma residente nel Parmense.

Ha chiesto il patteggiamento Giovanni Abramo (45), di Cutro, genero del boss, accusato di intestazione fittizia, che, in un interrogatorio reso “per motivi di giustizia” nel gennaio scorso, confermava il progetto della cosca di avvicinare Tallini.

Quindi sono iniziate le discussioni delle posizioni degli imputati che hanno optato per il rito ordinario: Pasquale Barberio (66), nato a Lamezia ma residente a Isola Capo Rizzuto, Lorenzo Iiritano (62), di Catanzaro, Raffaele Sisca (49), di Crotone. Dopo che il pm Antimafia Domenico Guarascio ha reiterato la richiesta di rinvio a giudizio, sono intervenuti gli avvocati Pietro Funaro e Giuseppe Fonte (per Barberio), Ilda Spadafora e Giovanni Nicotera (per Sisca) e Antonio Ludovico (per Iiritano). Il gup ha mandato i tre a processo davanti al Tribunale penale di Crotone all’udienza del prossimo 27 gennaio. Le indagini condotte dai carabinieri dei Reparti operativi di Crotone e Catanzaro si erano incentrate, si ricorderà, sul consorzio Farma Italia e la società di capitali collegata Farma Eko, i cui magement erano direttamente controllati dalla cosca. Tallini, secondo gli inquirenti, avrebbe speso il suo ruolo di assessore regionale per favorire la conclusione dell’iter amministrativo per il rilascio delle autorizzazioni necessarie allo svolgimento dell’attività del Consorzio FarmaItalia riconducibile alla cosca Grande Aracri, ovvero la commercializzazione all’ingrosso di prodotti farmacetuci e parafarmaceutici. Fu costituito un network con una ventina di punti vendita in Calabria, due in Puglia e uno in Emilia. Ma sullo sfondo c’era anche il progetto di truffare il Servizio sanitario nazionale esportando illegalmente farmaci oncologici rivendendoli all’estero con profitti enormi.

Tutto nasce, manco a dirlo, nella ormai famigerata tavernetta del boss di Cutro, nel giugno 2014, dove il boss, allora in un periodo di libertà, fu monitorato dalle Dda di mezza Italia. L’inchiesta avrebbe anche disvelato il ruolo delle donne nel clan. Giuseppina Mauro, Elisabetta Grande Aracri, rispettivamente moglie e figlia di Nicolino Grande Aracri, Serafina Brugnano (moglie di Erneso Grande Aracri) avrebbero rivestito una posizione di vertice nei periodi in cui i rispettivi congiunti, promotori della consorteria, erano detenuti, fornendo direttive agli affiliati, gestendo gli introiti, ricevendo per esempio il denaro dagli imprenditori omonimi Gaetano Le Rose, cugini, intervenendo per eludere le indagini sulle armi in dotazione al clan. E’ in seguito al loro coinvolgimento che il boss aveva intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia, poi ritenuto inattendibile dalla Dda proprio per il tentativo di sminuire la posizione dei suoi familiari.

Intrusioni anche nella green economy: Giuseppe Ciampà si sarebbe occupato del commercio di cippato da destinare alle centrali a biomasse, sfruttando false fatturazioni e consegnando denaro direttamente al boss Grande Aracri, alla moglie e alla figlia. E tentacoli sul gaming, a cui era preposto Santo Castagnino, mesorachese, con l’imposizione di videopoker.

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