Il pentito Francesco Bellusci
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Le foto social dei sandwich coi soldi
- 2 Il lusso ad alta quota: il borsello Louis Vuitton nei video
- 3 Le prime crepe: l’influenza di “Dollarino” e la chiusura dell’ufficio
- 4 L’amministratore non pagato e i nodi irrisolti della GFE srl
- 5 La contrarietà del reggente: la regola della sommersione
- 6 L’organigramma e il consorzio di Hydra
- 7 Il connubio tra reati finanziari e ala militare
- 8 Le minacce mafiose
- 9 La morte per l’evasione dal carcere
Processo Hydra, il pentito Bellusci svela che il reggente dei cirotani al Nord era contrariato dall’ostentazione social della ricchezza
CIRÒ MARINA – Nell’era della criminalità interconnessa, il denaro contante cessa di essere un mezzo occulto e diventa un trofeo da sbandierare. Nelle carte del maxiprocesso Hydra, l’indagine che ha svelato l’esistenza di un vero e proprio “consorzio” delle mafie in Lombardia, i verbali del collaboratore di giustizia Francesco Bellusci offrono uno spaccato nitido di questa mutazione antropologica delle mafie. Da un lato la necessità di mimetizzarsi nei gangli dell’economia legale, dall’altro l’irresistibile tentazione dell’ostentazione digitale.
A parlare ai pm della Dda di Milano Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, nel maggio scorso, era l’ex contabile del “locale” di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, articolazione lombarda della cosca Farao Marincola di Cirò.
Bellusci descrive la reazione del presunto reggente del clan, Massimo Rosi, tra i principali fautori dell’alleanza delle tre mafie, davanti alle immagini diffuse sulle piattaforme web. È lo stesso Bellusci a ricostruire la genesi di quelle tensioni, partendo dai messaggi ricevuti.
«Quando vedo poi Rosi mi gira delle foto dei social, mi dice: “Come? Tu sei lì, tra fare lo scemo all’ufficio, a lavorare per questi qua, mo’ tu ti sei messo a lavorare per questi qua…”, perché a lui gli bruciava anche questa cosa qua». Il risentimento di Rosi era per la natura dei contenuti multimediali. « Mi gira queste foto di TikTok, se non vado errato, o di Instagram, adesso non mi ricordo, dove c’erano loro che contavano i soldi e si facevano tipo i sandwich, tipo il panino con i soldi, facevano queste stupidate».
Il lusso ad alta quota: il borsello Louis Vuitton nei video
Le riprese e le foto scattate per i social non si fermavano alle mazzette esibite a terra. Bellusci specifica un ulteriore dettaglio sui video realizzati dai sodali, spostando la scena ad alta quota.
«Anche sull’aereo facevano vedere il borsello di Louis Vuitton con dentro fasce di soldi. Quindi erano andati a fare qualcosa giù Il borsello griffato, pieno di “fasce” di banconote e ostentato persino durante i viaggi in aereo, diventa il simbolo plastico di una liquidità continuamente in movimento tra la Lombardia e i territori d’origine (la Sicilia e la Calabria). Un’ostentazione che per gli investigatori rappresenta la prova visiva dei flussi di denaro contante movimentati dal sodalizio.
Le prime crepe: l’influenza di “Dollarino” e la chiusura dell’ufficio
Questo attivismo finanziario e mediatico, tuttavia, coincide con una progressiva alterazione degli equilibri interni al gruppo di lavoro. Bellusci spiega ai magistrati come le dinamiche interpersonali lo abbiano convinto a fare un passo indietro, indicando in Emanuele Gregorini, rappresentante della componente camorristica, il vero motore della sua esclusione dagli affari, più che in Gioacchino Amico, imprenditore siciliano tra i principali imputati. «Automaticamente Gregorini mi aveva tagliato fuori, non tanto Gioacchino Amico, ma Gregorini. Gregorini aveva molta influenza su Gioacchino Amico. Quindi Gregorini mi taglia fuori, a questo punto, e loro continuano a fare le loro attività. Quindi io poi là decido di mollare».
L’amministratore non pagato e i nodi irrisolti della GFE srl
La chiusura dell’ufficio e il disimpegno di Bellusci lasciano sul campo anche diversi nodi irrisolti legati alla gestione societaria della GFE srl, la sigla utilizzata per la somministrazione illecita di manodopera. «L’amministratore che avevo fatto salire su, che avevo fatto mettere d’accordo con Gioacchino Amico, alla fine non viene neanche pagato dopo, perché Gioacchino Amico lo… poi non viene più pagato. Questo… chiamarmi, a dirmi: «Guarda che… cordo in una maniera, ma non mi avete pagato».
La contrarietà del reggente: la regola della sommersione
Questa esibizione di “stupidate” — mazzette di banconote piegate e accumulate fino a sembrare veri e propri sandwich — non era una semplice questione di vanità. Per il vertice del “locale” di ’ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo, quella sovraesposizione mediatica violava, evidentemente, la regola della sommersione mafiosa, esponendo l’intera struttura a un rischio investigativo altissimo. A Rosi “bruciava” quel comportamento proprio perché scardinava la necessaria invisibilità dietro cui il consorzio mafioso proteggeva le proprie attività di infiltrazione economica nel tessuto lombardo.
L’organigramma e il consorzio di Hydra
La struttura in cui maturano questi episodi è rigidamente gerarchica. Nel nuovo organigramma del “locale” di Legnano e Lonate Pozzolo, Bellusci non è un elemento marginale, ma viene indicato come il contabile della struttura. Un ruolo strategico, incaricato di gestire i flussi finanziari e far quadrare i conti di una cellula che rappresenta la diretta proiezione al Nord della potentissima cosca Farao-Marincola di Cirò. Parliamo della fondamentale componente ’ndranghetista all’interno di un consorzio mafioso coeso, un’inedita struttura federativa capace di far cooperare, a Milano e provincia e nel Varesotto, esponenti di spicco di Cosa Nostra, Camorra e ’ndrangheta per la spartizione dei grandi affari. Dalle frodi fiscali alla somministrazione illecita di manodopera.
LEGGI ANCHE: Hydra, condanne per 450 anni al consorzio delle tre mafie – Il Quotidiano del Sud
Il connubio tra reati finanziari e ala militare
L’errore più grave sarebbe quello di scambiare il gruppo dei “contabili” e degli esperti di truffe per una banda di criminali da tastiera. Dietro la facciata moderna dei video sui social e dei “sandwich” di soldi, batteva costantemente il cuore feroce dell’ala militare. Il connubio tra criminalità economica e violenza era strutturale. Il gruppo non disdegnava affatto l’utilizzo dei metodi del passato, come minacce e ritorsioni armate per imporre il proprio controllo sul territorio.
Le minacce mafiose
Nella parte finale dell’interrogatorio, Bellusci chiede di integrare le dichiarazioni per riferire un episodio avvenuto circa un mese prima. Toto Cutrì si sarebbe recato al mercato di Castano Primo presso il banco di ortofrutta dello zio di Bellusci, Orlando Le Rose, pronunciando la frase: “digli a tuo nipote che i morti li deve lasciare stare”. Bellusci interpreta la frase come una minaccia legata alle sue rivelazioni sulla morte di Nino Cutrì o su fatti di sangue in cui quest’ultimo era coinvolto. Definisce inoltre i familiari di Cutrì come molto pericolosi, ricordando anche ritorsioni incendiarie avvenute in passato.
La morte per l’evasione dal carcere
Il riferimento è, anche, alla morte di Nino Cutrì nell’assalto organizzato a Gallarate per far evadere il proprio fratello Domenico. Nelle carte di Hydra ci sono anche conversazioni intercettate in cui Bellusci parla di quelli che «avevano fatto l’evasione… che è morto il fratello». Chissà se il pentito ne riferisce più dettagliatamente nella consistente parte coperta da omissis del verbale che contiene la sua più recente “cantata”.
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA