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Una sala parto

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CROTONE – Ha partorito da sola, nel letto in cui le era stato detto di non muoversi, la sua seconda bimba, sebbene fosse ricoverata all’ospedale San Giovanni di Dio di Crotone, ma confinata in una sorta di corridoio, ovvero quello che un tempo era il blocco parto del reparto di Ostetricia e ginecologia. In quello stesso letto accanto al quale il primario aveva sistemato un pattume invitandola a gettarci dentro qualsiasi cosa toccasse. «In quei momenti, che solo per mano di Dio non sono divenuti tragici, è passato un medico che, senza guanti e camice e per mancanza di tempo, ha afferrato la mia bimba a mani nude.

Negli attimi precedenti alla nascita sono state inutili le mie chiamate tramite campanello (non funzionante) al personale medico, le chiamate al pronto soccorso ospedaliero tramite cellulare o le mie grida. Intorno a me il nulla. E questo perché? Perché sono cittadina cutrese e pertanto portatrice sana di coronavirus a prescindere». E’ l’incredibile racconto di una mamma (per la seconda volta) di Cutro, una 36enne che «in questi giorni di completa “pazzia” e incertezze a causa dell’emergenza Coronavirus», essendo originaria della cittadina blindata dalla Regione in quanto zona rossa, è stata trasferita prima in una stanza singola e poi in quel corridoio. Incredibile, ma è drammatica realtà.

«Tutto questo perché provenendo da Cutro – spiega – era necessario “isolarmi” a causa della potenziale minaccia che potevo rappresentare per le pazienti e tutto lo staff ospedaliero». Un isolamento «da protocollo» a cui la donna non ha opposto, da buona cittadina, rimostranze. «È stato eseguito il tampone orofaringeo al fine di scongiurare questa “sciagura” ma, in attesa del risultato, non ho ricevuto le adeguate attenzioni del caso visto che i medici si sono limitati a farmi dei semplici tracciati, a cadenza di tre ore gli uni dagli altri, senza sottopormi ad una necessaria visita ginecologica», lamenta, mentre descrive un «reparto completamente deserto nel pomeriggio con qualche addetto che per qualche “misteriosa ragione” appariva ogni tanto».

Martedì scorso, intorno alle 5:05, la svolta: «sono entrata in piena fase travaglio e nel giro neppure di 20 minuti ho partorito, completamente sola, facendo nascere mia figlia in quello stesso letto in cui mi era stato detto, il giorno precedente, di stare e di non muovermi per nessuna ragione». Inutili, come dicevamo, le sue chiamate immediatamente precedenti.

Quello stesso medico, al quale oggi è grata perché ha rappresentato nel momento del parto «l’unica speranza di vita», quello che ha afferrato a mani nude la bimba passando di là per caso, «ha detto – ricorda – che quell’esperienza vissuta non l’avrebbe mai più dimenticata»; ma neanche lei dimenticherà un’esperienza «troppo grave, surreale e potenzialmente tragica».

L’incubo non era ancora finito. La donna racconta che le è stata negata la possibilità di vedere la cartella clinica quando era ricoverata e che, quando si sarebbe aspettata un «briciolo di umanità», è stata di nuovo riportata nella «stanza degli orrori» dove è rimasta «ancora una volta completamente sola» senza supporto psicologico né la possibilità di vedere i familiari, sempre «da protocollo», «salvo poi scoprire – svela – che in quel blocco ad oggi vengono effettuati tamponi e aborti volontari».

«Dunque il reparto in cui sono isolata è aperto al pubblico? Io non sono una minaccia per le persone provenienti dall’esterno? Ma soprattutto queste persone non rappresentano una minaccia per me e per la mia bambina appena nata che è lì con me? Il protocollo se c’è va rispettato ma è necessario che ci siano anche le condizioni per applicarlo e queste condizioni di fatto non sussistono il quel blocco dove addirittura ho dovuto accontentarmi di un bagno privo di bidet o doccino, con una lurida doccia che mai avrei potuto utilizzare, come la stessa caposala mi ha invitato a non fare avendo appena partorito. Mi è stato negato tutto, l’assistenza, la sicurezza, il supporto psicologico, il diritto, i servizi primari». Una denuncia forte, già tradottasi in una querela sporta oralmente alla Questura di Crotone e che ora dovrà essere raccolta dai carabinieri di Cutro, ai quali la donna chiede il sequestro della cartella clinica.

Fortunatamente, adesso, lei e sua figlia stanno bene. Però alcuni interrogativi restano in piedi. «Con quale coraggio, senza alcuna vergogna, queste persone possono dire di esercitare la professione del medico? Quale vocazione spinge loro verso l’aiuto del prossimo? Quale senso civico? Oggi, e alla luce di quanto successo, non stupisce sapere che ben 300 unità, tra medici e infermieri, si “sarebbero dichiarate malate” all’ospedale di Crotone. Questa gente dovrebbe andare in trincea come stanno purtroppo facendo tante altre persone per le quali la qualifica di medico è troppo riduttiva: sono loro i veri eroi». Per la cronaca, l’esito del tampone è negativo.

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