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Ragioni di carattere finanziario spingerebbero per l’abrogazione della legge regionale sulla fusione dei Comuni: la proposta arriva dai capigruppo di maggioranza


NELLA passata legislatura regionale è stata al centro di una furiosa disputa tra maggioranza e opposizione. Parliamo della legge 15 del 2006, che detta norme in materia di “riordino territoriale ed incentivazione delle forme associative di Comuni”. È la legge, per intenderci, che disciplina – nel rispetto dell’articolo 133 della Costituzione – anche l’iter per la fusione di due o più Comuni. Nella scorsa legislatura, il centrodestra alla legge (e all’articolo che disciplina le fusioni) aveva apportato una modifica che infinite polemiche scatenò nella politica calabra.

La versione originaria della legge diceva che prima di istituire una nuovo Comune dopo fusione tra una o più città bisognava celebrare un referendum sulle delibere consiliari di fusione. Quella modificata nel 2023 cancellava l’espressione “sulle delibere consiliari di fusione” per sostituirla con l’aggettivo consultivo. Che era un po’ pleonastico, perché la norma costituzionale che si limita a un «sentite le popolazioni» nei fatti non impone referendum vincolanti e nelle esperienze fatte in Calabria sappiamo che si è andati avanti con le fusioni negli anni passati anche con il parere contrario di alcuni degli enti coinvolti.

La modifica però arrivava in pieno iter per la fusione di Cosenza, Rende e Castrolibero, per cui il clima era molto più teso e l’attenzione alta. Sappiamo poi com’è finita: al referendum del primo dicembre 2024 a prevalere è stato il no e la proposta di legge, complice anche la fine anticipata della legislatura poco meno di un anno più tardi, è stata lasciata cadere.

Ma perché torniamo a parlare della legge 15 del 2006? Perché da pochi giorni è approdata a Palazzo Campanella una proposta di legge che la abrogherà. La firma è dei capigruppo di maggioranza Vito Pitaro, Pierluigi Caputo, Angelo Brutto, Giuseppe Mattiani, Domenico Giannetta. L’articolo che disciplina i referendum, però, stavolta non c’entra. La relazione illustrativa spiega che la legge 15/2006 è ormai superata rispetto al nuovo contesto normativo nazionale e servirà «una disciplina organica e coerente della materia».

A spingere per l’abrogazione sono soprattutto ragioni di carattere finanziario. La legge sulla fusione del 2006 prevedeva l’erogazione di contributi regionali (sommati a quelli statali) per incentivare forme associative tra i Comuni. Nel concreto, però, l’ultima erogazione (“appena” 50mila euro a fronte dei 550mila con cui si era partiti nel 2007) risale al 2013. Soldi stanziati e mai usati, per cui da un certo momento in poi il fondo non è più stato alimentato. Segno, scrivono i consiglieri nella proposta di abrogazione, che lo stesso legislatore regionale ha voluto rendere inapplicabile la legge 15. Dunque conviene cancellarla integralmente, concludono.

E la parte che disciplina l’iter delle fusioni tra Comuni? Non c’è rischio che si determini un vuoto normativo, precisano. Ci sono, per quello, leggi sovraordinate: la Costituzione, innanzitutto, e il testo unico degli enti locali.

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