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Giulio Pastore

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Un uomo del Nord a cui il Sud deve riconoscenza per una battaglia culturale vinta. Ci vorrebbe un nuovo Pastore nella cabina di regia della politica economica italiana e una squadra corta di giovani Pescatore alla guida della macchina pubblica. Non è vero che non esistono: è il sistema malato che non li vuole

Antefatto.

Quasi perso dietro la mega scrivania, nel suo ufficio in via Boncompagni a Roma, c’è il ligure-piemontese Giulio Pastore. È da meno di trenta giorni ministro del Mezzogiorno. Ha alle spalle un passato nobile come dirigente dell’Azione cattolica e capo carismatico della Cisl. Seduto di fronte a lui, c’è Gabriele Pescatore, il giurista irpino da quattro anni “Presidente-padrone” della Cassa per il Mezzogiorno che il neoministro chiama Professore. Stampato in faccia il disagio di vedere un ex sindacalista sulla poltrona di Campilli e di Zoli incontrati tante volte in quella stanza. Non lo ritiene all’altezza e non fa nulla per nasconderlo. È un lunedì della quarta settimana di luglio del 1958. La conversazione tra i due, Pastore e Pescatore, ha toni decisamente animati e si protrae da oltre trenta minuti.

Fatto.

“Professore non ci possiamo capire. Parliamo due linguaggi diversi. Lei ignora il ruolo preminente dei lavoratori. Io non dimentico il sistema e le norme, ma punto sugli uomini. Deve sapere che come ministro intendo affermare questo principio”

“Questa volta, signor ministro esagera. Sì, sta proprio esagerando…”

Pescatore non ha più nulla da dire. Si alza senza salutare e infila la porta. Pastore resta interdetto. Muto.

Dal giorno dopo, ogni mattina fino a sabato, il ministro per il Mezzogiorno, Giulio Pastore, telefona alla Presidenza della Cassa e chiede di potere parlare con Pescatore. Il fidatissimo segretario, Michele Sferlazza, risponde sempre allo stesso modo: il Presidente è impegnato in una riunione. Esattamente sette giorni dopo l’incontro burrascoso di via Boncompagni, Pastore, senza preannunciarsi, si presenta al Palazzone della Cassa, nel quartiere Eur di Roma, ed entra direttamente nella stanza di Pescatore. “Non le pare, professore, che non si sia comportato bene a negarsi al telefono, non fosse altro per la mia età?” sono le sue parole di saluto. Pescatore si rende conto di avere commesso un errore. Si alza, va incontro a Pastore e chiede scusa. I due si abbracciano.


Dopo un mese di litigi, incomprensioni e discussioni di ogni tipo, questo abbraccio segna il disgelo tra due uomini apparentemente così diversi tra loro: piemontese empirico genovese di nascita e di provenienza sindacale il primo; irpino di Serino trapiantato a Roma da sempre, giurista di prima grandezza, accanito costruttore di schemi e di tecnostrutture il secondo. Non sembravano fatti per intendersi. Furono una coppia formidabile al servizio del Mezzogiorno e della ricostruzione economica del Paese. Le loro “visite pastorali” da un angolo all’altro dei territori meridionali appartengono alla storia fattuale della Ricostruzione civile del Paese in quelle comunità di donne e di uomini che di più ne avevano bisogno.

Sono il frutto di un’intesa che mette insieme alta amministrazione e alta formazione, la macchina che sa fare le cose e la scuola che costruisce il futuro. Pastore sposa in modo convinto il modello tecnico della Cassa, la falange di trecento ingegneri che raccoglie capitali esteri e fa le dighe e gli acquedotti, riunifica l’Italia delle strade, gode di credito internazionale. Pescatore capisce che quel sindacalista cresciuto nelle valli delle risaie vercellesi, tra Aranco e Borgosesia, aveva testa e cuore, ma soprattutto aveva ragione sull’importanza strategica del capitale umano. “Caro professore non puoi vincere la scommessa del riequilibrio, anzi meglio del riscatto, se non fai crescere la gente del Sud, se non ne cambi il modo di vedere le cose” dice Pastore e Pescatore annuisce. “Sarebbe vano riformare la struttura istituzionale e l’assetto territoriale del Mezzogiorno se non si aggiorna la componente umana, se non si pone la popolazione meridionale nelle condizioni di fare o di condizionare le scelte” ripete il “ministro umano” come verrà subito ribattezzato da Pescatore. Che fa cadere volentieri il suo muro per così dire ideologico. Per lui la Cassa deve essere quella cosa che piace a Dorso e a Campilli, una trama stretta di grandi ingegneri che sistema le strade, porta l’acqua, rifà la rete fognaria, e lo fa bene e di fretta perché la sua missione è il riscatto del Mezzogiorno per fare correre la locomotiva italiana. Non deve fare altro perché ai cervelli ci deve pensare la scuola, perché tocca allo Stato formare i suoi quadri, migliorare l’efficienza delle istituzioni scolastiche, e tocca all’imprenditoria pubblica e privata fare altrettanto. Questo pensa Pescatore prima di incontrare Pastore perché dopo, a modo suo, farà l’esatto opposto e lo farà convintamente perché l’ex sindacalista aveva ragione.

Dall’intesa tra questi due uomini nasce il sesto servizio della Cassa e si chiama fattore umano. Nascono il centro residenziale per la formazione dei quadri affidato alle cure di Gino Martinoli, un ingegnere di talento della grande Olivetti, il centro universitario di ricerche economiche agrarie di Portici guidato da Manlio Rossi Doria, programmi di rafforzamento delle università pugliesi e campane, grandi investimenti nelle facoltà di economia e agraria. Quando monta la polemica politica contro Pescatore accusato di difendere i potentati agricoli, il ministro missionario della formazione spulcia le pratiche una a una, assistito da due collaboratori. Quando verrà convocato in Parlamento per rispondere alle interrogazioni strampalate del PCI si presenta con un faldone gigantesco dove sono annotate tutte le pratiche e una tabellina finale dalla quale si evince che oltre il 75% dei finanziamenti è diretto a piccole e medie aziende agricole e chiede di fare un “monumento” a San Gabriele Pescatore salvatore della azienda agricola meridionale contro i potentati agrari e contro la cultura della rendita. Farà altrettanto con la diga del Biferno e tutte le volte che l’attacco politico prova a bloccare la macchina gioiosa da guerra della ricostruzione economica italiana. Prenderà Pastore tutte le informazioni alla fonte, studierà i singoli progetti e le risorse impiegate, poi non lo fermerà più nessuno perché a tutto ciò aggiungerà il carico da novanta della Grande Politica. Che è quella che non nasconde le cose, che non si tira mai indietro e che si assume le sue responsabilità. Pensate a quello che sta accadendo in questi giorni alle prese come siamo con una grande Depressione mondiale da Pandemia globale. Non abbiamo più la macchina amministrativa di allora che finiva sulla copertina dell’Economist perché era la lepre nell’utilizzare i fondi comunitari e abbiamo una guida della politica economica che avalla ogni tipo di bizantinismo burocratico e scappa come una lepre dalle sue responsabilità. Siamo alla nemesi storica.


Pastore è nato a Genova, da una famiglia operaia di origine della Valsesia. Qui nelle valli delle risaie vercellesi, il padre perde un braccio e resta invalido, lui deve lasciare la scuola a dodici anni per andare a lavorare in Valsesia, alla “Manifattura Lane”, dove la madre fa l’operaia a cottimo. A quest’uomo del Nord che ha avuto come scuola di vita e università l’Azione Cattolica, il Sud deve un tributo di riconoscenza che vale per sempre. Vuole ostinatamente che si investa nelle risorse umane, in quelle che lui chiama scuole di “educazione civile”, una battaglia culturale vinta con il radicamento delle convinzioni e  il carisma della persona. Pescatore, dopo un mese di litigi, si “innamora” di Pastore, ne condivide il trasporto ideale e la lungimiranza del pensiero, afferra l’importanza delle “visite pastorali” da una piazza all’altra per incontrare la gente del Sud. In quegli anni i grandi progetti di ricerca e di formazione prendono corpo, diventano parte viva di un disegno di rinascita che non solo trasforma un Paese agricolo di secondo livello in una potenza mondiale ma riduce con forza il divario economico e civile tra le due Italie. In quella stagione la scuola e gli investimenti vengono prima delle mance, delle clientele politiche e familiari, e delle ruberie sistemiche dei ricchi ai poveri che hanno segnato i tempi magri della lunga crisi italiana pre-Coronavirus dove l’austerità delle anime, spesso, ha fatto tutt’uno con quella dei portafogli.


Ricordo un venerdì di un po’ di anni fa al liceo scientifico Enrico Medi di Cicciano, nel Napoletano, centinaia di giovani curiosi, attenti, pieni di vita, in una palestra gremita, impegnati a discutere per più di due ore della casa dove è morto Kohl che si affaccia su una via normale, con cancelli e porte esattamente come quelle dei vicini, la Germania riunita e le due Italie invece sopravvissute (amaramente) a tutto e tutti. A interrogarsi, a voce alta, sulla straordinaria attualità di un politico di professione che risponde al nome di Alcide De Gasperi e non si è mai vergognato di dichiararsi tale facendo della “coerenza meridionalista” un punto di orgoglio. A pochi chilometri da Cicciano, al liceo classico statale Giosuè Carducci di Nola, ho passato anni intensi e formativi, sento ora come allora che dopo quella visita mi ritrovo naturalmente in un gioco di emozioni e sfumature che mi restituisce un pezzo (agrodolce) del mio piccolo sud di provincia. Hanno tutti “fame” di cose che si possano toccare: percorsi di studio effettivamente meritocratici, itinerari riconoscibili che mettano insieme università, ricerca, grandi e piccole imprese, consigli concreti per individuare la prospettiva (giusta) di lavoro in Italia e fuori. «Possiamo solo scappare, vero?» mi chiedono a voce bassa mentre sto entrando in macchina. Rispondo: «No, no, anche se è giusto non rinunciare a considerare il mondo (tutto) come luogo di lavoro».

Ricordo che quando sono ormai fuori da Cicciano continuo a chiedermi: «Ma perché non dovremmo essere noi il loro mondo migliore, perché non riusciamo a esserlo?». Come fare a non ripensare al “ministro umano” Giulio Pastore e alle sue opere. Ai nuovi centri universitari di ricerca, al potenziamento delle facoltà di chimica e ingegneria, alla ricerca applicata a Napoli e a Palermo, alle scuole professionali e alla formazione olivettiana per i quadri industriali. Tutti tendiamo a dimenticarcelo, ma il miracolo economico italiano del dopoguerra è frutto dell’azione di uomini politici e uomini del fare che sanno assolvere con serietà e onestà ai loro compiti e regalano ovunque “cose che si possono toccare”, formazione (vera) non clientele, scuole di “educazione civile”. Giovanni XXIII riceve in Vaticano Pastore e Pescatore e li chiama Pastor et Nauta, applicando loro il suo motto. I tempi sono (molto) cambiati ma abbiamo (disperato) bisogno di ritrovare in fretta il pragmatismo e lo spirito costruttivo del pastore e del marinaio di quella stagione.


Ricordo un biglietto di Sergio Zoppi, allievo di Spadolini, storico e un passato di formatore, soprattutto al Sud, che mi segnala il suo “Non fu un miracolo. L’Italia e il Meridionalismo negli anni di Giulio Pastore e di Gabriele Pescatore”, scritto a quattro mani con Vincenzo Scotti. Ricordo che di quel racconto conservo il ritratto senza piaggerie del sindacalista illuminato che guardava alla libertà e al benessere delle democrazie occidentali e del ministro del Mezzogiorno del fare che mise al centro della sua politica il “fattore umano”, forse, anche perché ci sono cose che ti restano dentro per tutta la vita. Come quando a dodici anni devi lasciare la scuola per andare a lavorare in Valsesia, alla «Manifattura Lane», dove tua madre fa l’operaia a cottimo. O perché ti sei formato all’Azione Cattolica, che è stata la tua vera università e scuola di vita, e come è accaduto per molti ha dato in dono anche a te quei valori e quei segni formativi che restano per sempre. Fondatore e capo carismatico della Cisl, l’impronta di Pastore nel sindacato è un patrimonio acquisito da tutti, ma pochi sanno che ha lasciato un segno altrettanto forte come ministro del Mezzogiorno per accelerare un investimento finalmente organizzato nelle risorse umane, scuole di “educazione civile” e di tecnici specializzati, un pezzo di Olivetti al Sud e una battaglia culturale vinta con la forza dell’esempio, il radicamento delle convinzioni e il carisma della persona. Quanto delle idee e della cultura politica del Pastore ministro del Mezzogiorno ci saranno nella famosa «Nota aggiuntiva» e in quel disegno di lungo termine lamalfiano che si muoveva nel solco di «una politica economica finalizzata agli obiettivi che già nel 1954 Vanoni aveva indicato e, cioè, il superamento del divario tra le due grandi aree del Paese, Nord e Sud, e la piena occupazione»? Tanto, anzi tantissimo.

Per quanto vi potrà apparire strano, la lezione di quegli anni preserva la sua straordinaria attualità. È sopravvissuta a tutto. Alla globalizzazione e agli egoismi esterni e interni. Alle due Grandi Crisi internazionali e alla Depressione mondiale. Ci vorrebbe un nuovo Pastore nella cabina di regia della politica economica italiana e una squadra corta di giovani Pescatore alla guida della macchina pubblica. Non è vero che non esistono, è il sistema malato che non li vuole. Nemmeno la paura del Coronavirus ha consentito loro di superare la paura del cambiamento. Povera Italia!

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