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Luca Palamara

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Dichiarare a ripetizione non è l’unico modo con cui una istituzione si rende presente sulla scena politica e non è neppure il migliore. Gli uomini di governo e i parlamentari dovrebbero prendere esempio dal presidente Mattarella che senza subissarci di interventi esercita però una presenza costante adempiendo a quel ruolo di custode della nostra costituzione che non può significare, come vorrebbero alcuni, trasformarlo in una parodia di Catone il Censore.

È importante l’intervento del Presidente della Repubblica sulla vicenda dello scandalo che investe una parte della magistratura (LEGGI) (e va sottolineato che parliamo di una parte, anche se è una parte che ha occupato e forse occupa ancora posizioni di potere, mentre la maggioranza esercita senza iattanza il suo dovere istituzionale). Non si tratta solo dell’esternazione dello sdegno per vedere compromessa la credibilità di uno dei poteri costituzionali che reggono lo stato. Come egli stesso ha ricordato, quello sdegno l’aveva già espresso e con forza un anno fa, ma ancor più si sapeva benissimo che una figura rigorosa come Mattarella non poteva che reagire in quel modo di fronte alle notizie che filtravano in continuazione e ben anche da prima sull’affaire Palamara.

Per reagire a questo andazzo di cose non è necessario “aspettare le sentenze”: su questo ci troviamo d’accordo con Davigo, che nel caso specifico è stato attaccato semplicemente per le sue posizioni su altre tematiche (che noi non condividiamo, ma non è una ragione per travisare il senso di una sua frase). Proprio alla luce di questo va letto il messaggio del presidente Mattarella.

In sostanza questo intervento richiama, neppure troppo tra le righe, due dati. Il primo è che la riforma del quadro giuridico in cui opera l’autogoverno della magistratura è compito del parlamento e del governo. Il secondo è che quanto sta emergendo dalle notizie contenute nelle intercettazioni deve suscitare non solo preoccupazione ma reazione decisa perché si sta toccando un aspetto portante del nostro sistema costituzionale.

Ora si è data una lettura riduttiva e giuridicistica dell’intervento di Mattarella, quasi che avesse detto: non è in mio potere intervenire a sanare questa questione, dunque non tiratemi per la giacchetta. Invece non è affatto così. Il presidente ha esercitato appieno il suo compito di custode del sistema costituzionale, ma questo non comporta un suo intervento diretto nell’aggiustarne le crepe. Per rendere comprensibile il ragionamento facciamo un paragone: se il custode di un edificio nota che ci sono problemi di staticità e di manutenzione, non deve armarsi personalmente di cazzuola, piccone e cemento per aggiustare i danni, ma deve far intervenire chi ha i mezzi e la competenza per risolvere i problemi che denuncia.

Dunque Mattarella ha esercitato con la dovuta forza il compito di avvertire che la situazione stava, per dirla in termini banali, prendendo una gran brutta piega: l’aveva già fatto e poteva pensare che quegli avvertimenti fossero bastati, ma, visto che così non sembra essere stato, è ritornato sul punto. Ha così richiamato con chiarezza che il compito di mettere in sicurezza il sistema spetta a governo e parlamento, ricordando anche, doverosamente, che risultava si stessero mettendo all’opera. Poiché altre volte avevano iniziato il lavoro senza arrivare a conclusioni, è assai opportuno che il monito del Quirinale a non farla finire una volta di più così sia risuonato forte: ovviamente coi toni istituzionali proprio del suo attuale inquilino che non ritiene sia necessario urlare per farsi sentire.

Non vorremmo però sfuggisse il secondo punto che è presente nella presa di posizione del Presidente: poiché si sta parlando di un vulnus che è “etico” in senso pieno, e che dunque va ben al di là delle normative penali e disciplinari (su cui si pronuncerà chi di competenza), tutte le istanze che si sono lasciate prendere in questo gorgo hanno il dovere di agire per uscirne.

Ci sono di mezzo i politici, la magistratura organizzata, quella stessa parte di opinione pubblica che ha suscitato e sostenuto certe pulsioni giacobine poi trasformatesi in maneggio correntizio. Da tutti questi soggetti c’è da aspettarsi uno scatto di reni, lasciando da parte le ipocrisie della corsa a scaricare tutto su un po’ di “mele marce”. Difficile immaginare che un andazzo come quello che è emerso avrebbe potuto stabilirsi e consolidarsi senza una tolleranza, per non dire una corresponsabilità generale. Quando il tema fu toccato per il contesto che è andato sotto il nome di Tangentopoli, buona parte della magistratura lo ha considerato un inaccettabile modo di salvare dalle responsabilità coloro che vi trovava coinvolti. Magari adesso sarebbe il caso di esigere che lo stesso venisse applicato nello scandalo suscitato dall’inchiesta sul pm Palamara.

Vedremo nei prossimi giorni e mesi se il richiamo del Presidente della Repubblica a prendere sul serio i doveri che derivano dalla Costituzione anche nel delicato e cruciale settore dell’esercizio del potere giudiziario verrà non solo accolto, ma tradotto in un moto generale di riforma. Anzi c’è sempre da sperare di Riforma, quella con la erre maiuscola.

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