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(Adnkronos) – “Affinché i biomarcatori ematici possano essere implementati nell’assistenza clinica in tutta Europa, dobbiamo stabilire metodi armonizzati e standardizzati, come i valori soglia dei test, che funzionino effettivamente nei diversi contesti clinici. Non esiste un unico modello di applicazione, progettato appositamente per i biomarcatori ematici nell’ambito dell’assistenza clinica. In Europa, al momento, dobbiamo ancora lavorare su questo aspetto, per capire se funziona solo nei pazienti sintomatici, se si tratta di un test di conferma o di esclusione per l’amiloidosi correlata all’Alzheimer e così via. Si tratta di un biomarcatore scalabile e ad alto potenziale, in grado di rafforzare, ad esempio, l’assistenza primaria, dove al momento non c’è alcun accesso alla diagnosi biologica”. Lo ha detto Michael Schöll, professore di Medicina molecolare dell’università di Göteborg (Svezia), all’evento di richiamo internazionale ‘MindShift – A cross-country mission to reshape Alzheimer’s Care’. Un appuntamento che ha riunito a Roma esperti, istituzioni e rappresentanti dei pazienti da 12 Paesi per accelerare la trasformazione della cura dell’Alzheimer.  

L’esperto si è soffermato poi sulla necessità di “definire i casi d’uso sia a livello di assistenza primaria che secondaria, dove ci sono chiaramente delle distinzioni sul perché e su come dovremmo utilizzarli. Credo che ci sia un grande potenziale” nell’utilizzare i biomarcatori “nel modo giusto, ma – ha avvertito – non dovremmo affrettarci finché la scienza non avrà fornito tutte le prove di cui abbiamo bisogno per definire effettivamente il caso d’uso corretto”. 

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