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Walter Loielo

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Omicidio del padre, la Corte d’Assise d’Appello riduce la pena al pentito Walter Loielo: da 20 anni a 9 anni e 10 mesi


CATANZARO – La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Capitò con a latere il giudice Commodaro, ha riformato la sentenza emessa dal Gup di Vibo Valentia il 4 marzo 2024 nei confronti di Walter Loielo, 31 anni, oggi collaboratore di giustizia, imputato per l’omicidio del padre Antonino Loielo, avvenuto nell’aprile del 2017 nelle campagne della frazione Ariola di Gerocarne. Secondo la ricostruzione accusatoria, il delitto maturò nell’ambito di contrasti familiari, seguito dall’occultamento del cadavere.

In primo grado, all’esito del rito abbreviato, Loielo era stato condannato alla pena di 20 anni di reclusione per omicidio, occultamento di cadavere e reati in materia di armi. La Procura Generale di Catanzaro, rappresentata dal sostituto procuratore generale Marisa Manzini, nel giudizio d’appello aveva chiesto la rideterminazione della pena in 16 anni di reclusione.
I giudici di secondo grado hanno accolto i motivi di appello proposti dall’avvocato Caterina De Luca, difensore dell’imputato, ritenendo fondate le censure relative all’errata determinazione della pena operata in primo grado e riconoscendo le circostanze attenuanti generiche come prevalenti rispetto alla contestata aggravante.

DETERMINANTE LA DECISIONE DI COLLABORARE CON LA GIUSTIZIA

Particolarmente rilevante, nel percorso processuale, è stata la collaborazione fornita da Walter Loielo dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni permisero infatti agli investigatori di individuare il luogo in cui l’uomo aveva nascosto il corpo del padre, facendo luce su una vicenda che per anni gli inquirenti avevano ritenuto una semplice scomparsa volontaria. Nel 2020 le forze dell’ordine rinvennero il cadavere in un’area boschiva delle Preserre vibonesi, dove l’assassino lo aveva occultato sotto la carcassa di una vecchia Fiat 500, avvolgendolo nel cellophane. Il pentimento e la collaborazione dell’imputato riaprirono così le indagini, che inizialmente non avevano prodotto alcun risultato.

Alla luce delle valutazioni operate dalla Corte d’Assise d’Appello, la pena è rideterminata in 9 anni e 10 mesi di reclusione, con contestuale revoca della misura della libertà vigilata, per come sempre chiesto dalla difesa dell’imputato.

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