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La locandina di "Lezioni vere"

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Cazzotti in cattedra, quando lo Stato ti punisce al posto della scuola: su Netflix arriva “Lezioni vere” l’action coreano che trasforma il bullismo in un caso politico


Un ispettore che entra in una scuola e distribuisce cazzotti come fossero verifiche a sorpresa. Sembra la sintesi perfetta di un action movie anni Ottanta trapiantato tra i banchi, e infatti c’è aveva già ribattezzato Lezioni Vere “il Bud Spencer coreano.” Ma basta poco per capire che la serie che in questo periodo domina le classifiche Netflix in tutto il mondo, e che in Corea del Sud sta generando un dibattito pubblico enorme, non è semplicemente un prodotto di intrattenimento muscolare. È un sismografo che registra le crepe di un intero sistema.

La premessa è netta: quando scuole, famiglie e istituzioni si dimostrano incapaci di arginare bullismo, violenza e corruzione tra i banchi, il ministero dell’Istruzione crea una task force, il Bureau, autorizzata a intervenire con metodi che nessun regolamento scolastico contemplerebbe. Al comando c’è Na Hwa-jin, ex militare delle forze speciali interpretato da Kim Moo-yul, affiancato da un ministro che ha creduto in questa soluzione estrema, da un’agente dal fisico affilato quanto il temperamento e da un giovane genio informatico. Una squadra che funziona, sul piano della scrittura, quasi come un gruppo di supereroi: ognuno con una competenza specifica, ognuno chiamato a rispondere a un diverso fallimento del sistema educativo.

IL RAPPORTO TRA MINORI E GIUSTIZIA

Ed è qui che la serie rivela la sua vera natura. Il regista Hong Jong-chan, già autore di Juvenile Justice, non è nuovo a raccontare il rapporto tra minori e giustizia, e anche stavolta sposta l’attenzione dalla violenza in sé alle ragioni che la producono. Ogni caso trattato – lo studente figlio di un politico che si crede intoccabile, l’insegnante lasciato solo davanti a un’aggressione, la famiglia che usa il proprio potere per insabbiare tutto, la ragazza travolta dalla pressione sociale dei social – è un tassello di un mosaico più ampio. Non ci sono, in fondo, veri colpevoli individuali: c’è un ingranaggio collettivo che ha smesso di funzionare, e che scarica sui più fragili, studenti e insegnanti indistintamente, il peso della propria disfunzione.

È la stessa domanda, radicale e scomoda, che l’inglese e sconvolgente Adolescence aveva posto al pubblico: cosa succede quando un’intera generazione cresce dentro un sistema che ha rinunciato a correggersi? Lezioni Vere non offre risposte consolatorie.
Mostra una fragilità strutturale che nessun pugno ben assestato può davvero sanare, e proprio in questo sta la sua onestà intellettuale: la violenza vendicativa del Bureau funziona narrativamente come catarsi, ma la serie non nasconde mai la sua ambiguità morale, lasciando allo spettatore l’onere di chiedersi se guarire la violenza con altra violenza sia davvero una soluzione o solo un sollievo temporaneo. C’è poi un motivo per cui questa storia, pur nata a diecimila chilometri da qui, ci riguarda da vicino. Il bullismo non è un’invenzione coreana né un fenomeno esotico da osservare con la distanza rassicurante del sottotitolo.

ITALIA COREA: SIMILITUDINI E DIFFERENZE

Anche nella scuola italiana è una malattia sociale conclamata, silenziosa nei corridoi e assordante sui gruppi WhatsApp, dove l’umiliazione di un compagno può diventare virale prima ancora che un insegnante se ne accorga. I dati che periodicamente escono su cyberbullismo e violenza tra minori raccontano una realtà che l’opinione pubblica preferisce derubricare a emergenza episodica, salvo poi riscoprirla shock dopo shock, sempre con lo stesso stupore di chi non voleva vedere.

Cambiano la lingua e la scenografia, ma la dinamica resta identica: istituzioni scolastiche sguarnite di strumenti reali, famiglie che negano l’evidenza o la usano come arma, insegnanti trasformati in bersaglio quando provano a esercitare un’autorità che la società, fuori dall’aula, ha già smontato pezzo per pezzo. Guardare Lezioni Vere da qui non è un esercizio di curiosità verso l’ennesimo prodotto coreano di successo, ma quasi un confronto con uno specchio deformante: la task force è pura finzione action, ma il vuoto che prova a colmare, cioè l’assenza di una risposta credibile al disagio dei più giovani, è drammaticamente reale anche da noi!

E se in Corea la soluzione immaginata è la violenza legittimata di uno Stato che si sostituisce a una comunità educante esausta, viene da chiedersi cosa stiamo immaginando noi, oltre il silenzio. Sul piano tecnico, la serie possiede una confezione di alto livello. Le coreografie di combattimento richiamano apertamente l’eleganza cinetica di John Wick, con un montaggio che privilegia la leggibilità del gesto fisico piuttosto che il caos frenetico tipico di molti prodotti action contemporanei.

UNA REGIA EQUILIBRATA E UN CAST A DOPPIO REGISTRO

La regia alterna con equilibrio sequenze adrenaliniche a momenti più intimi e drammatici, mantenendo un tono che ricorda, non a caso, l’origine fumettistica del materiale: la serie nasce infatti dal webtoon Get Schooled (conosciuto anche come True Education), opera già controversa in patria per la sua rappresentazione diretta, e per alcuni eccessiva, della violenza scolastica e delle punizioni corporali. L’adattamento televisivo attenua alcune delle asperità del fumetto, ma non ne cancella del tutto l’ambiguità di fondo, ed è probabilmente questo a renderlo un prodotto capace di dividere critica e pubblico invece di accontentarli.La struttura a episodi apparentemente autoconclusivi, ciascuno dedicato a un caso specifico, permette di affrontare molte facce diverse del disagio scolastico senza disperdere la coerenza dell’arco narrativo complessivo, che si chiude con lo scontro tra il protagonista e un antagonista che incarna l’origine stessa della sua ferita personale.

Il cast regge bene il doppio registro action-e-dramma: Kim Moo-yul costruisce un personaggio magnetico ma mai macchiettistico, mentre gli attori nei ruoli di insegnanti e studenti restituiscono con naturalezza il senso di esasperazione e impotenza che pervade ogni ambiente scolastico raccontato. Il vero pregio di Lezioni Vere è proprio l’aver capito che bullismo, giustizia fai-da-te e crisi dell’autorità non sono tre temi separati, ma tre sintomi della stessa malattia sociale.
Una società che ha smesso di credere nelle proprie istituzioni cerca salvezza in figure eccezionali, quasi vigilanti, ma quella scorciatoia, per quanto spettacolare da guardare, non costruisce futuro. Lo rimanda soltanto. E forse è proprio questa la lezione più vera che la serie riesce a impartire: non c’è task force, per quanto efficiente, capace di sostituire un ripensamento profondo di cosa significhi, oggi, educare ed essere educati. Vale in Corea, vale altrettanto qui.

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