L'incontro di Carlo Verni con la talpa detta "Aquila Nera" monitorato dagli inquirenti
INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Chi è l’«Aquila Nera»? Il crollo del teorema e il sospetto del giudice
- 2 Il “portaborse” di Gratteri
- 3 Il funzionario giudiziario assolto per il concorso esterno
- 4 Il sospetto che la talpa sia un “soggetto diverso”
- 5 Mistero sull’identità dell’informatore
- 6 L’autonomia della cosca Martino e la rottura con Grande Aracri
- 7 «Siamo a un altro libro»
- 8 Le ricchezze del boss a Dubai
- 9 La rabbia per il pentimento (finto)
- 10 Il profilo di Carlo Verni e l’asse su Catanzaro
- 11 I tatuaggi di sangue
- 12 Mappa delle estorsioni a Lido
- 13 Le dinamiche del clan Martino
I motivi della sentenza Sahel, nuovi assetti dopo il declino del boss di Cutro e sospetti sull’identità della “talpa” detta “Aquila Nera”.
CUTRO – L’«Aquila Nera» che sussurrava i segreti della Procura distrettuale di Catanzaro alla cosca di Cutro potrebbe avere un altro nome e un altro volto. Qualcuno rimasto nell’ombra, un fantasma istituzionale mai identificato che si muoveva con disinvoltura a ridosso degli uffici di punta dell’Antimafia calabrese. Lo mettono nero su bianco le motivazioni della sentenza emessa con rito abbreviato dalla gup di Catanzaro Fabiana Giacchetti nel processo nato dalla maxi-inchiesta “Sahel”. Un’indagine che da un lato fotografa i nuovi assetti criminali nel Crotonese dopo il declino del boss Nicolino Grande Aracri e il suo pentimento farsa, e dall’altro apre uno squarcio su presunte fughe di notizie capaci di viaggiare dagli uffici giudiziari fino alle stanze dei reggenti della famiglia Martino a Cutro. L’accusa ha sostanzialmente retto, con 25 condanne e 7 assoluzioni.
Chi è l’«Aquila Nera»? Il crollo del teorema e il sospetto del giudice
Ma resta in piedi un giallo giudiziario, che poggia su una intercettazione ambientale captata la mattina del 15 dicembre 2021. In quella data, Salvatore Martino, figlio di Vito, storico componente del gruppo di fuoco della cosca Grande Aracri, lascia la comunità terapeutica “Regina Pacis” di Spezzano Albanese grazie a un permesso di quattro giorni per fare rientro a Cutro. Già durante il viaggio, alla presenza del fratello Francesco e della madre Veneranda Verni, si affrontano le dinamiche del controllo del territorio. Appena arrivati a Cutro, nell’abitazione materna, si presenta lo zio Carlo Verni, giunto appositamente da Catanzaro, dove svolgerebbe la funzione di referente criminale del clan.
Il “portaborse” di Gratteri
In questo contesto, Verni trasmette un’informazione riservata: annuncia un’imminente operazione di polizia giudiziaria coordinata dalla Procura di Catanzaro, con l’emissione di numerosi mandati di cattura tra Crotone, Catanzaro e Papanice. «C’è pure Cutro!», avverte lo zio. Verni specifica che tra i destinatari figura un «Martino Francesco», ossia il nome di suo nipote (sebbene l’indagine reale riguardasse poi un omonimo).
La fonte di una notizia così riservata viene indicata da Verni con l’appellativo di «Aquila Nera». Nei dialoghi captati, Verni descrive l’informatore come un soggetto addentro agli uffici della Procura: «Questo qua è il portaborse di Gratteri. Lui mi ha detto… mandati di cattura!… C’è un Martino Francesco! Questo qua… è quello che ci porta le cose di Gratteri! Un funzionario!… l’aquila nera lo chiamiamo noi. Ed è sempre là al bar, che è un amico nostro». La fonte avrebbe visto il nome e anticipato la tempistica del blitz, previsto tra dicembre e gennaio successivi.
Il funzionario giudiziario assolto per il concorso esterno
Le indagini dei carabinieri si sono concentrate su un bar di Catanzaro Lido, un locale frequentato da Verni. Attraverso l’analisi dei filmati delle telecamere di sorveglianza, pedinamenti e l’incrocio di fotografie pubblicate su Facebook, gli investigatori hanno isolato i contatti e focalizzato i sospetti su Renato Guarnieri, funzionario giudiziario all’epoca in servizio presso la segreteria unica della sezione ordinaria, competente sui reati contro la pubblica amministrazione.
Tuttavia, l’accusa più pesante mossa a Guarnieri – il concorso esterno in associazione mafiosa – non ha superato il vaglio del giudice. La gup Giacchetti ha richiamato l’orientamento della Cassazione sulle intercettazioni tra terzi con contenuto etero-accusatorio. In caso di conversazioni alle quali non partecipa l’indagato, occorrono riscontri obiettivi, estrinseci e verificabili.
Il sospetto che la talpa sia un “soggetto diverso”
Nel caso di Guarnieri, il monitoraggio investigativo durato svariati mesi ha mostrato una lacuna insanabile. Le telecamere e i tracciamenti telefonici hanno documentato che Verni e Guarnieri frequentavano lo stesso bar e avevano amicizie in comune, ma non è mai stato registrato un singolo contatto diretto, né una conversazione telefonica, né un tentativo di chiamata. I due non sono mai stati notati nemmeno a parlare tra di loro. Questa totale assenza di elementi di raccordo ha spinto il giudice ad assolvere Guarnieri ai sensi del secondo comma dell’articolo 530 del codice di procedura penale, la vecchia insufficienza di prove. Ma, osserva la gup, non si può escludere che la figura evocata come «Aquila Nera» sia «un soggetto diverso». Qualcuno rimasto ignoto.
Mistero sull’identità dell’informatore
La condanna a 6 mesi di reclusione per il funzionario è relativa a una rivelazione di segreti d’ufficio. In questo caso la prova è stata definita «blindata». Il 17 maggio 2022, Guarnieri aveva inviato via WhatsApp a un suo conoscente la foto con nome e cognome di un tizio che stava seminando il panico a Catanzaro Lido. Ecco perché era in corso «un’attività grossa qua in Procura… io ti mando la foto, però mi raccomando non la girare… Perché c’è nome e cognome, che stiano alla larga perché è pericoloso». La gup ha però rimarcato la totale estraneità di questo episodio dalle dinamiche della ’ndrangheta cutrese. Resta il mistero sulla vera identità dell’informatore dei Martino.
L’autonomia della cosca Martino e la rottura con Grande Aracri
Se sul fronte istituzionale restano zone d’ombra, sul piano della ricostruzione criminale la sentenza «Sahel» certifica la nascita di un’organizzazione mafiosa autonoma a Cutro, capeggiata dalla famiglia Martino. Le obiezioni sollevate dalle difese sull’esistenza della cosca sono state rigettate dalla gup. L’impianto accusatorio poggia anche sulle dichiarazioni stabili e convergenti dei collaboratori di giustizia Giuseppe Liperoti e Gaetano Aloe.
I verbali di Liperoti descrivono la genesi del gruppo, inizialmente gemmato dalla consorteria del boss Nicolino Grande Aracri, ma capace di affrancarsi e imporsi. I riscontri documentali svelano le tappe di questa transizione, come la vicenda legata all’affidamento di un bar-pasticceria sul corso Nazionale di Cutro o il ruolo di Veneranda Verni, incaricata di introitare i proventi delle estorsioni. Il pentito Aloe attualizza il quadro, spiegando che l’arresto di Grande Aracri ha accelerato l’ascesa dei Martino, portandoli a diventare i principali antagonisti del clan Megna e a ridefinire i rapporti con i Ciampà.
«Siamo a un altro libro»
La dimensione associativa indipendente emerge da vicende interne registrate dalle microspie: l’incendio dell’autovettura in uso a Francesco Martino e la formale estromissione dal clan di Giuliano Muto (classe 1988). Le intercettazioni mostrano la subordinazione dei sodali al potere dei Martino: gli affiliati dovevano rendere conto dell’impiego dei proventi illeciti e del loro contegno pubblico, venendo costretti alla «dissociazione» da azioni non consone all’ideologia mafiosa della famiglia. A suggellare questa metamorfosi è una frase pronunciata da Veneranda Verni durante un colloquio: per spiegare il distacco definitivo da Grande Aracri, la donna afferma: «Siamo a un altro libro».
Le ricchezze del boss a Dubai
Delle ricchezze e dei segreti del vecchio capo parla invece Carlo Verni, commentando il declino di Grande Aracri e svelandone i retroscena finanziari. Verni cita le proprietà accumulate da “Mano di gomma” e dislocate in tutto il mondo, menzionando esplicitamente investimenti a Dubai, in Turchia, in Cina e nella provincia di Ravenna. Una ricchezza che Verni contesta al boss, dicendosi deluso dal suo finto pentimento che ha tradito chi, come il cognato Vito Martino (condannato all’ergastolo), ha sacrificato la vita per lui.
La rabbia per il pentimento (finto)
«Gente che gli ha dato la vita come mio cognato… l’ha abbandonato… e dopo vedi lo Stato si sta mangiando tutto e i carcerati stanno morendo di fame… non è giusto… ormai la montagna era contr … tutti i paesi intorno… Petilia, Mesoraca». Verni delinea anche la geografia criminale passata, spiegando come Grande Aracri avesse spezzato i vincoli con Reggio Calabria. «Prima il locale doveva dare conto là a Reggio Calabria… quando è uscito lui dopo Nicola ha diviso… conto non ne doveva dare a nessuno. Fino a Vibo siamo noi… da Vibo in poi fate quello che volete… A Reggio Emilia ci siamo noi… il locale è a Cutro, sette province mica una».
Il profilo di Carlo Verni e l’asse su Catanzaro
All’interno di questo organigramma, la figura di Carlo Verni assume una caratura di primo piano. Lo certifica la condanna a 20 anni di reclusione, la più elevata tra quelle inflitte nel rito abbreviato. Cognato di Vito Martino – indicato come il vero promotore e «capo crimine» – Verni ha operato come referente strategico della cosca nella zona di Catanzaro, garantendo un apporto finalizzato alla conservazione del clan. La sua caratura emerge in un’intercettazione del 26 febbraio 2022, in cui minaccia un debitore spendendo il proprio lignaggio mafioso: «Lo sai a chi appartengo io? Io sono di Mano di gomma lo sai tu? Sono il cognato di Vito io Martino… e mo’ vengo a Pistoia non ti pensare».
I tatuaggi di sangue
Un momento chiave è il colloquio del 27 febbraio 2022 tra Verni e Francesco Scarpino, grossista di frutta. I due osservano dei simboli legati all’iconografia della ’ndrangheta. In quel frangente Verni mostra i propri segni impressi sul corpo, spiegando di averli ricevuti per aver preso parte a un’azione di sangue. «Questo… questo è quando… l’assaggiano gli altri… e tu vai». Poi aggiunge: «Questa è completa… io posso pure comandare… lo sai tu? In assenza di tutti… del capo…». Verni rivela di aver nascosto quei marchi sotto un tatuaggio, sottolineando la necessità di muoversi «sott’acqua». La gup ha ritenuto veritiere queste affermazioni, escludendo intenti auto-calunniatori poiché Verni vi aveva fatto cenno in più occasioni.
Mappa delle estorsioni a Lido
Il suo ruolo economico emerge anche nei dialoghi con il nipote Salvatore Martino, che gli chiede di mappare Catanzaro Lido per individuare attività da sottoporre a estorsione. Verni si mette a disposizione, indicando la massiccia presenza della criminalità rom: «Ci sono gli zingari assai che stanno prendendo dappertutto i soldi ai bar… già li so quali sono i chioschi, sono in fondo a Corace». Inoltre, pianifica l’infiltrazione, ipotizzando mire sul centro commerciale «Le Fontane» (menzionato abbassando il tono della voce) e programmando un incontro con Giuseppe Celi per sfruttare i vecchi accordi storicamente siglati da Grande Aracri con i gruppi rom del posto.
Le dinamiche del clan Martino
Infine, l’inserimento di Verni nelle dinamiche interne è provato dalle mediazioni durante le crisi. Dopo l’incendio all’auto di Francesco Martino, è lui a rimproverare il giovane per la condotta che aveva innescato la ritorsione dei Megna e dei Ciampà. Verni gli impone il silenzio per non compromettere equilibri precari e censura la gestione passata di Vito Martino, colpevole di non aver inviato denaro alle altre cosche per mantenere la pace sociale dopo il pentimento di Grande Aracri. Vito Martino, i figli e la moglie, Veneranda Verni, che avrebbe assunto a un certo punto un ruolo di reggenza, hanno scelto però il rito ordinario, pendente davanti al Tribunale penale di Crotone.
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