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Spezzano della Sila, escluso dal progetto SAI dopo l’arresto per presunti maltrattamenti e poi assolto, ritorna dalla famiglia grazie all’ordinanza cautelare del TAR


COSENZA – Era stato allontanato dal progetto di accoglienza dopo un arresto per maltrattamenti in famiglia. Il processo, però, si era concluso con l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Nonostante questo, per mesi non aveva potuto fare ritorno nella struttura in cui continuavano a vivere la moglie e i tre figli minori.

La vicenda è ricostruita in una nota del LASDA, il Laboratorio di Studi di Diritto Amministrativo. A consentire all’uomo di ricongiungersi al proprio nucleo familiare è stato il TAR della Calabria. Con un’ordinanza cautelare del 17 giugno, la seconda sezione del Tribunale amministrativo ha sospeso il decreto con cui il sindaco di Spezzano della Sila aveva revocato nei suoi confronti le misure di accoglienza previste dal programma SAI.

Il protagonista della vicenda, un uomo sulla cui identità manteniamo la riservatezza, aveva ottenuto l’inserimento insieme alla famiglia nel Sistema di accoglienza e integrazione (SAI) del Comune. Il programma garantisce ai beneficiari non soltanto una sistemazione e i beni di prima necessità, ma anche un percorso di inclusione sociale ed economica.

SPEZZANO DELLA SILA, DOPO L’ASSOLUZIONE RITORNA DALLA FAMIGLIA MA SOLO GRAZIE AL TAR

La situazione era cambiata dopo l’arresto in flagranza dell’uomo, accusato di maltrattamenti nei confronti di alcuni componenti della famiglia. In seguito a ciò, il 19 marzo 2026 il sindaco aveva disposto la revoca dell’accoglienza nei suoi confronti, determinandone l’esclusione dalla struttura.

La moglie e i tre figli erano rimasti all’interno del centro. L’uomo, invece, non poteva più accedervi. Secondo quanto riferito dall’avvocato Dario Sammarro, che insieme alla collega Fabiana Bruno ha seguito il procedimento amministrativo, per un primo periodo l’uomo sarebbe rimasto privo di una sistemazione stabile, trovando riparo in condizioni precarie nei pressi della struttura. Soltanto successivamente avrebbe ottenuto una sistemazione alternativa grazie a un’associazione di volontariato.

L’arresto, nel frattempo, non si era tradotto in una permanenza in carcere. L’uomo era stato rilasciato e il successivo processo, seguito dagli avvocati Paolo Anselmo e Giuseppe Stabile, aveva ridimensionato il quadro accusatorio. Per l’imputazione di maltrattamenti era arrivata l’assoluzione con la formula «perché il fatto non sussiste». Per il capo relativo alle lesioni personali, invece, i giudici avevano pronunciato una sentenza di non doversi procedere. L’esito del processo non aveva tuttavia portato il Comune a ritirare la revoca, nonostante le sollecitazioni presentate dai difensori. Da qui il ricorso davanti al TAR.

Come evidenziato nella nota del LASDA, nel disporre la sospensione del decreto il Tribunale amministrativo ha rilevato diversi elementi critici. Tra questi, la rapidità con cui era stata adottata la revoca e l’assenza di un’adeguata motivazione sull’urgenza del provvedimento. I giudici hanno, inoltre, richiamato la necessità di valutare la condizione di vulnerabilità del ricorrente, anche in quanto padre di tre figli minori, e di tenere conto dell’esito sopravvenuto del processo penale.

Un ulteriore profilo riguarda l’autorità competente ad adottare la revoca. Secondo la difesa, il sindaco non avrebbe avuto il potere di escludere direttamente l’uomo dal sistema di accoglienza, trattandosi di una decisione riconducibile alle competenze della Prefettura. Anche su questo punto l’ordinanza avrebbe evidenziato la necessità di un approfondimento.

La pronuncia non chiude definitivamente il contenzioso. Si tratta infatti di un provvedimento cautelare, adottato in attesa della decisione sul merito del ricorso. La sospensione ha però prodotto un effetto immediato: l’uomo ha potuto fare ritorno nella struttura e ricongiungersi alla moglie e ai figli dopo mesi di separazione.

Secondo quanto riferisce l’avvocato Sammarro, il Comune avrebbe inoltre manifestato l’intenzione di adeguarsi alla decisione e di annullare in autotutela il decreto sindacale. Un passaggio che, per essere considerato definitivo, dovrà però essere formalizzato dall’amministrazione.

«Non è ancora una decisione definitiva – spiega Sammarro – ma l’ordinanza anticipa già alcune valutazioni sull’irragionevolezza del provvedimento, sulla carenza di motivazione e sulla possibile incompetenza del sindaco».

Al di là del successivo esito giudiziario, la vicenda presenta una questione più ampia sul rapporto tra potere amministrativo e procedimento penale. Come notano i legali dell’uomo, un arresto o un’accusa non equivalgono a una condanna e, soprattutto quando una decisione incide sull’unità di una famiglia e sulle condizioni materiali di una persona vulnerabile, l’amministrazione è chiamata a valutare attentamente le conseguenze delle proprie scelte.

In questo caso, secondo quanto emerge dall’ordinanza e dalla ricostruzione del LASDA, quella valutazione non avrebbe ricevuto sufficienti approfondimenti. È stato necessario il ricorso alla giustizia amministrativa perché un padre assolto dall’accusa più grave potesse tornare a vivere accanto alla moglie e ai suoi tre figli.

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