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Chiusa l'inchiesta Why Not, 106 indagati

Basilicata

Si parla di un comitato d'affari trasversale impegnato a dirottare fondi pubblici e consenso elettorale. Politici, magistrati e imprenditori tra le persone finite nel provvedimento

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Al Csm lo avevano detto una settimana fa: l’inchiesta Why not è finita e senza il sequestro delle carte da parte della Procura di Salerno sarebbero già partiti gli atti. E così è stato. Non appena le carte sono rientrate nella loro disponibilità, i magistrati della Procura generale di Catanzaro hanno depositato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari per 106 indagati. Tra loro amministratori regionali in carica e non, funzionari dell’ente ed imprenditori. Sembra destinato ad uscire dall’inchiesta, invece, l’indagato più in vista, l’ex premier Romano Prodi. Il suo nome non compare tra i destinatari del provvedimento e non è escluso che nei prossimi giorni la Procura generale presenti al gip la richiesta di archiviazione. Lo stesso percorso potrebbero seguirlo le posizioni del parlamentare del Pd Sandro Gozi e di Pietro Scarpellini. Restano nell’inchiesta, per la quale erano già stati raggiunti da avviso di garanzia nei mesi scorsi, numerosi politici calabresi: il presidente della Regione Agazio Loiero; l'ex presidente Giuseppe Chiaravalloti; il deputato del Pdl Giovanni Dima, ex consigliere regionale di An, e poi assessori e consiglieri regionali in carica ed ex, il segretario generale della Giunta, Nicola Durante, e funzionari regionali. Ma non sono coinvolti solo politici. Ci sono anche imprenditori, a cominciare da Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria e principale indagato (definito dagli inquirenti il «centro di gravità del sistema trasversalmente condiviso e quindi permanente copertura politica in seno agli enti»), per proseguire con il presidente di Despar Italia, Antonino Gatto; Sergio Abramo, che è anche consigliere regionale, ed Enza Bruno Bossio, moglie del capogruppo Pd alla Regione, Nicola Adamo, anch’egli indagato. E tra gli avvisati c'è anche la superteste dell’inchiesta, Caterina Merante, che con le sue dichiarazioni aveva dato il via all’inchiesta aperta dall’allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Per lei l’accusa ipotizzata è la violazione delle norme in materia di occupazione e mercato del lavoro. Pesanti i reati ipotizzati, a vario titolo, nelle 40 pagine del provvedimento di chiusura delle indagini preliminari: si va dall’associazione per delinquere all’abuso d’ufficio e alla turbata libertà degli incanti; dalla truffa alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche; dalla frode nelle pubbliche forniture al peculato; dalla corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio all’istigazione alla corruzione; dall’estorsione alla falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. L’accusa cardine, rivolta a 40 persone, è quella di associazione per delinquere attorno alla quale ruotano le contestazioni dei singoli reati ipotizzati agli indagati e relative ad una serie di progetti relativi ad interventi pubblici per i quali vi sarebbe stata una distrazione di fondi. Secondo l’accusa, i politici regionali indagati avevano “costituito, mantenuto ed alimentato», insieme ad Antonio Saladino, un sistema stabile che «al fine di conseguire un clientelare consenso elettorale, assicuravano delittuosamente a strutture societarie di fatto governate da Saladino fondi pubblici per l’esecuzione di lavori prospettati come di pubblica utilità». In cambio Saladino, «su segnalazione dei politici, assumeva o faceva assumere, sotto varie forme contrattuali, tutte comunque caratterizzate da precarietà, un rilevante numero di persone». Quella che si veniva a costituire, spiegano i magistrati catanzaresi, era una vera e propria «pletora permanente di aspiranti lavoratori sempre in attesa di una stabilità» che i politici non avrebbero voluto o attuato. Inoltre si costituiva «un vasto e reiterato flusso, anch’esso clientelare, di finti lavoratori per opere e servizi mai realizzati o realizzati solo in parte o apparentemente». Con l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, l'inchiesta entra nella fase decisiva. Gli indagati avranno 20 giorni di tempo dalla notifica per chiedere di essere sentiti o depositare memorie difensive. Quindi la Procura generale deciderà se chiedere il rinvio a giudizio od il proscioglimento dei singoli indagati. (

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