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Don Bisceglia otto anni dopo

Basilicata

Il ricordo del parroco che a Lavello univa in matrimonio gli omosessuali

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di ENRICO PACE
LAVELLO - Otto anni fa moriva Marco Bisceglia, il fondatore di Arcigay, ma soprattutto il parroco omosessuale della Chiesa del Sacro Cuore di Lavello, centro del potentino in cui era nato il 5 luglio 1925, in cui aveva svolto per decenni la sua missione (l’ordinazione presbiterale di Bisceglia è avvenuta l’11 luglio 1963, quando aveva 38 anni, per la Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa), con amore, dedizione e rigore, e in cui si trova sepolto oggi. Figura discussa e controversa quella di Bisceglia, saltato agli onori delle cronache perché aveva il “vizio” di unire in matrimonio i fratelli “omo” e le sorelle lesbiche. Fu il primo e l’unico attivista cattolico lucano a perorare in modo concreto la causa degli omosessuali presso una sorda Santa Sede.
Marco Bisceglia era un uomo che credeva nelle sue idee e pur di non rinnegarle sarebbe stato disposto a tutto. Anche a morire per loro. Non ha mai fatto mistero di aver aderito sin da giovane alla teologia della liberazione. Scelta che gli era costata diversi scontri con le rigide gerarchie ecclesiastiche. Si era addirittura schierato a favore della legge sul divorzio, nonostante le “romane indicazioni” fossero palesemente contrarie. Per questo suo carattere innatamente anticonformista non solo non era ben visto dalla Chiesa, ma neppure dalla Democrazia Cristiana. Non a caso le simpatie di Bisceglia erano rivolte al Partito Comunista Italiano. Quello vero.
Il prelato potentino sapeva di essere nel mirino di un fucile pronto a sparare rancori religiosi e politici. Per questo era molto prudente in pubblico. Al di la della sua ideologia, diversa da quella cattolica, voleva comunque evitare la rottura con l'istituzione a cui aveva fatto voto di fede. Ciò nonostante non rinunciava a unire in matrimonio coppie dello stesso sesso con rito privato. I problemi nacquero quando due giornalisti, Bartolomeo Baldi e Franco Jappelli, redattori del settimanale di destra “Il Borghese”, finsero di dichiararsi omosessuali e gli chiesero di sposarli. Bisceglia ingenuamente acconsentì. E il matrimonio divenne un dettagliato reportage.
“Due redattori del Borghese si fingono omosessuali e vengono benedetti dal “don Mazzi del Sud”: Il vostro rapporto è già un sacramento davanti a Dio”. Così il giornale presentò il servizio, che cominciava testualmente: «Ci siamo sposati a Lavello, provincia di Potenza. Sia pure in maniera informale. A “benedire” la nostra (ovviamente finta) relazione omosessuale, è stato don Marco Bisceglia, parroco di Lavello, le cui vicende di prete ultra progressista e filo marxista hanno raggiunto le pagine dei più noti settimanali di sinistra». Anni dopo i due cronisti ammisero a Pier Giorgio Paterlini, nel suo libro “Matrimoni”: «L’importante era trovare un pretesto per coinvolgerlo in uno scandalo e far sospendere a divinis il prete comunista». E così fu. La Chiesa lo scomunicò a divinis.
Padre Bisceglia querelò Baldi e Jappelli, che furono assolti. Diritto di cronaca. A questo punto, l’ormai ex parroco iniziò a collaborare con l’Arci. Poi, nel 1980, con l’aiuto di un obiettore di coscienza omosessuale che sognava la carriera politica, Nichi Vendola, diede vita al primo circolo omosessuale. Lo fondò all’interno della sezione Arci di Palermo. La prima associazione gay di sinistra. Una sinistra già allora disattenta al grido di liberazione omosessuale. Il nome del circolo? ArciGay. Finalmente era nato il primo nucleo di quella che oggi è la più importante organizzazione per i diritti gay in Italia.
Gli ultimi anni della vita di Bisceglia furono difficili. Molto difficili. Era malato di Aids. Si indeboliva sempre di più. E questo lo allontanò dal “mondo” gay. Si riavvicinò alla Chiesa. Dal 1996 alla morte, 22 luglio 2001, fu il vicario coadiutore della Parrocchia di San Cleto, nella Capitale. Fu sepolto nella sua città. Quella Lavello che ha tanto amato.

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